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SAN SEVERO

Il primo nucleo della città risale probabilmente all'anno Mille. Sono stati rinvenuti documenti del 1116 in cui si parla di un castrum S. Severi e di un castellum S. Severini. L'imperatore Federico II fece costruire il Palatium Bello Videre apud Sanctum Severum che successivamente    ordinò  di   distruggere,  a   causa   della ribellione degli abitanti del 1230, così come le mura, le chiese e i palazzi del borgo medioevale.

Nel 1233, conquistata la città, la assegnò ai Templari, mentre nel '400 San Severo passò alle dirette dipendenze del Governatore delle Province di Capitanata e del Contado del Molise. Nel 1580 divenne sede vescovile e infine fu dei Principi di Sangro. L'impianto urbanistico del centro storico, strutturato su tre ellissi concentriche, ben collegate tra loro con brevi tratti di strada, costituisce il nucleo abitativo originario. La ricca collezione archeologica posseduta dal locale Museo Civico, ricavato in un ex convento francescano del XIII sec. e che attualmente ospita la Biblioteca Comunale e l'Archivio storico, offre una chiara ricostruzione dell'evoluzione di questa civiltà dal Paleolitico all'Età del Bronzo. Nel museo è prevista un'apposita sala di accoglienza per fornire tutte le informazioni sul percorso della Strada dei vini DOC della Daunia.

Proseguendo la passeggiata per le vie del centro storico si incontrano i palazzi gentilizi Cavaliere e Carafa, fino ad arrivare in Piazza Municipio, nel cui centro sorge l'ex Monastero della S.S. Trinità appartenuto ai monaci Celestini, ora sede del Palazzo di Città. Proseguendo si trovano la Chiesa di S. Severino Abate, la Cattedrale, la Chiesa di Santa Maria del Soccorso, la Chiesa di S. Nicola, in un percorso in cui si alternano rilevanti esempi di architettura di epoche diverse.

In Via Zannotti c'è una caratteristica bottega di terrecotte e ceramiche artistiche e l'azienda d'Araprì, produttrice di ottimi spumanti metodo classico e tipico esempio di cantine ricavate nei sotterranei di un palazzo del Settecento. Il centro storico custodisce infatti nel suo sottosuolo un patrimonio di inestimabile valore, costituito da un ininterrotto labirinto di cantine, testimonianza del fatto che ogni famiglia sanseverese era un tempo proprietaria di vigneti e trasformava l'uva in vino direttamente nella propria abitazione. Nella periferia di San Severo, terra dell'enogastronomia per antonomasia, si trovano la Cooperativa Agricola Torretta Zamarra e la Cantina Sociale di San Severo, nota con il marchio L'Antica Cantina. Immerse nei vigneti dell'agro di San Severo si trovano le Cantine D'Alfonso del Sordo che, come le altre, offrono un ottimo esempio della produzione vitivinicola sanseverese, completandosi con la degustazione del celebre San Severo DOC che nel 1968, è stato il primo vino pugliese a fregiarsi di tale denominazione (decreto di riconoscimento del 19/04/1968 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 01/06/1968). Questa sorta di primogenitura assegna all’agro di San Severo un ruolo non da poco nell’ambito della produzione vinicola della regione Puglia. Una volta a fare da imperativo nella produzione era la quantità, un comportamento produttivo che con il tempo ha svilito la viticoltura sanseverese, un settore forte di migliaia di ettari coltivati e di un numero di produttori grandi e piccoli che si aggira intorno ai 300. Per fortuna le tendenze stanno mutando, cantine di grandi dimensioni, piccoli produttori e semplici amanti del vino hanno iniziato a percorrere una strada nuova, quella della qualità: una strada che nel corso degli ultimi anni ha permesso ai vini di San Severo, e a quelli di tutta la Capitanata, di risalire la china. Ne sono la prova i numerosi riconoscimenti che  un gran numero di case vinicole ottiene ai più prestigiosi saloni, fiere e concorsi del settore enologico.

I MUSEI

La quantità di frammenti di coppe ceramiche rinvenuti lungo il territorio delle "Strade del Vino della Daunia" rivela una certa continuità dell'uso della vite fin dall'età più antiche.

