MICHELE MORELLI e GIUSEPPE SILVATI

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I Martiri della repubblica partenopea

Lo spergiuro Ferdinando Borbone tornò nel regno dopo che fu tutto occupato dalle truppe austriache (24 aprile 1821), accolto dai servi più sozzi colle solite feste nella città mesta dei fatti passati, e tremante dell’avvenire. Le forche innalzate dal principe Canosa (nominato da Ferdinando capo della polizia generale) avevano messa la desolazione da un capo all’altro del Regno : gli uomini più notevoli erano prigionieri o fuggiaschi, carcerati i generali COLLETTA, PEDRINELLI, ARCOVITO, COLONNA, COSTA, RUSSO, BEGANI; e i deputati BORELLI, POERIO, PICCOLELLIS, GABRIELE PEPE (generale come i suoi omonimi Florestano e Guglielmo); i consiglieri di Stato ROSSI, BRUNO e BOZZELLI e altri autorevoli cittadini, rei di aver creduto ai giuramenti del re.
Ferdinando, poco dopo il suo arrivo in città (15 maggio 1821) pubblicò un decreto promettendo “perdono agli sconsiderati che, costretti dalla forza, o indotti dal timore, dalla sedizione o altra causa scusante, si erano ascritti alla carboneria o ad altre società segrete, purché non fossero nel numero dei cospiratori”. Dopo la pubblicazione di questo decreto furono in un sol giorno arrestati sessantasei militari o settari di quelli che ai primi di luglio dell’anno precedente si erano accampati a Monteforte, e che non erano fuggiti, credendo di essere assicurati dal giuramento fatto dal re.
Il generale GUGLIELMO PEPEFra questi era il colonnello CELETANI, il tenente colonnello TUPPUTI, il maggiore GASTONE, il maggiore STAITI, il capitano PRISTIPINO. Contro di essi fu aperto un processo. Il generale GUGLIELMO PEPE, il colonnello De CONCILI, il colonnello PISA e molti altri si erano già rifugiati in Spagna. Nei primi tempi riuscirono a sottrarsi all’arresto anche i sottotenenti MORELLI e SILVATI, che erano stati i primi a dare il segno della rivolta e a disertare dai quartieri di Nola. Essi, dopo la disfatta dell’esercito a Rieti e l’entrata delle schiere austriache, fuggirono nelle campagne, dirigendosi verso le Puglie. Il Morelli, a capo di 500 soldati partigiani, correva le campagne intorno alla città di Mirabella.
Ma la foga dei suoi con il tempo diminuiva, mentre altri disertavano, e altri ancora si mostravano schivi ai pericoli. Morelli li licenziò tutti, e solo con Silvati, compagno antico, correndo verso il mare, approdarono nei lidi di Ragusi; ma privi di passaporto e mostrando le ansietà dei fuggiaschi, suscitato sospetto alle autorità del luogo furono fermati, catturati, imprigionati, infine spediti (avevan detto essere di Romagna) in Ancona. Lì le menzogne si palesarono: i nomi che si erano inventati erano ignoti alla finta patria; il parlar napoletano, i dubbi nel rispondere, le varietà dell’uno e l’altro sopra fatti comuni, le note vicissitudini e i luoghi e i tempi accertavano che erano due fuggitivi; però, mantenendosi guardinghi i loro carcerieri aspettavano di consegnarli al governo di Napoli.
Quando però presentandosi con i loro veri nomi, dissero di essere ufficiali del reggimento Principe, partecipanti ai moti civili del 1820, ma discolpati dal decreto del re, quelli per non aver fastidi con il Re di Napoli li rimandarono nel loro regno scortati da numerose guardie. Solo Silvati vi giunse, mentre Morelli ebbe invece altra sorte: entrato per natural bisogno in una cava, le guardie fuori lo attesero, ma la spelonca allargandosi all’interno, possedeva un’altra uscita nell’opposta valle. Per quella il Morelli fuggì. Di foresta in foresta, camminando solo nella notte, andò negli Abruzzi, scese nelle Puglie, intendeva passare in Calabria, cercare danaro dai suoi parenti, ed imbarcarsi di nuovo, con più felici speranze, per la Grecia.
Incontrato da alcuni ladri, fu derubato e percosso; ma poiché tenne nascoste in una cinta poche monete d’oro, dopo la spiacevole avventura, si fece animo a proseguì il cammino. Quasi nudo e tutto scalzo, camminando poco, ma soffrendo tanto, entrò nel piccolo villaggio chiamato Chienti (n.r. Chieuti): provvide da un calzolaio scarpe, cibo e vesti e lo pagò con una moneta di sei ducati, ricchezza non conforme alla visibile povertà del suo stato. Il calzolaio insospettito, svelò i suoi dubbi ai ministri locali. Morelli fu fermato, arrestato e, messo in catene (n.r. portato prima a San Severo) fu spedito a Napoli. Lui e Silvati fecero aumentare d’importanza il processo già iniziato a Monteforte.

