La peste del 1656-1657

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Quasi alla fine del 1656 anche il territorio di San Severo viene interessato dalla seconda ondata di epidemia di peste levantina che, provenendo dalla penisola iberica, imperversa violentemente nel bacino del Mediterraneo occidentale. Comincia a Napoli “per una nave carica di soldati spagnoli appestati” provenienti dalla Sardegna, irradiandosi, secondo un processo spontaneo e con una crisi di mortalità assai elevata, nella maggior parte dell’Italia centromeridionale
Il 15 novembre 1656 si verificano in città i primi casi di peste “si manifestà in uno, che morì in tre giorni con Petecchie e brutti lividori a guisa di uomo vergheggiato, ed in un altro, che con capogiro in venti quattrore mancò” e, nel giro di pochi giorni, anche per la mancanza di adeguate misure sanitarie di prevenzione, il contagio, con grande rapidità, si propaga, desolando e spopolando (letteralmente spazzando via interi nuclei familiari). Ed i primi a soccombere sono i soggetti più deboli, maggiormente a rischio, i bambini, le donne incinte e gli anziani.

Avvolgendo San Severo in una cupa cappa mortale, il fantasma della peste “dalle lunghe gambe e dal mantello rosso” il diavolo in persona “vestito di nero e con lo sguardo frammeggiante“; travolge umili e potenti perché il morbo, livellatore nella morte, non rispetta certo privilegi sociali e flagella inesorabilmente là dove è maggiore la densità umana e sono insufficienti le condizioni igienico-sanitarie.
E a San Severo, che risente ancora in parte della lunga serie di terremoti che l’hanno sconvolta tra il 1627 ed il 1630, la condizione ambientale si presenta piuttosto critica: strade anguste, non pavimentate, prive di fognature e mal arcate, comportano una situazione igienica degradata, che facilita la propagazione dell’epidemia.
L’alimentazione della maggior parte della popolazione, inoltre, insufficiente e squilibrata, a base prevalentemente vegetariana, con alte percentuali di carboidrati e carente di proteine e vitamine adeguate, indebolisce la resistenza dell’organismo.