La civiltà Neolitica (VIII mill. a.C.), abbandonate le grotte naturali e le cavità rocciose del Gargano, si stanzia stabilmente sulla pianura del Tavoliere. In questo periodo si verificano tre innovazioni sostanziali: l'agricoltura, l'allevamento del bestiame, la lavorazione della ceramica. Nel museo civico di San Severo, decine di frammenti, provenienti soprattutto dal Villaggio di Guadone (VI mill. a.C.), testimoniano una tradizione nella lavorazione della ceramica a scopo alimentare antica e radicata. La ceramica risulta dapprima impressa a crudo, con incisioni a unghiate o con conchiglie o punteruoli d'osso e successivamente viene dipinta con paste di colore bruno o rossastro (V - IV mill. a.C.). Le decorazioni più ricorrenti sono a motivi geometrici e si affinano, col tempo, per ricchezza e raffinatezza del tratto. Coppe emisferiche, grandi e piccoli contenitori per le derrate alimentari e i liquidi assumono un aspetto più elegante con il sopravanzare della civiltà dauna, quando già si inseriscono, nelle strutture geometriche, elementi di derivazione naturalistica. Durante la fase matura dell'espansione ellenica (IV sec. a.C.) la stirpe autoctona entra in contatto con una cultura superiore e ne acquisisce usi e costumi.

Il vino è qualcosa di più che una bevanda naturale. Esiste tutto un universo, sacro e profano, che ne appare intimamente connesso.
I vasi assumono nuove forme e rivelano tecniche di elaborazione originali, importate dalla Grecia, dove l'argilla viene cotta a forno, incisa e poi dipinta a figure nere (fase arcaica) o a figure rosse (fase classica). I grappoli d'uva e le decorazioni a tralci di vite si moltiplicano in composizioni geometrico-naturalistiche, come nelle ceramiche dette di stile Gnathia, dall'antico porto a sud di Bari dove furono trovate in gran quantità. Inoltre, il vaso piano assai simile ad un grande piatto, detto Phiale, mostra quattro busti di donne alternati a composizioni vegetali dentro cui si inseriscono, per colmare una sorta di horror vacui, alcuni grappoli d'uva. 
Ecco, talvolta sembra che la viticoltura ed i simboli connessi rappresentino, nella civiltà ellenica, quel moto che colma la vita quotidiana, un rito liberatorio e sacro per avvicinarsi alla grandezza di Zeus. In terra si suole pasteggiare con una miscela di vino ed acqua preparata in grandi crateri e sorseggiata dalle kylix, tipiche coppe piane a due manici brevi.
Al termine del pasto si fa il gioco del Kottabos: infilando l'indice nel piccolo manico si fa leva per lanciare la posa del vino nel cratere al centro della sala ed allietarsi del suono del liquido che zampilla. La scena è raffigurata in un frammento di vaso, in fondo al corridoio, dove un uomo a torso nudo è ripreso nel diletto del curioso gioco.


APRICENA

Prescelta da Federico II quale meta privilegiata per la sua amata ars venandi, Apricena deve il suo nome all'espressione “ab apri cœna”, cioè alla lauta cena a base di cinghiale che fu organizzata in onore del celebre Imperatore e di cui rimane traccia nello stemma della città, che reca l'immagine del cinghiale colpito da una freccia.

La data dello storico evento che decretò la nascita del paese è il 1225, ma testimonianze risalenti già all'VIII sec. indicano questo centro quale dimora di Schiavoni ed Albanesi. La città fu anche colonia di mercenari saraceni, fedeli sudditi di Federico II e, nel 1304, feudo del vescovo di Lucera. In seguito fu contesa da Aragonesi, Francesi e Spagnoli, fino a quando, con la proclamazione del Regno d'Italia, ottenne l'indipendenza. Oggi Apricena è un paese che fonda la sua economia in gran parte sull'artigianato e sull'attività agricola, in particolare sulla produzione di uva, olive e cereali, che trovano in loco trasformazione e commercializzazione. È tuttavia l'industria del marmo e della rinomata pietra da intaglio detta "Pietra di Apricena", esportata in Europa e in Giappone, che costituisce l'asse portante dell'economia locale. Per quanto riguarda il patrimonio artistico della città, di particolare interesse sono il Palazzo Baronale, che ha incorporato al suo interno i resti del Casale eretto per Federico II; la Chiesa parrocchiale, che custodisce un rilievo in pietra di epoca tardo-romanica riproducente una Madonna col Bambino; i ruderi di Castel Pagano, antica rocca saracena nei pressi della città, dove si insediarono Normanni e Svevi.