Furono scelti come giudici uomini non curanti pieni d’ infamia. La colpa dei prigionieri era di avere disertato le bandiere, e di essere stati i promotori della rivoluzione. Morelli e Silvati ne aveano dato per primi l’esempio. Ma il re accettò quei patti, giurò la costituzione proclamata dapprima in Nola e poi in tutto il Regno, e invocò sul suo capo la vendetta di Dio se fallisse al giuramento. Quindi, non vi era più colpa né per i responsabili che avevano iniziato né per i loro seguaci. Così diceva la ragione e la logica; ma non così voleva l’empio Borbone.
Il processo durò a lungo, e il dibattimento correva sempre di più verso un’empia conclusione. Alcuni degli accusati furono condotti al tribunale gravemente ammalati: due cadevano essendo febbricitanti, uno sputante sangue dai polmoni, un altro era lordo di sangue che usciva da ferite riaperte. Dalla Gran Corte speciale che doveva giudicare erano stati rimossi i giudici più umani, e messi al loro posto i più servili e crudeli, pronti a condannare a ogni costo. Pure il giudice De Simone, commosso a tal vista, domandò ai suoi compagni: Siamo qui giudici o carnefici ? e chiese che fosse differito il giudizio. Il pubblico che assisteva applaudì questo suo intervento: ma il presidente ammonì il giudice umano e ordinò alle guardie austriache di cacciare con le armi in pugno gli impietositi; la più parte dei giudici, solleciti del favore del Re e non curanti d’infamia, continuarono a fare il loro mestiere di carnefici.

Il colonnello CELENTANI difese energicamente gli ufficiali del suo reggimento, dichiarandoli innocenti, perché non liberi e costretti a obbedire ai comandi del capo supremo, concluse che, se nei moti del 1820 vi era colpa, quanto al suo reggimento, egli solo si riteneva reo, lui solo si doveva punire, ed assolvere ogni altro.
Generoso coraggio espressero anche gli avvocati difensori, i quali, senza curarsi dei pericoli che venivano da una causa già decisa, difesero arditamente i prigionieri, dimostrando che l’assenso e i giuramenti del Re poneva gli accusati nell’innocenza.
Ma non giovò a nulla, né la forza delle ragioni né l’affetto per i disgraziati. Tre giudici votarono per la morte, tre per l’assoluzione degli accusati: il presidente, contro la consuetudine in simili casi, stette coi primi. Il 10 di settembre dell’anno 1822 Michele Morelli e Giuseppe Silvati furono condannati e condotti il giorno dopo alla forca; e morirono da forti come erano vissuti.

Morelli, più volte interrogato dai giudici, rispose: “Mancai, lo confesso, ai giuramento della milizia: ma anche il RE mancò perché giurò di perdonare al mio mancato giuramento”. Mentre saliva al patibolo ricordò gli eroi del 1799, periti vittime dell’iniquità e degli spergiuri di quello stesso Re, che ora ancora spergiurava e si lordava le mani con il sangue di uomini liberi. Morelli si sforzò anche di parlare al popolo silenzioso e costernato, ma i tamburi austriaci gli coprirono la parola. Pochi minuti dopo i corpi di Michele Morelli e di Giuseppe Silvati pendevano dalla forca.
I tre giudici benigni furono rimossi dall’ufficio, quelli severi promossi. “Giustizia” fu fatta.

