Storia della quercia da sughero e le più importanti aree di produzione

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Le prime testimonianze risalgono agli antichi greci. Ad Efeso nel I secolo a.C. fu ritrovata la prima anfora chiusa con tappo di sughero, mentre nella maggior parte dei casi si usavano tappi di terracotta (argilla), che venivano fissati con uno spago e poi sigillati con vernice, argilla o pece. Della Quercia da sughero, generatrice di questo materiale di pregio, ne parla per primo il filosofo greco Teofrasto, nel IV secolo a.C., nei suoi “Trattati botanici”. La Quercia da sughero nell’antica Grecia veniva venerata, tanto che Plinio il Vecchio nella sua “Storia naturale” la definisce: «consacrata a Zeus». I primi riferimenti al sughero risalgono al terzo millennio a.C., quando in Egitto e in Persia veniva utilizzato nella pesca per le sue proprietà di galleggiamento. Il suo uso in associazione alia conservazione del vino e invece documentato da anfore sigillate con tappi di sughero ritrovate a Efeso e Pompei, vecchie di circa duemila anni. Parliamo dunque di una pianta antichissima, millenaria non amante dei gelidi inverni, ragione per cui il suo habitat naturale era il bacino del Mediterraneo sud occidentale, in particolare nella penisola Iberica, area in cui si concentra ancora oggi la maggior produzione.

Catone il Vecchio (234-149 a.C.) scrisse che le brocche di vino dovevano essere sigillate con sughero e pece dopo la fermentazione. I Romani conoscevano già questo tipo di chiusura, ma fu dimenticato con la caduta dell’Impero Romano. Questo perché la penisola iberica, principale fonte di corteccia di sughero, fu conquistata dai Mori nell’VIII secolo e dominata per lungo tempo.
Con un balzo temporale approdiamo in Portogallo dove nel XIII secolo, per onore di cronaca nel 1209, viene varata la prima legge agraria in favore della protezione delle foreste da sughero (le cosiddette sugherete).
Cinque secoli dopo, più precisamente nel 1665, il medico inglese Robert Hooke nel suo libro Micrographia descrive ciò che osserva con il suo pionieristico microscopio in un pezzettino di sughero e conia il termine più utilizzato della biologia moderna: cellula, «Vedo chiaramente che e tutto perforato e poroso, come un favo, ma con dei pori non regolari. Questi pori, o cellule, […] sono in effetti i primi pori microscopici che io abbia mai visto e che, probabilmente, siano mai stati visti».

Oggi sappiamo che le strutture che a Hooke ricordavano delle celle monacali (nella sua lingua cells) sono il risultato di un processo biologico chiamato “morte cellulare programmata”. Quando, infatti, la corteccia degli alberi matura, le cellule che la compongono muoiono e si svuotano del loro contenuto per lasciare solo le pareti cellulari costituite principalmente da cellulosa, suberina e cere. Questo strato di cellule morte ha la funzione di proteggere la pianta dagli agenti esterni ed e solo parzialmente permeabile all’acqua e ai gas. Questo avviene in tutti gli alberi, ma nella quercia da sughero, non a caso chiamata Quercus suber, da origine a un materiale particolarmente leggero, elastico e impermeabile, ideale a sigillare contenitori di liquidi. La grande diffusione di questo accessorio in campo enologico la si deve alla Francia, dove, a partire dalla seconda meta del XVII secolo divenne sempre più frequente trovare tappi di sughero. Una delle ipotesi più accreditate e quella che attribuisce un merito speciale al “padre” dello Champagne, Pierre Dom Perignon: si dice infatti che il famoso monaco benedettino sia stato anche l’inventore del tappo di sughero per “imprigionare” il vino frizzante e il gas contenuto nel liquido, legando appunto il prodotto naturale all’imboccatura dei suoi piccoli orci; in realtà, Dom Perignon ha studiato e rimodellato la chiusura tipica delle borracce dei pellegrini iberici di passaggio per la sua abbazia, applicandole alle sue produzioni enologiche. Con l’invenzione di Dom Perignon si ha dunque una svolta decisiva per la durata e la conservazione del vino spumante: prima, infatti, i vini dovevano essere conservati entro poco tempo, perché le coperture “primordiali” (soprattutto cunei di legno avvolti in stracci imbevuti di pece o resina) lasciavano fuoriuscire il gas naturale prodotto dalla rifermentazione (quella che genera gas, bollicine e spuma), e dunque sfumare il vino. Nel corso degli anni molti produttori di Champagne cercarono di elaborare un sistema di sigillatura del tappo il più efficiente e performante possibile e fu cosi che nel 1844 il produttore di Champagne Adolphe Jacquesson deposito il primo brevetto non solo della moderna gabbietta ma anche della capsula sulla quale veniva incisa la firma della Maison. Il tappo di sughero, corredato dalla gabbietta, segno l’inizio di una nuova era nel mondo della spumantistica e realizzo, quindi, l’obiettivo individuato dagli enologi, per i quali “il tappo deve chiudere il più possibile, sigillare”: questo significa che niente deve entrare e niente deve uscire e, soprattutto, che “non ci devono essere interazioni di nessun tipo tra tappo e vino”. Nel secolo successive a questa “rivoluzione enologica” si avviarono le piantagioni di quercia di sughero anche in Italia, Francia e Tunisia ed in seguito anche in Russia e negli Stati Uniti. In Italia l’area di diffusione della Quercia da sughero e localizzata principalmente in Sardegna, nel triangolo compreso tra le citta di Sassari, Nuoro e Oristano (Gallura, Barbagia e Iglesiente) la cui superficie a sughereta e di circa 400.000 ettari e la produzione di sughero si aggira intorno ai 100.000 quintali all’anno (circa i due terzi della produzione nazionale). Altre piccole piantagioni si trovano anche in Liguria, Toscana e Sicilia.

