Una difficile ripresa

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Gli anni del post-terremoto si presentano particolarmente agitati per il deteriorarsi dei rapporti tra potere politico e potere religioso. Il clima di collaborazione instauratosi tra vescovo e feudatario, il giorno del terremoto, dura appena
qualche mese perché nel dicembre dello stesso 1627 la morte prematura del principe di San Severo, e la sua sepoltura dentro la chiesa più importante di Castelnuovo, fa precipitare la situazione: Giovanfrancesco Di Sangro muore infatti senza ottenere l’estrema unzione, scomunicato dal vescovo Francesco Ventura, perché il feudatario, strenuo nemico dei censi ecclesiastici, si era sino all’ultimo rifiutato di pagare le decime dovute alla Chiesa “sopra alcuni territori feudali“.

E poiché l’accaduto si inserisce nel quadro più ampio dei rapporti tra Chiesa di Roma e baronato napoletano, il contrattacco della Chiesa si dispiega con grande energia sicché l’arcivescovo di Napoli giunge ad emanare, l’11 aprile 1628, un editto “per ordine della congregazione dei vescovi et regolar“, presieduta nella circostanza personalmente dal pontefice Urbano VIII, con il quale si dispone addirittura il disseppellimento del cadavere del feudatario pugliese “dalla chiesa dove fosse sepulto et se buttasse in luogo non sacro per essere detto principe (…) morto scomunicato dal vescovo suo diocesano“.
Ci vorranno diversi anni e nuovi protagonisti – nel dicembre 1629 il vescovo Francesco Ventura dà le dimissioni e cede la diocesi ad un giovane molisano, Domenico Ferri – molto lavoro diplomatico, e l’intercessione di Alessandro Di Sangro, patriarca di Costantinopoli e fratello del defunto principe, perché la grave frattura determinatasi in città tra vescovado e feudatario possa sanarsi, con la stipula, nel 1634, di una transazione con la quale Paolo Di Sangro, figlio di Giovanfrancesco, succedutogli nel titolo di principe di San Severo, si impegna a pagare 150 ducati annui al vescovo di San Severo, Domenico Ferri, ed al clero di Torremaggiore.

