Paolo Venusi

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In Capitanata Paolo Venusi e stato un personaggio di rilievo nei preparativi dei moti, ma la sua figura va ricordata non tanto per ciò che ha fatto prima del 1820, quanto per la eroica opposizione che, sempre da «effervescente e imprudente settario», ha opposto fino all’ultimo istante della sua vita alia restaurazione del regime borbonico. Nacque a San Severe il 22 settembre 1783 (da Michele e Lucrezia Laterza) e aveva circa 16 anni in quel tragico febbraio del 1799. Era un seminarista. L’albero della liberta, la folla festante e il massacro che ne segui devono averlo profondamente segnato.

Nel 1819 lo troviamo giovane prete, mansionario nella collegiata di San Giovanni Battista a San Severo1 in rotta con il clero di quella chiesa, perche, non avendo prebenda alcuna, aveva chiesto per se e per gli altri mansionari il diritto di partecipazione alle ricettizie, alia divisione, cioe, delle rendite della chiesa. La sua richiesta non venne accolta per un decreto del re del 27 ottobre dello stesso anno, che stabiliva «non doversi ammettere nelle Ricettizie medesime Chierico alcuno alla Partecipazione»2. Instancabile organizzatore della rivolta, dopo il “Nonimestre” fu sottoposto a stretta sorveglianza, perche ritenuto uno dei mandanti degli omicidi di Giuseppe Zampino e Giuseppe Tosiani (agenti del govemo), e per nessuna ragione poteva lasciare la citta. Malgrado ciò, Venusi il 20 ottobre 1821, grazie a un passaporto concessogli con «imprudenza» dal sindaco di San Severo, Pietro Montedoro, e vistato con «maggiore imprudenza» dal sottintendente interino Stefano Lapiccola, riusci a raggiungere Napoli per stabilire contatti con gli ambienti della Carboneria e per coordinare un comune piano d’ azione. Al suo rientro a San Severo fu arrestato e, per disposizioni di Baratelli, venne condannato al confino nel convento dei Padri Missionari di Santa Maria della Consolazione di Deliceto, che ospitava altri carbonari del Distretto di Ariano3. Ebbe inizio il periodo piu travagliato dell’esistenza del prete carbonaro, durante il quale fu sottoposto a indicibili sofferenze fisiche e morali, che sopporto sempre con grande dignita, sebbene il suo corpo fosse gia minato dalla tubercolosi. Il 13 novembre venne ascoltato da Carlo Quarto, Procuratore Gencrale della Gran Corte Speciale di Lucera, che gli confermò il provvedimento e gli intimò di raggiungere al piu presto Deliceto4. Alle ore 18,00 del 16 novembre giunse al convento, dove gli fu assegnata una piccola, buia e umida cella, ma «i cibari» (le spese di sostentamento) furono, per tutta la durata del soggiomo, a suo totale carico. Venusi era sorvegliato a vista, non poteva uscire dalle mura del convento, coloro che andavano a fargli visita dovevano essere autorizzati dalle autorità di polizia e ogni quindici giomi il padre superiore del convento, Felice Maria Cassese, aveva l’obbligo di inviare all’Intendente un rapporto «esatto e preciso» sulla condotta del confinato. Il rigido clima di Deliceto aggravo il male di Venusi, tanto che dopo pochi giomi ebbe una violenta emottisi. Il padre superiore informo subito l’Intendente: «Venusi ha dato fuori gran quantità di sangue», allegandovi il referto del medico del convento Nicola Coletti, «dotato di sapere e probità», il quale, per il clima rigido del convento, era del parere di trasferirlo a San Severe, luogo «dal clima piu benigno»5.

Zurlo invece dispose che il prete carbonaro venisse visitato, a proprie spese, da due «professori di arte salutare», alia presenza di Nicola Bemalda, sottintendente di Bovino, per accertare se il clima fosse veramente nocivo alia sua salute. Se la situazione lo avesse richiesto, Venusi sarebbe stato trasferito a Napoli, luogo certamente piu mite di San Severo6.