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Calangianus ed il Museo del tappo di sughero
Le piante di sughero, in Sardegna, sono talmente abbondanti e gli estrattori, chiamati “lu bucadori”, sono cosi esperti e preparati da aver reso questa zona dell’isola una vera e propria eccellenza riconosciuta in ambito planetario. Qui nell’isola e Calangianus, piccolo comune in provincia di Sassari, in particolare, ad essere considerate a tutti gli effetti “la capitale del sughero”, annovera, infatti, circa 150 aziende artigianali del settore che hanno permesso alia località di essere inserita, sin dal 1979, nella lista dei 100 comuni della piccola grande Italia, vale a dire essere inserita nella classifica dei 100 paesi più industrializzati del nostro Paese. Fu un gruppo di imprenditori francesi a trasformare Calangianus nel borgo del sughero. Agli inizi del XIX secolo, questi, si stabilirono in paese e individuarono l’enorme potenziale delle vaste sugherete dell’Alta Gallura. Non ci volle molto perché le piante che crescevano rigogliose nei dintorni del paese venissero trasformate in una importante fonte di ricchezza sostenibile, che divenne una delle principali fonti di sostentamento per la popolazione. Oggi, infatti, il sughero, insieme al granito, rendono Calangianus una delle località più prospere dell’intera regione oltre che un rinomato centro di produzione e lavorazione di queste pregiate materie prime in ambito internazionale. Basti pensare che i tappi prodotti nelle aziende locali fanno il giro del mondo, arrivando a chiudere bottiglie di vere e proprie eccellenze enologiche come Berlucchi, Mumm e Moet & Chandon. Il sughero della Gallura non viene trasformato soltanto in tappi e turaccioli, ma viene impiegato anche per la produzione di galleggianti, rivestimenti isolanti e linoleum oltre che in numerosi prodotti di oggettistica dalla forte connotazione tradizionale, particolarmente amati dai turisti che ne fanno incetta durante le proprie vacanze in Gallura.

Ed e proprio a Calangianus che, nel 2011, l’Associazione Contiamoci istituì il Museo del Sughero ospitato all’interno della splendida cornice settecentesca del Convento dei Cappuccini, in via San Francesco. Allestita su due piani, l’esposizione propone, al piano terra, sei sale, nelle quali si possono ammirare antiche macchine ed utensili per la lavorazione del sughero, e due sale al piano superiore dove viene dedicato maggiore spazio ai prodotti dell’artigianato, della lavorazione e della cultura del sughero. Sempre al piano superiore, inoltre, e stato ricavato un salone multimediale in cui, attraverso foto e video, vengono illustrate le diverse fasi della lavorazione del sughero, un processo lungo e complesso che richiede particolari accortezze e competenze. Non a caso a Calangianus è stata fondata una scuola professionale dedicata all’industria del sughero che forma i nuovi artigiani ed esperti nell’estrazione e nella lavorazione di questa preziosa materia prima. Non ci si può, infatti, improvvisare coltivatori di sughero. Questa attività necessita di un’accurata preparazione oltre che di grande pazienza.

tratto da
SCHIAMPAGNA
Lo Spumante Classico Italiano

AA.VV.
Marcianum Press