Tratto da “I MARTIRI DELLA LIBERTA’ ITALIANA”
di ATTO VANNUCCI
Firenze, 20 agosto 1877

 

Michele Morelli

Dopo la sconfitta di Antrodoco, Morelli e Silvati con circa cinquecento uomini si ritirarono nei dintomi di Mirabella, presso Avellino, nel tentativo di sollevare la popolazione e di organizzare una guerriglia contro le truppe austriache. I suoi soldati, però, «sfiduciati e stanchi», un po’ alla volta li abbandonarono. Rimasero soli e cercarono di raggiungere le coste pugliesi per passare in Grecia e combattere per la liberta di quel popolo contro la Turchia. Riuscirono a raggiungere i Balcani, ma vennero arrestati a Ragusa e rimandati ad Ancona, da dove, accompagnati da due gendarmi, vennero condotti a Napoli. Durante una sosta notturna al porto di Fermo, però riuscirono a fuggire. Singolari le circostanze della fuga di Morelli che, ci riferisce Colletta, «Entrando per natural bisogno in una cava, le guardie custodivano 1’uscita; ma la spelonca, dilungandosi nel seno del monte, aveva altro varco nella valle opposta. Per quella il Morelli fuggi»1. Anche Silvati riusci a scappare, ma venne subito catturato in Abruzzo, mentre Morelli giunse in Molise a Campomarino, dove si fermo per mangiare un polio e affittare un cavallo. Fu visto pagare il pranzo con una moneta d’oro di 4 ducati e, ripreso il cammino, fu assalito da cinque ladri armati che gli presero solo «16 o 17 carlini». Lo picchiarono e lo lasciarono tramortito al suolo, ma non si accorsero che aveva ancora ben nascosti nell’orlo della camicia ben 30 ducati d’oro. La polizia lo cercava e sapeva che si aggirava sotto il falso nome di Luigi d’Epiro, sbarcato in Ancona, proveniente da Ragusa, «disertore delle truppe napoletane»2. A piedi raggiunse di notte Chieuti, un paesino in provincia di Foggia. Si fermo in una casa a pian terreno, la cui porta era socchiusa, e chiese al padrone un paio di scarpe, che non ebbe. Stava per andare via, quando venne fermato da tre uomini armati (erano della Guardia civica), che, pur non riconoscendolo, lo arrestarono3.