Don Paolo allora scrisse una lettera all’Intendente, nella quale faceva presente che le sue disponibilità economiche non gli consentivano di mantenersi a Deliceto e di pagare, per giunta, le spese per la visita medica e aggiungeva: «Io la prego di lasciarmi morire disperato e come mi trovo, senza quegli aiuti che la natura richiede e che la polizia locale non può accordarmi, perchè io non sono al capo di poter disporre neppure di un altro sol ducato, non essendomi lasciato che un solo sei carlini. Se poi tale accesso non reca per me alcun interesse, che vengano pure i prelodati signori, perche conosceranno la verità del fatto. E di bene, intanto, che Ella imponga con un suo officio a questo Padre Superiore di trattare la prelodata autorità con tutto il seguito, affinche poi non venga con la sua pitoccheria ad accrescere le angustie nelle quali mi trovo»7.
I dottori Francesco Saverio Lombardi ed Emanuele Santoro visitarono il detenuto il 5 dicembre 1821. Zurlo era scettico sui mali che affliggevano Venusi e, qualche giomo prima, aveva espresso a Baratelli dubbi sulla sua emottisi, perche pensava che «o fosse finta o artificiosamente procurata». E informava il ministro che il detenuto, non facendo parte del Capitolo dei canonici, «godeva di un beneficio minore» e quindi difficilmente poteva pagare quanto gli veniva richiesto. Il referto dei due medici fu abbastanza eloquente sulla gravità del male che affliggeva Venusi, il quale aveva «colorito defedato, labbra bianche, polso debole, febbricitante. Con la tosse mena fuori dalla bocca uno spurgo piuttosto sieroso, oscuro che indica qualche lesione nelle viscere del petto o dei polmoni». Entrambi i medici, il cui compenso fu di 3 ducati ciascuno, furono del parere che Venusi lasciasse il clima rigido di Deliceto8. Anche Bemalda manifesto qualche dubbio e scrisse nel suo rapporto: «Venusi ha sofferto i morroidi e questi li portavano grand’esito di sangue. Ora i morroidi son chiusi per cui non so definire se lo spurgo di sangue sia derivato dai morroidi che non hanno ubbidito, o pure d’altra causa. La tosse non vi e dubbio che l’affligge perchè spesso ne riceve degli insulti. Il suo volto e soffribile; le labbra sono perfettamente bianche»9.
Tutto lasciava supporre che il prete lasciasse Deliceto e, prima che l’Intendente decidesse sulla sua sorte, Venusi gli inviò una lettera in cui gli chiedeva di fare in modo che la sua situazione non peggiorasse e di farlo tomare «in mia casa, dove ricever potrei un po’ di triegua dal medesimo male atteso il clima natio». Qualunque altra soluzione adottata, aggiunse, «sarebbe per me distruttiva e desolante». Sua madre aveva settant’anni ed era confinata in un letto per “apoplesia” e lui non aveva mezzi finanziari. Possedeva «un sol quadrino»10. I rapporti quindicinali, che il Superiore del convento inviava all’Intendente, evidenziavano sempre la esemplare condotta di Venusi e il suo ritorno a casa era dato, praticamente, per scontato. Ma i tempi della burocrazia erano lunghi e Venusi, dopo essere stato sottoposto alia visita medica, pur di lasciare Deliceto nel più breve tempo possibile, si finse pazzo, spaventando il Superiore del convento. «Il sacerdote don Paolo Venusi di San Severe e incorso un altro male di tutti il più serio», mandò a dire allarmato a Zurlo, «La sua ipocondria e degenerata in follia. Sono tre giorni che il poveretto ha perduto l’uso della ragione. La prima notte tenne molto inquieta la comunità, ed io dovei farlo guardare da due familiari, acciò non si fosse precipitate dalla finestra. Ora non dura in quel furore, ma seguita il vaneggiamento. Se mai ritornasse al furore, scortato da due civici lo farò condurre a suoi piedi, e la nota sua prudenza mi avrà per iscusato»11.