Gli interessi intorno alle rendite ecclesiastiche sono notevoli e coinvolgono religiosi e laici a diverso titolo; pertanto il braccio di ferro tra detentori di rendita nelle campagne, per affermare prerogative e privilegi, non si arresta con l’accordo tra diocesi e feudatario, perché altri contrasti insorgono tra diocesi e clero ricettizio e, dato il ruolo ed il peso anche economico che hanno le parrocchie in città, questo contenzioso coinvolge tutta la comunità sanseverese, “il popolo” , che resta “conturbato e commosso“. In discussione è la riscossione delle decime da parte delle parrocchie, perché pur essendo la quarta parte di tali decime di spettanza della mensa vescovile, il clero ricettizio “volevasi nella esazione far dominare l’arbitrio“. Nel 1649 si arriva finalmente ad un intesa ma i rapporti all’interno della comunità religiosa restano tesi, e basta poco perché si acuiscano i contrasti. Nel 1650 è ancora polemica a causa della pretesa, da parte del vescovo, di imporre al clero locale una sorta di corvée. Il responsabile della diocesi, con una ordinanza, impone che “i preti, anco con ordini penali” garantiscano la loro assistenza “come mansionari nella cattedrale medesima“. Il rifiuto del clero è netto e trova la massima compattezza in tutte le parrocchie, e tale è la forza della protesta che i preti riescono ad ottenere l’intervento delle autorità ecclesiastiche superiori che espressamente stabiliscono che il vescovo non possa “distrarre i sacerdoti dal servizio delle chiese, alle quali (sono) incardinati“.
Le occasioni di contrasto sono numerose perché sono l’espressione di gruppi di interesse che lottano per la supremazia all’interno della comunità cittadina, come quando il clero di s. Giovanni Battista, in processione con la statua della Madonna del Rosario, passando davanti alla chiesa di s. Maria della Strada, si vede sequestrare dal Capitolo della cattedrale, “accompagnato da popolo parteggiante” e con a capo il vicario capitolare Alessandro Orsella, il simulacro della Madonna, “in pena dell usurpato diritto” dato che è severamente vietato andare in processione fuori dai confini della propria parrocchia.
Ma la processione della Madonna del rosario – organizzata quell’anno dal clero di s. Giovanni a seguito della chiusura del convento domenicano del s. Salvatore per la riforma innocenziana del 1652 – segue lo stesso itinerario di sempre, quello percorso ogni anno dai padri domenicani sin dai primi tempi del rito, e che attraversa la città ed i suoi quartieri in segno di devozione per la Madonna. La differenza sta nel fatto che i domenicani, essendo monaci regolari, in virtù di un loro privilegio, potevano attraversare il territorio di tutte le parrocchie. Adesso, invece, tale privilegio è accordato alla sola parrocchia di s. Maria, in quanto chiesa cattedrale, che tale privilegio vuole conservare e fare valere.
San Severo viene coinvolta nei moti di Masaniello. La guerra dei Trent’anni, in corso, che si concluderà nel 1648 con la pace di Westfalia, con i suoi disastrosi effetti, esaspera i conflitti sociali e politici che serpeggiano all’interno degli Stati europei, e nel regno di Napoli tale moto di rivolta assume l’aspetto di movimento antispagnolo, non sostenuto da tutti gli strati sociali ma soltanto dai ceti popolari, contadini, proletariato urbano, intellettuali e borghesi, che si schierano decisamente contro la dominazione spagnola. L’aristocrazia, che rappresenta la classe dirigente, avendo la monarchia come costante punto di riferimento, parteggia invece per la Spagna ed il potere regio che essa esprime.
L’enorme carico fiscale necessario per sostenere le spese di guerra hanno accentuato la miseria popolare ed il disagio della borghesia, mentre favorisce le speculazioni finanziarie del baronato perché il governo vicereale, proteso a spingere al massimo la pressione fiscale, lascia campo libero ai feudatari del regno, cui assicura privilegi e favori, garantendosi così il loro lealismo più fedele.
Il 7 luglio 1647, pretesto la gabella sulla frutta, scoppia a Napoli una rivolta “disordinata e spontanea” di cui è protagonista il popolo, esasperato dalla miseria e dalla eccessiva fiscalità, che segna l’emergere delle masse popolari sulla scena politica del regno. La rivolta prende inizialmente carattere antinobiliare, guidata da un uomo del popolo, Masaniello, un pescivendolo ventisettenne, ispirato da un vecchio cospiratore, l’abate Giulio Genoino. Assassinato Masaniello dopo appena sette giorni, la rivolta cambia di segno ed al livello sociale dello scontro si sovrappone un livello politico su cui si innestano inevitabilmente giochi di fazioni ed interessi politici trasversali. Nel giro di una settimana la sommossa divampa in tutto il regno, espandendosi da Napoli alle province ed assumendo ben presto carattere di lotta essenzialmente antifeudale e contro la Spagna.
Nell’ottobre 1647 viene proclamata la Repubblica, la “reale repubblica napoletana“, una nuova formula istituzionale, che pur rappresentando “un improvviso lampo di vitalità tumultuosa nella sfittica vita politica e civile napoletana“, si dimostra destinata alla sconfitta non essendo in grado di darsi un assetto politico-amministrativo realmente alternativo a quello vicereale.
Infatti l’incapacità della leadership rivoluzionaria a trovare alleanze internazionali – la Francia, a cui viene richiesta la protezione, ha timore di aprire un ulteriore fronte di guerra – ed il netto prevalere della componente contadina nella lotta antispagnola, a scapito della componente borghese ed urbana, porta il movimento repubblicano alla sconfitta per opera delle truppe dei baroni e dell’armata spagnola.
San Severo, al “grido di viva Dio e popolo” è tra le prime città di Capitanata a schierarsi dalla parte del partito del popolo, alla cui guida si pone monsignor Francesco Antonio Sacchetti, di San Severo e vescovo della città dall’ottobre 1635. L’opera del prelato, che trova il sostegno dei cittadini più autorevoli di San Severo che evidentemente riescono a recuperare nella rivolta un non mai sopito sentimento antifeudale, contribuisce “serbar ferma la fede repubblicana” . Tutta la provincia di Capitanata insorge, appoggiando la causa popolare e soltanto Manfredonia e Lucera restano fedeli alla Corona di Spagna.
don Irrigo Valez y TassisIl 5 aprile 1648 Napoli viene occupata dall’armata spagnola provocando la caduta della repubblica e scatenando la repressione più cruenta nelle campagne e nelle province. Anche a San Severo la reazione dell’aristocrazia è dura e determinata e “le feroci vendette del conte d’Ognate” don Irrigo Valez y Tassis, nuovo viceré di Napoli “fanno tacere ogni moto di libertà”.
L’esperienza repubblicana, che pure “rappresenta il momento più alto” della lotta politica nella società meridionale durante il XVII secolo, fallisce quindi per “l’incapacità tattica, strategica e programmatica” delle forze popolari, ma anche per l’abilità politica del viceré che, grazie all’alleanza più stretta con le forze del baronaggio, alla interessata magnanimità verso il popolo – vengono abolite tutte le gabelle introdotte dopo Carlo V – e all’attrazione di alcuni capi popolari nel campo spagnolo, riesce a ripristinare il dominio della monarchia spagnola nel regno di Napoli.
Superato il momento difficile dei moti di Masaniello, tra il 1647 ed il 1648, la città viene interessata dalla soppressione dei “conventini” i conventi con meno di quattro religiosi, operata a seguito della riforma del 1652 di papa Innocenzo X, che a San Severo costringe alla chiusura ben quattro degli otto conventi maschili. Oltre ai domenicani ed agli agostiniani escono dalla scena cittadina anche i carmelitani e i “rocchettini“, i terziari del terzo ordine di s. Francesco, “per mancanza di rendite sufficienti e per scarso numero di frati“.
Quasi contemporaneamente, per la morte di monsignor Leonardo Severoli, nominato vescovo agli inizi del 1650 in sostituzione del Sacchetti, trasferito a Troia, la città si ritrova per quasi quattro anni, dal 1652 al 1655, senza guida spirituale perché la Santa Sede tarda a nominare il nuovo responsabile diocesano.

Tratto da “San Severo Città di Puglia”
di Carmelo G. Severino
Gangemi Editore