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Quando si parla di Champagne, tutti sull’attenti. La nobile bollicina incassa sempre consensi unanimi. A differenza di Bordeaux e Borgogna, che invece dividono gli enoamatori in Democratici e Repubblicani. Il motivo è semplice: la Champagne è inimitabile. Eguagliare una zona così estrema, così vocata e leggendaria è difficile e nessuno ha mai pensato seriamente di fare concorrenza alle bollicine francesi. Al contrario, tutti provano a imitarle e nel nord Italia ci si riesce anche abbastanza bene, almeno nei due casi più noti: Franciacorta e Trento Metodo Classico.
Ma siamo sicuri sia necessario utilizzare sempre la magica coppia chardonnay-pinot? Perché non tentare con uve autoctone che hanno trovato una zona d’elezione da secoli? Questo il dubbio che mi tormenta da quando ho assaggiato i primi esperimenti di Monsieur Selosse in trasferta campana. L’originalità dei metodo classico da greco, falanghina e aglianico mi ha aperto un orizzonte nuovo e da allora, illuminato come i Blues Brothers in missione per conto di Dio, esploro la produzione nostrana per il piacere della scoperta, bramando di inciampare in veri e propri campioni nazionali dalle grandi potenzialità. Le delusioni non mancano – a partire dalle annate successive della stessa casa irpina – ma le belle sorprese ripagano di tutto.
Una cosa è certa: se penso a un generico Henry Smith che si scervella davanti ad uno scaffale pieno di bollicine nella sua enoteca preferita di Brooklyn, difficilmente lo vedo afferrare un Satèn bresciano tutto chardonnay, quando può bearsi con un Avize Grand Cru De Chateaubriand, mica scemo. Certo, la conquista del West a dorso di cavalli di razza un po’ incerta non è un tema all’ordine del giorno. Però, se vale il principio del “Vario è Bello”, non vedo obiezioni di sorta alla convinzione che se c’è qualcosa di interessante da scoprire, questo non può che venire fuori da un vino diverso alla base.
Se dovessi schierare una formazione per fronteggiare i cugini d’oltralpe, tenendo a mente che si tratta, per ora, più di una partita di rugby che di calcio, la mia seleção comprenderebbe sicuramente:
o Erbaluce Metodo Classico Cuvée Tradizione millesimato, Orsolani – da uve erbaluce di Caluso
o Garda Metodo Classico 100% Brut, San Giovanni da – uve groppello gentile
o Etna Metodo Classico Noblesse, Benanti – da uve carricante
o Brut Metodo Classico Riserva Ubaldo Rosi, Colonnara – da uve verdicchio
o Brut Riserva Nobile millesimato, D’Araprì – da uve bombino bianco
E la vostra? Ben accette le segnalazioni di altri fuoriclasse sulla scia dei fratelli Bergamasco del rugby. E soprattutto, il cucchiaio di legno se lo pigliano i cava spagnoli a ’sto giro?
7 ottobre 2010
http://www.intravino.com/vino/mai-piu-il-cucchiaio-di-legno-alle-bollicine-autoctone/
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