L’ospedale del sacro Monte di pietà, annesso alla chiesa di s. Antonio abate, gestito dai padri conventuali, non dispone di personale e mezzi adeguati, mentre l’infermeria e la farmacia presso il convento di San Bernardino, “assistita da frati esperti in chimica, medicina e chirurgia“, e localizzata fuori città in luogo più salubre, risente invece della riforma innocenziana che ha deciso la soppressione del convento. In ogni caso le strutture sanitarie non sono attrezzate in nessun modo per far fronte ad un morbo che appare ed è, al momento, incurabile.
Dopo brividi di febbre e nausee, vertigini e vomiti continui, cefalee terribili, sensazioni di asfissia e tremori incontrollabili, nel giro di pochi giorni il contagiato si spegne inesorabilmente, dato che l’esito è letale e la morte sopraggiunge rapidissimamente. Gli effetti della peste sono infatti devastanti e a nulla servono le spiegazioni del flagello in chiave religiosa, dettate dal diffondersi del panico collettivo e dall’interesse della Chiesa “a ricondurre all’ovile le pecorelle smarrite“. L’inspiegabilità della malattia e l’impotenza della medicina scatenano ansie e paure collettive. È invocata la protezione dei santi, in primis, s. Rocco.
Messe e processioni di penitenza, al seguito delle reliquie sacre delle chiese, accompagnate da digiuni e riti espiatori di ogni sorta, non valgono certo a scongiurare “la collera di Dio“, che secondo la superstiziosa credenza popolare si serve della peste per “castigare l’iniquità degli uomini“; ma aumentano soltanto le occasioni di contagio perché la concentrazione della popolazione facilita la propagazione della peste; né vale il ricorso al rimedio di maghi e magie, né valgono amuleti, talismani e sortilegi di ogni sorta. E così nel breve volgere di quasi sette mesi, dal novembre 1656 al maggio 1657, il morbo, prodotto da un microrganismo, il coccobacillo oggi noto come Pasteurella pestis o Yersinia pestis; porta alla sepoltura più della metà della popolazione “mietendovi meglio di tre mila vite“. “Molte case si chiusero e famiglie intere mancarono, fino ai ragazzi” , ed anche il vescovo, monsignor Giovanbattista Monti, perde la vita dopo aver inutilmente cercato scampo nell’infermeria del convento di s. Bernardino, fuori porta s. Nicola.
Il convento dei terziari di San Francesco, abbandonato dai monaci da diversi anni, a seguito della riforma innocenziana che ne ha imposto la soppressione, viene utilizzato come ospedale temporaneo per i malati, anche per la sua posizione extraurbana che garantisce l’isolamento delle persone contagiate, ed il suo piccolo cimitero con l’altro annesso alla chiesa di s. Maria alle Grazie, fuori porta Apricena, serve egregiamente come luogo di sepoltura per i tanti morti.
In città, resa ormai pressocché deserta per la fuga degli abitanti che temono il contagio, gli unici a transitare sono i becchini, impegolati nei loro camici e coi cappucci sul viso, incaricati di recuperare i cadaveri degli appestati con gli uncini di ferro per ammonticchiarli sui carri tirati dai buoi per il trasporto fuori città; e, probabilmente, non deve essere difficile imbattersi nei cadaveri che giacciono abbandonati per strada, che i familiari gettano da balconi e finestre, per la paura del morbo.
Il primo febbraio 1657 – “la tazza delle sventure non era ancora colma” – “con forti scosse, dietro un orrendo rumore avvertito anche a Napoli” un terremoto colpisce San Severo, interessando anche gli altri centri della Capitanata, Sannicandro, San Paolo di Civitate, Lucera e Lesina, e la poca popolazione, già stremata e sofferente per la peste, che ancora resiste in città, è costretta ad andar per cercare rifugio in campagna “sotto le capanne e le tende“.
Nel mese di maggio finalmente l’epidemia si arresta. Superato il momento più alto della crisi di mortalità, infatti, si comincia a registrare l’improvvisa diminuzione dei decessi, a causa dell’eliminazione dei soggetti più deboli, che non sono riusciti a superare la fase epidemica, lasciando comunque in una crisi profonda la città per il gran numero di vedovi e vedove, orfani e orfane che si ritrovano a piangere i loro congiunti. I morti in tutta la provincia di Capitanata sono 11.100 e San Severo si trova ad essere la città che paga il prezzo più alto, con i suoi 3.000 morti, cui si aggiungono i 500 di Torremaggiore ed i 500 di San Paolo di Civitate e Apricena.
Come sempre avviene nei periodi che seguono carestie ed epidemie, la vita riprende con slancio e lo sviluppo si intreccia con la ripresa dei matrimoni e delle nascite, con valori superiori alla media, nel tentativo di riequilibrare, almeno in parte, la forte diminuzione di popolazione. Il calo demografico determinato dall’aumento di mortalità, infitti, viene recuperato, in genere, in tempi brevi, per i nuovi matrimoni tra vedovi e per l’abbassamento dell’età dei matrimoni, sicché i nuovi nati tendono a ristabilire l’equilibrio.
Queste condizioni però non si realizzano a San Severo. Dopo il terremoto del 1627 la città aveva recuperato la sua popolazione già nel 1634 con 5.760 anime ed il censimento del 1648, riportato dal Giustiniani, aveva confermato la crescita del numero degli abitanti ritornati a 1.005 fuochi. Adesso, invece, la città ha avuto più che dimezzata la sua popolazione e la ripresa avviene in maniera più lenta. Dovrà passare infatti oltre un secolo prima che la città ritorni ad avere i suoi 5.000 abitanti, perché nel 1669 la popolazione è ancora ferma a 518 fuochi, pari ad appena 2.600 abitanti.

Questa brusca diminuzione nel numero di abitanti, per una città che a partire dal secolo decimosesto, è stata la più popolosa della provincia di Capitanata – più di Lucera, più di Foggia, Ascoli, Manfredonia, Troia – si ripercuote inevitabilmente nella vita economica cittadina perché la carenza di uomini, di forza lavoro nei campi, porta alla contrazione dei terreni messi a coltura cerealicola, a tutto vantaggio dell’allevamento del bestiame, e favorisce gli investimenti nella pastorizia anche da parte dei grandi agricoltori, spinti per di più a preferire l’economia della transumanza che gravita intorno alla fiera di Foggia da un mercato laniero decisamente dinamico e remunerativo.
Anche la Chiesa subisce in questi decenni le conseguenze della crisi economica: la Mensa vescovile, infatti, che nel 1615 ha una rendita che ammonta a cinque mila ducati, subisce un deciso tracollo passando agli inizi del nuovo secolo decimo ottavo ad appena mille e settecento ducati.

Tratto da “San Severo Città di Puglia”
di Carmelo G. Severino
Gangemi Editore