 
I MARMI DI APRICENA

Il marmo di Apricena, per la cui lavorazione, iniziata con scalpello e puntello sin dagli albori del secolo scorso, si utilizzano oggi gli strumenti più all'avanguardia messi a disposizione dalla ricerca scientifica e tecnologica, costituisce la principale risorsa dell'economia locale. Attualmente il taglio avviene con utensili diamantati, che consentono una velocità di taglio che può raggiungere e superare anche i 20/25 centimetri/ora. Dopo la prima fase della lavorazione, che consiste nel segare la pietra in lastre di grande dimensioni oppure in "sfilati", si passa alle lastre, che si ottengono da blocchi riquadrati che servono per realizzare lavorati di grandi dimensioni (top per cucine e di bagni, gradini a ventaglio, ecc…). Questi semilavorati vengono successivamente lavorati sul piano e sulle coste per ottenere i prodotti finiti che vediamo montati nelle case, sulle facciate dei palazzi, ai cigli delle strade e come pavimentazione sia stradale che d'interni. A partire dal secondo dopoguerra anche la lavorazione finale della faccia a vista ha conosciuto una notevole modernizzazione, grazie a nuovi prodotti sintetici che la tecnologia ha reso disponibili. Un esempio significativo è la lucidatura, particolarmente indicata per la Pietra di Apricena in virtù della sua composizione cristallina, che una volta richiedeva tempi lunghissimi e si otteneva a mano utilizzando mole naturali, mentre oggi, grazie all'ausilio di moderne tecnologie, riesce a raggiungere i venti metri quadrati all'ora. Il Marmo Apricena tuttavia non è adatto esclusivamente alla faccia lucidata ed infatti ultimamente c'è una crescente riscoperta della lavorazione rustica: bocciardatura, puntellatura, rigatura, ecc… per comprendere gli straordinari progressi fatti anche in questo campo si pensi che fino a pochi anni fa la bocciardatura avveniva a mano con una produzione di non più di due o tre metri quadri all'ora. Oggi, grazie a particolari sistemi automatici, la produzione può arrivare e superare facilmente i venti metri quadri.


SAN PAOLO CIVITATE

Morbidamente adagiata sui cosiddetti "Monti Liburni", San Paolo Civitate è strategicamente collocata in una posizione dalla quale è possibile godere di un'ampia visuale, oltre che di un meraviglioso panorama che, partendo dalla foce del fiume Fortore, abbraccia una vasta area di territorio dauno fino a parte dell'Adriatico.
Ai tempi dell'Impero Romano nei pressi di San Paolo sorgeva la fiorente città detta Teanum Apulum, importante sentinella romana e porta d'ingresso in Puglia. Nei giardini pubblici della città si erge una colonna che ricorda ancora oggi lo storico avvenimento della vittoria riportata sul Metauro dall'esercito romano che, guidato dal console Nerone partito proprio da Teanum Apulum, ebbe la meglio sull'esercito cartaginese di Asdrubale. L'importanza di San Paolo Civitate si deve anche ad una celebre battaglia che l'ha vista protagonista il 18 giugno 1053: tale conflitto, come ricordano numerosi documenti rinvenuti in seguito ad appositi studi, segnò una svolta decisiva nella storia dell'Italia meridionale, poiché in tale occasione i Normanni fecero prigioniero il Papa Leone IX. Nei pressi dell'attuale centro abitato sono ancora oggi visibili i ruderi della città medievale sotto le cui mura ebbe luogo l'aspro combattimento. Attualmente San Paolo Civitate è una cittadina che rappresenta un importante polo agricolo per le considerevoli produzioni di vino, grano, ortaggi e olio (il paese è stato infatti riconosciuto ufficialmente "Città dell'Olio") e costituisce soprattutto un punto di riferimento imprescindibile per chi cerchi un buon esempio di tipico paesaggio agricolo meridionale.


TORREMAGGIORE

Torremaggiore, le cui origini risalgono al X secolo, nasce come casale con il nome di Terrae Maioris, nucleo centrale del feudo della vicina Abbazia Benedettina di S. Pietro. L'ascesa al trono di Federico II di Svevia coincide con l'inizio del periodo di decadenza della Badia: tra le accuse mosse dal papa Gregorio IX all'imperatore figura anche la spoliazione del Monasterium Terrae Maioris dei suoi beni.