Il sottintendente di San Severo avvisò la famiglia che Venusi era diventato pazzo e Zurlo era propenso a mandarlo a casa per Natale. Ma un intervento di Vincenzo Moscariello, giudice istruttore di San Severo, fece cadere ogni speranza. Il ritorno di Venusi a San Severo, scrisse, potrebbe essere «pericolosissimo all’ordine pubblico». Le indagini che aveva condotto confermavano, senza dubbio alcuno, che Venusi era stato uno dei mandanti degli omicidi dei due agenti di polizia e che era ancora in corrispondenza con il noto brigante Antonio De Nigris e con Andrea Valiante di lelsi (altro personaggio di spicco della rivoluzione)12.

Il suo ritorno a San Severo avrebbe potuto nuocere alia pubblica tranquillità, perché, concluse, «Venusi insieme a d’Ambrosio, Cavalli e Ricci sono quelle persone che nelle passate emergenze politiche intorbidarono la pubblica pace e, quantunque niuno de’ sopracitati individui cede l’altro per spirito rivoluzionario, pure il primato bisogna darsi al nominate Venusi, cospiratore ed incapace di ravvdimento»13.
Cosi, nonostante la malattia che lo affliggeva e la buona condotta, Venusi resto a Deliceto. I pochi ducati che gli mandavano da casa non bastavano a coprire le spese per il suo mantenimento e gli arretrati costituivano per la già misera economia della comunità, un grosso problema. Il Superiore del convento, che pure elogiava il comportamento del prete carbonaro e all’Intendente diceva che era giunto il momento di porre termine al suo ritiro, perché trattenerlo ancora sarebbe stato «causa non di emenda, ma di folle disperazione», non cessava di lamentarsi. La sottintendenza di San Severo fu costretta ad anticipare i ducati che il convento chiedeva con insistenza. Baratelli fu però irremovibile. Venusi doveva restava a Deliceto, sempre a sue spese, sotto l’assiduo controllo del Superiore, che aveva anche l’obbligo di conoscere le persone che andavano a fargli visita e lo scopo dei colloqui14. La situazione non muto per lunghi mesi e Venusi non poteva più pagare la retta: «Io non sono possessore, che di un assai tenue patrimonio come rilevasi dalla Fondiaria». Doveva al convento sedici ducati e il sottintendente doveva “efficacemente” obbligare la famiglia di Venusi a pagare15. Vi fu una indagine patrimoniale sulla famiglia del prete e risulta che possedeva due sottani affittati, la cui pigione era stata già riscossa in anticipo, e una vigna che avrebbe dato il suo raccolto a settembre. “L’attrasso”, ossia i soldi che Venusi doveva al convento, aveva superato i 19 ducati e a estinguere il debito fu l’arcidiacono Tura di San Severe. Venusi non poteva più pagare e le ristrettezze economiche del convento imponevano, al Superiore e a Zurlo, di risolvere l’incresciosa situazione.
Fu trovato l’espediente: il superiore riabilitò il prete a celebrare le Sante Messe, in modo che con il ricavato potesse vivere16. La salute di Venusi peggiorava ed egli, in una dignitosa supplica a Zurlo, scrisse: «Io qui non ho più come fare per sostenermi. Io ho mangiato sinora il pane de’ miei Avi, e quello de’ propri onesti sudori. Io non partecipo di benefizio alcuno chiesastico». E a dimostrazione che non nutriva sentimenti di vendetta nei confronti di alcuno, concluse dicendo: «la mia morale non e quella dipinta dal livore»17. Finalmente Giuseppe Clery, ministro della Polizia Generale, autorizzo la sua liberazione, e alle ore 19 del 26 ottobre 1822, dopo circa dieci mesi, Venusi lasciò Deliceto per rientrare a San Severe, «con pena di tutta questa comunità, la quale e restata edificata dalla di lui condotta e morale», come ebbe a scrivere il nuovo Superiore del convento, padre Luigi Sanitate, nel suo ultimo rapporto all’Intendente.