Erano le due della notte tra il 1° e il 2 di agosto e la mattina dopo fu condotto dal giudice regio di Serracapriola al quale, dopo avere detto di chiamarsi prima Matteo Gioacchino, soldato congedato negli Abruzzi, poi Luigi Frelenda di Otranto, confesso di essere Michele Morelli, arrestato insieme a Silvati e di essere riuscito a fuggire mentre la gendarmeria dello Stato Pontificio lo scortava nel Regno di Napoli.
Le tre guardie civiche di Chieuti, Michelangelo Bianchi, capoposto, Ferdinando Mancini e Giacomantonio De Curtis chiesero i mille ducati del “premio” per la cattura4, ma li reclamavano anche le guardie civiche di Serracapriola, perché in quel comune si era scoperta l’identità del detenuto. La taglia venne data alle guardie di Chieuti nel successive mese di ottobre5. Il capitano della gendarmeria Taiani, considerata 1’importanza del detenuto, andò personalmente a Serracapriola a prelevarlo e il 5 agosto, era una domenica, scortato da un distaccamento di 15 fra sottufficiale e gendarmi e di 11 cavalleggeri austriaci, lo condusse a San Severe, dove fu rinchiuso nelle locali carceri, dopo che venne disposto un accurate servizio di sorveglianza. Il detenuto venne rinchiuso in una cella, la cui «cancella sporgeva nel mezzo della piazza», dove si era radunata una folla di curiosi per vederlo.
Tra la gente c’era Pasquale Cicerale, «il primo de’ carbonari» del Distretto di San Severo, abbastanza note alla polizia, che, dopo essere passato e ripassato più volte davanti a Morelli, riuscì a incrociare il suo sguardo e a fare «taluni gesti con gli occhi e colla testa, mordendosi le labbra, di maniera che la popolazione colà esistente in buona parte lo ha avvertito con ammirazione. Considerando noi che i gesti suddetti potevano essere gesti carbonici, e che il Cicerale l’aveva fatto per avvertire il detenuto, o per far conoscere che ancora era permanente la frenesia settaria, o pure procurare la sua evasione, ci siamo inoltrati avanti alia sua persona per arrestarlo, ma nell’atto di accostarci Cicerale si e dato alla fuga, confondendosi in mezzo alia folla della popolazione».
I carbonari di San Severo si erano mobilitati per liberare Morelli, simbolo della rivolta, e avevano affidato il compito di “segnalare” al prigioniero le loro intenzioni proprio a Cicerale. Il sergente della Guardia civica, Domenico Pansa, capì ciò che stava accadendo e tento di ucciderlo, o, quanto meno, di arrestarlo. Cicerale riuscì a fuggire, anche perché la guardia non apri il fuoco per timore di colpire la folla. Se fosse scoppiata una rivolta e Morelli fosse stato liberato «sarei state uomo assolutamente perduto», scrisse Taiani, essendogli stato il detenuto Morelli affidato «vita per vita». Per questo non appena fu messo al corrente dell’accaduto, il capitano, «che trovavasi alloggiato a poca distanza», accorse alla prigione e, insieme al tenente De Tullio, con le sciabole in mano fecero sgomberare la folla. Johann Maria Philipp FrimontDopo mezz’ora «in questo stato di cose», il capitano ordinò di portare il detenuto a Foggia, da dove l’11 agosto, scortato da soldati austriaci, fu trasferito a Napoli per disposizione del generale Frimont6.
Quando Morelli venne arrestato era già iniziata la fase istruttoria del processo e il Regio Procuratore Generale di Napoli, «trattandosi di reati di alto tradimento», dispose che gli imputati «presenti e detenuti» (ne erano sessantasei e Morelli e Silvati erano i primi dell’elenco) venissero giudicati da una Corte Speciale Delegata. Il processo, chiamato di Monteforte, ebbe luogo nel Castel Capuano (meglio conosciuto come Vicaria, per le prigioni che stavano nei piani seminterrati e nelle cantine) e la sentenza fu emessa il 10 settembre 1821. Trenta imputati furono condannati a morte, a ventotto di essi la pena fu commutata. Solo Morelli e Silvati, scortati da soldati austriaci, salirono sul patibolo, allestito a piazza San Francesco a Napoli, all’alba del 12 settembre 18227.
Dopo quello di Monteforte vi furono altri processi, in cui vennero condannati a morte in contumacia Guglielmo Pepe, Michele Carrascosa, Lorenzo De Concilj, Giovanni Russo, Vincenzo Pisa e altri, mentre i deputati Giuseppe Poerio, Pasquale Borrelli e Gabriele Pepe furono deportati rispettivamente a Graz, a Praga e a Brunn.

Morellie Silvati

1. Colletta, Storia del reame cit., Ill, p. 441.
2. F. Baratelli a G. Spinelli, Napoli, 1 agosto 1821, ASFG, Polizia Serie I, b. 56, f. 831.
3. Biblioteca della Societa di Storia Patria di Napoli, Ms. XXC, 10, processi politici 1820-1821, Costituti, p. 79.
4. L’avviso era stato pubblicato sul «Giornale del Regno delle Due Sicilie» del 7 aprile 1821.
5. B. Patroni a G. Spinelli, San Severo, 3 agosto 1821, ASFG., Polizia Serie I, b. 56, f. 831.
6. Taiani a G. Spinelli, San Severe, 7 agosto 1821, ASFG., Polizia Serie I, b. 31 ter, f. 695.
7. Morelli, Michele Morelli e la rivoluzione napoletana cit., p. 259.

Tratto da: La Capitanata tra Rivoluzione e Restaurazione (1820-1830)
di Giuseppe Clemente
Società di Storia Patria per la Puglia
Bari 2020