C’era stata gran festa quel 14 marzo 1844, a Torino: era nato in casa Savoia Umberto Rainerio Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio, principe di Piemonte, quel futuro re d’Italia con il nome semplificato di Umberto I. Sul trono ci salirà nel 1878, insieme alla cugina e moglie Margherita di Savoia e il loro nido d’amore sarà il palazzo del Quirinale, un tempo fastosa residenza dei pontefici romani. Sono tempi turbolenti, quelli del suo regno: inondazioni, terremoto di Casamicciola, affare della Banca Romana, colera a Napoli e chi più ne ha più ne metta. Le disgrazie del paese mal si conciliano con lo stile di vita del re che ambirebbe il tran tran tranquillo di una vita borghese. Ci sono le lunghe passeggiate, quotidiane a Villa Borghese in phaeton, occhieggiando le dame e le cocottes nelle carrozze che si incrociano, c’è la sua terrazza privata al Quirinale dove Umberto coltiva e annaffia personalmente i fiori, le fragole e l’insalatina, non per necessità della mensa, naturalmente. L’appannaggio di 14 milioni annui che la casa regnante riceve in quel momento per le sue spese private è uno dei più alti al mondo, solo l’imperatore d’Austria, il kaiser e lo zar delle Russie ricevono appannaggi più elevati.
Nella villa di Monza, dove la famiglia reale passa le estati, il re controlla personalmente l’andamento dei suoi orti e la sera attraversa a piedi tutto il parco per andare a fare quattro chiacchiere con la duchessa Litta, ormai avanti negli anni, ma che è stata il primo amore del giovanissimo Umberto, non ancora re. Per questo, ma non solo per questo, i rapporti fra la coppia reale sono tesi.

Nulla deve tuttavia trasparire al di fuori e, soprattutto quando si torna a Roma, la vita riprende a scorrere ovattata nelle prestigiose sale del palazzo, quasi i tumulti esterni non riguardassero la casa regnante. Eppure che i tempi stavano cambiando se ne era accorto anche papa Leone XIII che pubblica in quel periodo la sua Rerum Novarum. “Oh, quello lì, poi!...”. era stato il commento del re registrato dal suo aiutante di campo.
Le passioni del re
Il re non ama la cultura, non legge, non ama la musica, è solo per dovere d’ufficio che invita Giuseppe Verdi nel palco reale, dopo la rappresentazione del suo Falstaff. In compenso ama la vita all’aria aperta e, come già suo padre, la caccia. Nel suo appartamento personale si trova quella che lui chiama la “camera mortuaria”, dove si custodisce la numerosa cacciagione, soprattutto anatre e fagiani. E per approvvigionarla il re è in piedi spesso anche alle 4 della mattina, obbligando ad alzatacce tutto il suo staff, che deve seguirlo nelle lunghissime passeggiate che durano anche l’intera giornata di luce. Mete preferite sono le selve di Ostia e di Castel Porziano, dove si pratica spesso la caccia al cinghiale. Nella mattinata del 30 ottobre 1894 il re, da tutti ritenuto ottimo tiratore, riesce a mettere nel carniere 300 fagiani, 120 lepri e 20 beccacce.

Per prepararsi a queste faticate la colazione del mattino non può che essere copiosa, e il re è quello che si definisce oggi una buona forchetta. Il suo aiutante di campo lo osserva sbalordito consumare la prima colazione: un fagiano arrosto con ragù di carne e crostini. Sarà appena il caso di ricordare che ancora durate il diciannovesimo secolo e fino ai primi decenni del secolo scorso, il ragù di carne non serviva per condire la pasta asciutta, ma era un corposo e corroborante secondo piatto.
La mensa quotidiana
Come si evince dai numerosi menu di casa Savoia rimasti, il pasto giornaliero ha liste delle vivande molto semplici. I primi menu sono redatti in francese, poi, adottando l’italiano come lingua ufficiale del Regno, saranno in questa lingua, ma il livello non cambierà, anche con il suo successore Vittorio Emanuele III: pasta asciutta, o gnocchi, cotolette di pollo, pollo arrosto, cacciagione o altro, L’immancabile insalatina e una torta. I vini serviti sono rigorosamente francesi; solo raramente compare il Marsala.

La regina, che non soffre certo di inappetenza, ama molto i poco raffinati budini di sanguinaccio, ma tiene molto all’etichetta, quando riceve in privato farà scrivere ancora per molto tempo i suoi menu in francese. A differenza dell’augusto consorte, Margherita si picca di essere donna colta, disquisisce di filosofia e di poesia, si vanta di aver conquistato il laico Carducci alla causa reale e in pubblico ha un aplomb invidiabile. Leggiamo nel diario di corte di Paolo Paulucci delle Roncole, aiutante di campo del re, come la regina riesca a stare in piedi accanto al re per 4 ore sotto il sole, per assistere alla parata militare, senza dare segno di stanchezza. Durante un ricevimento a Milano – registra sempre il Paulucci – riesce per due ore e mezza a parlare con 650 persone dicendo a tutte qualcosa. Per contro è severissima sull’etichetta e quando viene a sapere che un soldatino ha rubato un’arancia nel giardino del
Quirinale, non solo lo fa punire, ma si informa che la punizione abbia davvero avuto luogo. Non molto femminile, e tantomeno regale, è poi il suo apprezzamento per la ghigliottina francese, che amerebbe veder applicata anche in Italia. Severa e intransigente la regina è in realtà l’uomo di casa. Nulla sfugge al suo occhio di massaia regale, nemmeno la qualità scadente dei sigari che si offrono agli ospiti. Ma la tavola quando si riceve è inappuntabilmente preparata con preziose porcellane e argenterie, le stesse che la Repubblica Italiana usa mettere in tavola oggi, in occasione di ricevimenti ufficiali al Quirinale.
Margherita, tuttavia, fu una regina molto amata dalla gente: nel 1889 la coppia reale è a Napoli, ed è proprio durante questo soggiorno che uno sconosciuto pizzaiolo, Raffaele Esposito, detto Nas’e cane, preparerà per lei, con grande successo quella Pizza Margherita, con i colori del Tricolore raccontati dal pomodoro, dalla mozzarella e dal basilico.
Il re, responsabile in prima persona della repressione del generale Bava Beccaris per i moti di Milano nel 1898, sarà freddato dall’anarchico Bresci a Monza con tre colpi di pistola, due anni dopo.
La regina gli sopravvisse a lungo e in una bella ottobrata romana, mentre si recava in gita ai Castelli, la sua macchina si ferma in panne, sulla via Appia, davanti all’osteria di un certo Grappasonne. Il proprietario fece appendere ad un gancio sulla porta la sedia sulla quale si era seduta la regina. L’insegna da quel momento recherà la scritta: “Osteria con vini scelti delle selve di Marino. In questa miserabile osteria il giorno 17 ottobre 1908 s’arrestò impannato l’automobile di S.M. la regina che si è seduta in questa umile sedia. Il proprietario Abele Grappasonne commosso per tanto onore questo ricordo pose“.
Sedia e osteria sono da tempo immemore spariti, sola è rimasta lei, la nostra pizza nazionale a portare in giro per il mondo il simbolo gastronomico del Tricolore e quello della regina Margherita, per molti personaggio del tutto sconosciuto.
Testo di Oretta Zanini De Vita .
CUCINA&VINI aprile 2006