A casa c’erano ad attenderlo la madre settantenne e ammalata e i debiti, che aveva contratto durante il soggiorno a Deliceto, da pagare. Fu costretto a vendere il piccolo vigneto a un prezzo irrisorio. Ormai a quarant’anni era un uomo finito, perché la tubercolosi, aggravatasi nel freddo umido del convento di Deliceto, non gli offriva più scampo. In una simile situazione, Venusi fu anche tentato di mettere da parte gli ideali, che fino ad allora avevano guidato la sua vita, e di dedicare più tempo a se stesso per alleviare i suoi mali. Alla fine, però, decise di continuare la sua lotta contro l’assolutismo borbonico. Cosi, qualche mese dopo il suo rientro a San Severe, già correva voce che «il conosciutissimo sacerdote», come scrisse Camillo Como18, «ha ricominciato a vaneggiare sulle sue criminose  stravaganze e sta formando nuovi progetti per una novella società di cui si e dichiarato l’Arconte». Per Como le voci non erano prive di fondamento, perché, da informazioni assunte, Venusi aveva venduto un podere a metà del suo effettivo valore e con i soldi aveva fatto «covrire i balconi della sua abitazione per togliersi alia vista di chicchessia»19.
Scattò di nuovo il timore di una rivolta e mentre Zurlo, conoscendo «l’indole perversa» del carbonaro, chiedeva a Intonti di farlo condurre «in un castello della capitale» a sua disposizione, Venusi stesso si recava da Como per dirgli che le voci che circolavano sul suo conto erano false20. Cosi però non era, perché aveva ricostituito alcune sezioni della Tribù e delle Compagnie scelte, una della quali si chiamò La Terribile, di cui nominò Gran Maestro il “non ignoto” Vincenzo Cavalli, uno dei suoi più fedeli seguaci. Con lui c’erano gli immancabili Giovanni D’Ambrosio e la moglie Colomba Galiani, che riunivano i carbonari nei sotterranei del loro palazzo nel cuore di San Severe, il farmacista Giovanni Schiavone, Giovanni lannantuono, Antonio Petrone, Vincenzo Faralla, Gennaro Lufino e altri. Ecco dunque don Paolo di nuovo nell’occhio del ciclone: era ricercato dall’Intendente, per la costituzione di una nuova Tribù a San Severo, e dal Procuratore Generale della Gran Corte Criminale di Lucera, per la vecchia faccenda dell’omicidio Tosiani. Fu arrestato per ordine di quest’ultimo dal tenente Di Tullio e dal maresciallo La Rocca della gendarmeria di San Severo, all’insaputa dell’Intendente, la notte tra il 9 e il 10 maggio 1823, insieme a Vincenzo Ricci, l’ex celestino. Gli arresti provocarono la fuga di molte persone dalle proprie abitazioni, per timore di rappresaglie da parte della polizia. Tra gli altri lasciarono San Severo anche Vincenzo Cavalli, Giovanni D’Ambrosio e la moglie (anch’essa colpita da un mandate di cattura della Gran Corte Criminale), che in un primo momento si rifugiarono nella masseria di Carlo Del Sordo, denominata S. Matteo, a sei miglia da San Severo, e poi andarono nel Gargano, facendo perdere le loro tracce.

Zurlo non condivise l’operato del Procuratore, perché la non concordata carcerazione di Venusi gli aveva impedito di svolgere indagini più accurate per imprigionare tutti i component! della nuova setta21 e, per riprendere il filo delle indagini, fece ricorso a un altro ispettore di polizia, un certo Vincenzo Granito di Bovino, che fu inviato a San Severo per collaborare con il sottintendente, il giudice istruttore Moscariello e il giudice regio del circondario, Stanislao Falcone, alle indagini sulla nuova setta. Como non mancò di esternare il suo «vivo dispiacere nel vedere destinato dal Governo un estraneo funzionario di Polizia per assumere una istruzione su di oggetti, che io avea rappresentato impossibili a conoscersi», e concluse che le indagini di Granito nulla avevano aggiunto a quello che già lui aveva scoperto, «erano risaputissime cose»22. Zurlo di rimando gli ricordò che: «e necessario che l’uomo del Governo unisca alia freddezza di un animo non preoccupato da passioni di parte, la più attiva diligenza, onde mettersi subito a giorno del vero. Quando il male esiste, e d’uopo spiegare la più inflessibile fermezza, e la più fervida celerità nei mezzi di repressione»23. Per Zurlo i sospettati dovevano essere arrestati «subito colla massima destrezza, onde nessuno dei nominati ne sfugga» e le loro abitazioni perquisite, per cercare «carte ed altri oggetti, che potrebbero porgere elementi di valida prova».
