Storia di una bottiglia di vino

Dal vigneto alle nostre tavole in 16.000 ore

Quando, nel 1979, Girolamo D'Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore fondarono, per scommessa e comuni passioni per il jazz e per il vino, le cantine d'Araprì, così denominate da un ingegnoso acronimo dei loro tre nomi, avevano il solo e ambizioso obiettivo di produrre vini e spumanti con il Metodo Classico in quella che presto sarebbe divenuta l'unica realtà in Puglia e fra le poche nel Meridione ad utilizzare questo lento e delicato processo.
Di tipica costruzione posteriore al terremoto del 1625, la sua struttura articolata per metri sotto le strade cittadine rispetta la tradizionale intonacatura esterna e la presenza di volte a crociera nell'interno. Discendendo umidi e ripidi scalini, è forte l'odore di mosto e di antico, che colpisce il visitatore inizialmente con un violento schiaffo, che poi, però, saprà divenire una piacevole ed immancabile carezza ed una lieta mano, che spingerà solo i più audaci verso il cuore interno e tetro di labirinti di scure bottiglie e verso le losche figure dei fantasmi di un passato molto lontano ma tuttora abbastanza vicino da farci sentire il peso della sua stanca e scheletrica mano sulla nostra spalla e del suo gelido e polveroso fiato sul nostro collo. 
Ed è proprio seguendo lo strascico delle sue lacere e lerce vesti che potremo scoprire tutti segreti di queste nostre fredde e trasudanti mura, che, tramortite dal fragore del tempo, hanno però potuto osservare il lento cammino dell'umanità. Nel frattempo, i piedi ossuti, o forse ciò che resta del nostro fantasma, ci conducono fra piramidi di occhi di vetro che brillano nell'oscurità, anziani e tristi strumenti agricoli, fotografie di sorrisi ormai defunti e sguardi che ci fissano da un altro tempo, anch'esso ormai morto e sepolto. Fra pesanti macigni, che appaiono improvvisamente e, come lapidi ai nostri occhi e che un tempo schiacciavano le olive ottocentesche e il grano di campi spazzati dalla brezza di un altro secolo, sono innumerevoli gli stanzoni ampi e alti come ventri di giganti, e ci si sente davvero inghiottiti da tutto questo rumore di anime. 
Ma la nostra guida spettrale è stanca ed afflitta dal peso dei ricordi e, mentre si lascia quasi cadernoi ammiriamo esterrefatti, mattonella per mattonella, l'immenso cimitero dei ricordi, imponente e macabro in tutta la sua maestosità. E sarà nei rifare questo tetro percorso al contrario che noi, abbandonato il nostro spettro, respireremo per l'ultima volta il decomposto e putrefatto odore di questa invecchiata parte della nostra storia di Sanseveresi e, rantolando schiacciati dal peso di tante verità, ci aggrapperemo agli ultimi gradita, che ci strappano ella fluida e scorrevole monotonia della vita e ci tolgono di bica la così scontata ed indispensabile aria. Ed in questo sottocare ed affannarsi misero di vite, noi torniamo ira di voi, mescolati ed indistinguibili, eppure così mostruosamente cambiati, come creature della notte, emerse in un acceso e fulgido mondo di stupida luce, venute a portarvi scompiglio.

Battistine Capriglione

TERRA MIA  San Severo  23 Marzo 2005

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