Il colera a San Severo nel 1865

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Portata, forse, da un militare proveniente da Ancona, San Severo viene colpita da una terribile epidemia di “vibrio cholerae” – la terribile malattia infettiva che si trasmette in situazioni di scarsa igiene attraverso l’acqua e gli alimenti contaminati – cui si aggiunge, inevitabile corollario, la carestia più desolata. La fase più acuta si ha in piena estate, tra la seconda metà di luglio e la fine del mese di settembre. La città si spopola, ogni attività lavorativa si interrompe, i negozi restano chiusi e la produzione agricola si blocca perché i campi restano deserti. “Fuggiti quasi tutti i più agiati, rarissimi i medici, rari i soccorsi, la popolazione bassa colpita a preferenza moriva come bruti abbandonati sui letamai. Sebbene le autorità locali avessero fatto quanto potevano, pure lo scoraggiamento e quasi la disperazione erano sopraggiunti “.
Le condizioni sanitarie della città sono pessime, soprattutto per la mancanza di igiene e perché “porci, conigli e galline” si muovono in libertà per le strade, “compagni indivisibili degli abitatori“. Non esiste un regolamento d’igiene, le autorità amministrative non hanno mai preso provvedimenti per migliorare le condizioni di vivibilità dell’abitato.
Il colera mette in luce i tragici risvolti sociali. I benestanti per la paura del contagio sono andati via, “tutti i ricchi che avrebbero potuto elargire qualche soccorso al misero popolo” sono scappati come Paolo Del Sordo, che si è ritirato a Napoli, tenendo sbarrato il suo gran bel palazzo al largo del Castello. La mancanza di solidarietà e di collaborazione a livello locale è impressionante, chi può abbandona la città: il treno per Foggia è preso d’assalto con oltre 700 biglietti giornalieri venduti, e questo fa risaltare per contrasto l’abnegazione dei pochi che sono rimasti per aiutare, il sindaco Giuseppe Magnati, Antonio Gervasio, impegnato in prima linea per la sua attività medica, alcuni medici forestieri, la società operaia, lo stesso prefetto di Foggia, presente tutti i giorni. Ai poveri si distribuisce brodo e riso. I morti sono moltissimi, soprattutto donne. Il bilancio finale è di 1.085 deceduti, vale a dire il sei per cento della popolazione, secondo Vincenzo Gervasio, 1.044 (il 5,8% degli abitanti) per Michele Papa, 1.270 (oltre il 7%) per Luigi Vera, il quale fornisce anche dati per quartiere, stabilendo i maggiori valori di mortalità nelle zone basse della città (e per questo più insalubri): a s.Nicola l’8%, a s.Severino e s.Maria il 7%, a s.Giovanni Battista il 6%.

I morti vengono trasportati al cimitero su carri, “le cui ruote sono avvolte da panni“, per non rattristare, con “il lugubre Chiesa S. Matteo annessa al convento di s.Bernardinostridio le anime dei malati e dei moribondi“. I malati vengono trasferiti nell’ex convento di s.Bernardino, trasformato in lazzaretto. Alcuni vengono ricoverati nell’ospedale civile, altri nelle chiese. Sul “Roma” del 19 agosto 1865 viene pubblicata la drammatica circolare inviata dal prefetto di Foggia a tutti i prefetti d’Italia, che invoca la “carità delle province” essendosi “esaurite le risorse locali“, sussidio per le famiglie povere. Le duemila lire inviate dal ministro degli interni si dimostrano sufficienti. La situazione in città è talmente drammatica che lo stesso ministro dell’Agricoltura, on. Luigi Torelli, visita la città per rendersi conto personalmente, trovando presenti soltanto i rappresentanti dello stato: prefetto e sottoprefetto, il comandante militare, il giudice, impiegati pubblici e i carabinieri. In tutta Italia, al contrario, ci si prodiga in aiuto della popolazione: “da ogni parte giunsero offerte in denaro e merci e questa gara di generosità commosse, riconoscente il popolo sanseverese“. Il comune di Milano offre 1.000 lire e 1.500 lire il comune di Ravenna: “davanti a tali sciagure i cuori degli italiani non furono insensibili“.
Francesco De SanctisAnche Francesco De Sanctis, a Napoli, “nell’infierire a Sansevero il colera e la miseria ; si fa promotore di un comitato di soccorso per i poveri colerosi“. Il 14 settembre il colera, dopo aver toccato il suo acme il 28 agosto, improvvisamente si esaurisce, con una mortalità, sul totale dei malati, più alta rispetto all’epidemia degli anni 1836-37, segno, quest’ultimo, dell’aggravarsi in forme croniche della situazione.
L’anno seguente, il 10 gennaio 1866, il consiglio comunale, volendo premiare l’abnegazione e l’esemplare comportamento dei francescani di s.Bernardino durante il colera – quando i frati “spesero tutte le loro cure per l’assistenza a molti poveri contagiati e nel loro convento accolsero gli orfani e i malati a loro spese” – delibera il mantenimento a vita, a spese del bilancio comunale, dei frati riconoscendo loro anche il diritto di conservare il convento.
Il 13 gennaio 1867, anche la Società operaia di San Severo, riconoscendo l’importanza dell’azione generosa di Francesco De Sanctis durante i mesi del colera, conferisce il diploma di socio onorario all’illustre deputato.

Tratto da “San Severo Città di Puglia”
di Carmelo G. Severino
Gangemi Editore