La notte tra il 19 e il 20 agosto del 1823 vennero arrestati anche Giovanni lannantuono, Vincenzo Cavalli e Filippo Panunzio e condotti nelle carceri di Foggia24. Sfuggirono alia cattura Giovanni Schiavone (che verrà arrestato la notte del 31 agosto) e Antonio Petrone, che si era rifugiato a Serracapriola in casa di Domenico Salciti. La polizia lo sapeva, ma non c’erano gendarmi per andare ad arrestarlo. In casa di Vincenzo Cavalli fu trovata una lettera del noto colonnello Valiante e in quella di Schiavone un fucile con alcuni proiettili. Tuttavia il successo dell’operazione di polizia fu notevole, perché si era sventato un nuovo complotto, tanto che il sottintendente Como poteva scrivere con soddisfazione: «Gli ultimi arresti sono stati oltremodo proficui alla pace di questa città […]. Io veggo al presente raffermata la tranquillità; e lo sarà maggiormente per l’avvenire laddove S. E. il Ministro della Polizia Generale vorrà benignarsi di disporre in modo che i detenuti in discorso più non faccian ritorno in questi luoghi. Potrebbe doversi ciò alla quiete di sedicimila abitanti»25.
Don Paolo Venusi non sarebbe uscito vivo dalle carceri. Il suo corpo, già consunto dalla tisi, non sopporto la detenzione nelle tetre prigioni di Lucera, dove fu rinchiuso in attesa del processo. Mori nella sua cella il 22 febbraio 1824, a poco più di quarant’anni. Gli altri se la cavarono con alcuni anni di prigione e, quasi tutti, quando uscirono di galera, ormai domati nel corpo e nello spirito, abbandonarono le loro idee sovversive.

NOTE
1. Mansionario era il sacerdote aggregate al Capitolo, che godeva di un beneficio minore. Non facendo parte del Capitolo dei canonici, non aveva diritto alla partecipazione delle ricettizie: V. Tito, Memorie della Parrocchiale e Collegiata chiesa di San Giovanni Battista nella citta di San Severo, Napoli 1859, p. 131.
2 Ivi, p. 132.
3. F. Baratelli a B. Zurlo, Napoli, 3 novembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
4. C. Quarto a Zurlo, Lucera, 14 novembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
5. Padre F.M. Cassese a B. Zurlo, Deliceto, 21 novembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f.686.
6. B. Zurlo a F.M. Cassese, Foggia, 24 novembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
7. P. Venusi a B. Zurlo, Deliceto, 26 novembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
8. B. Zurlo a F. Baratelli, Foggia, 6 dicembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
9. N. Bernalda a B. Zurlo, Bovino, 9 dicembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
10. P. Venusi a B. Zurlo, Deliceto, 7 dicembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686. A Napoli il quadrino o, meglio, quattrino era la quarta parte del grano, che, a sua volta, era la centesima parte del ducato.
11. F.M. Cassese a B. Zurlo, Deliceto, 12 dicembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
12. Andrea Valiante di Saverio, nacque a lelsi il 1° dicembre 1761. Giacobino, implicate nelle congiure organizzate nel cenacolo della contessa di Castelbottaccio, fu arrestato nel 1795 e rinchiuso per circa due anni, prima nelle carceri di Lucera e poi a Castel Sant’Elmo a Napoli. Durante la Repubblica partenopea fu nominato Commissario di Guerra del Dipartimento di Sangro e operò a Campobasso, Baranello, Riccia, Larino e Termoli, senza lasciare un buon ricordo per le consistenti taglie che imponeva ai comuni. Nel giugno del 1799, caduta la Repubblica, Valiante fuggi mescolandosi ai soldati francesi. Si stabili a Marsiglia, dove con il grado di colonnello divenne funzionario del Deposito Generale dei rifugiati italiani. Aveva quarantacinque anni, quando nel 1806 rientro a Napoli al seguito di Giuseppe Bonaparte, al quale chiese la nomina a generale, che, però, gli venne rifiutata. Nel 1820 Valiante era un “effervescente” carbonaro e, per evitare la galera, raggiunse Guglielmo Pepe ad Avellino, offrendogli i suoi servizi e il generale lo invio a San Severo dal sottintendente Rodino, perché lo nascondesse. Nel 1821 comandava la Legione del Molise, che avrebbe dovuto raggiungere Guglielmo Pepe all’Aquila, ma ciò non accadde, perché i legionari si sbandarono per strada. Subito dopo la Restaurazione, Valiante venne arrestato in casa sua a lelsi e, condannato all’ergastolo, fu condotto a Favignana. Nel 1827, in occasione della nascita del conte di Trapani, la pena gli fu commutata a trent’anni di relegazione da scontare nell’isola di Pantelleria, dove mori l’8 ottobre 1829: G. Masciotta, Il Molise dalle origini ainostri giorni. II, Circondario di Campomarino, Napoli 1915, pp. 196-199.
13. V. Moscariello a B. Zurlo, San Severo, 3 gennaio 1822, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
14. F. Baratelli a B. Zurlo, Napoli, 26 gennaio 1822, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
15. B. Zurlo a S. Lapiccola, Foggia, 25 aprile 1822, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
16. F.M. Cassese a B. Zurlo Deliceto, 4 agosto 1822, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
17. P. Venusi a B. Zurlo, Deliceto, 13 settembre 1821, ASFG., Polizia Serie II, b. 37, f. 686.
18. Camillo Como dei duchi di Casalnuovo, sottintendente della citta dal 1823 al 1833, fu, oltre che solerte funzionario, anche benefattore dei cittadini del Distretto.
19. C. Como a B. Zurlo, San Severo, 3 maggio 1823, ASFG., Polizia Serie II, b. 63, f. 1541.
20. B. Zurlo a N. Intonti, Foggia, 6 maggio 1823, ASFG., Polizia Serie II, b.63, f. 1541.
21. Con l’arresto di Venusi si manifesto in tutta la sua gravita 1’attrito che già da tempo c’era tra la Giustizia Criminale e l’Alta Polizia, o, meglio ancora, tra i responsabili dei due rami nella provincia di Capitanata, il Regio Procuratore Generale presso la Gran Corte Criminale di Lucera e l’Intendente. La polemica durò a lungo, perché l’Intendente, oltre a non essere stato messo al corrente dell’arresto di Venusi, non sapeva nemmeno quali erano le accuse che il Regio Procuratore Generale contestava al prete carbonaro. Zurlo espresse tutto il suo rammarico al Direttore Generale della Polizia. «E veramente doloroso», scrisse, «che le Autorità Giudiziarie si adombrino ad ogni passo della Polizia e cerchino di attraversarla nelle sue essenziali attribuzioni; e lo e molto più, allorché esse senza conoscere ne il principio ne il fine della Polizia, si lascino spingere dalla loro malintesa gelosia ad avanzare doglianze ai Superiori […]. Avendo la Polizia delle mire che non può comunicare ad altre Autorità della provincia, e un abuso troppo grave che queste si arroghino il diritto di sindacare tutte le operazioni di Polizia sotto il pretesto, per lo più insussistente, di violare formalità»: B. Zurlo a N. Intonti, Foggia, 9 agosto 1823, ASFG., Polizia Serie II, b. 63, f. 1541.
22. C. Como a B. Zurlo, San Severo, 15 luglio 1823, ASFG., Polizia Serie II, b.63, f. 1541.
23. B. Zurlo a C. Como, Foggia, 19 giugno 1823, ASFG., Polizia Serie II, b. 67, f. 1682.
24. B. Zurlo a C. Como, Foggia, 17 agosto 1823, ASFG., Polizia Serie II, b.63, f. 1541.
25. C. Como a B. Zurlo, San Severo, 1° settembre 1823, ASFG., Polizia Serie II, b. 63, f. 1541.

Tratto da: La Capitanata tra Rivoluzione e Restaurazione (1820-1830)
di Giuseppe Clemente
Società di Storia Patria per la Puglia
Bari 2020