Federico II era profondamente legato a queste terre e amava dimorare spesso nei suoi castelli. Dopo la sua morte a Fiorentino nel 1250, aspre lotte tra papato e casa sveva minano la stabilità politico-militare in tutta l'area della Capitanata.
Fiorentino e Dragonara, sedi vescovili, vengono distrutte nel 1255 ad opera delle truppe assoldate da Papa Alessandro IV. L'Abbazia di Torremaggiore e la vicina Torre fortificata normanna, oggi compresa nel contesto del Castello Ducale, divenne allora il sicuro rifugio per gli abitanti delle due città sopravvissuti al massacro, da cui poi ebbe origine, nel XIII sec., l'attuale borgo intorno alla chiesa di S. Nicola di Mira. Passato ai Templari che ne detennero il possesso fino alla soppressione dell'ordine nel 1312, il Monastero fu poi dei d'Angiò e infine dei De Sangro, casato che ha esercitato la signoria su Torremaggiore fino al 1806, data dell'evasione dei diritti feudali. Dopo l'incremento demografico del XVI secolo grazie all'arrivo di popoli provenienti dal Peloponneso e dall'Epiro, un terremoto nel 1627 e un'epidemia di peste bubbonica nel 1656 furono causa di tremendi decessi, così come il dramma del brigantaggio che imperversò nella città nel corso dell'Ottocento.


IL CASTELLO DUCALE

Il Castello Ducale di Torremaggiore è un perfetto esempio di imponenza in armonia con la sobrietà dell'architettura del XII sec.
Un quadrilatero irregolare, con sei torri,  di cui  quattro cilindriche  merlate, situate
agli spigoli, e due quadrangolari, l'una mutila nel cortile centrale, l'altra più piccola nel lato sud; una torre quadra centrale presenta una configurazione normanna e costituisce il mastio o maschio del Castello.

Dimora dei Duchi De Sangro, oggi il maniero presenta ai lati dell'ingresso due pilastri che fungono da guardiola per le sentinelle. Sulla destra dell'atrio vi è la sala anticamente adibita ad armeria, sulla sinistra, la sala dei magazzini. Nel cortile centrale si notano: la Torre quadra centrale con meridiana; il porticato che introduceva nelle scuderie; l'elegante loggetta interna; tre scalinate che immettono nei piani seminterrato, rialzato e superiore. Il piano rialzato, usato in passato come gendarmeria, è oggi sede del museo archeologico di Fiorentino. Negli appartamenti superiori sono interessanti: la Cappella Palatina che, ricavata nella Torre nord-ovest, è di evidente stile barocco, la Sala del Tesoro e soprattutto la Sala del Trono, che presenta affreschi di notevole valore di scuola napoletana del XVIII sec. interessanti soprattutto per i numerosi riferimenti enologici. Particolare l'affresco che raffigura, quale soggetto unificante, scene di putti vendemmianti, o ebbri con grappoli d'uva, insieme ad altri che riposano all'ombra di alberi o suonano strumenti musicali. Rilevanti anche gli eleganti fregi con fronde e viti intrecciate, con richiami al tema arcadico, caratterizzato dal gusto per la vita semplice legata alle suggestioni agresti e pastorali. Il castello ducale sede della strada dei vini doc della Daunia (gabbia a parte) A destra dell'ingresso del Castello Ducale è stata stabilita la sede ufficiale della Strada dei vini doc della Daunia, il principale punto di riferimento per curiosi, turisti e appassionati. La proiezione di un video di grande suggestione per godere dei colori e delle atmosfere di questa terra; tutte le informazioni su Cantine, Trattorie, Masserie, siti storici ed eventi grazie ad un sito internet di facile consultazione; la disponibilità di testi, depliants, mappe cartografiche per conoscere più a fondo il territorio: tutto questo è l'infopoint della Strada del Vino, creato su misura del turista che voglia saperne di più delle diverse tappe contemplate dall'itinerario, o che desideri costruire un percorso ad hoc, scegliendo tra le diverse opportunità che esso racchiude.


LUCERA

Lucera esisteva sicuramente prima di Roma come centro costituito da capanne e case modeste. Il tipo di sepolture e i corredi funerari documentano una profonda influenza ellenica. Nell'VIII sec. a.c. Lucera gravitava nell'orbita dell'influenza etrusca e campana (come documenta il nucleo di bronzetti noti con il nome di Carello di Lucera, conservato presso l'Ashmolean Museum di Oxford).

È con la conquista romana che Lucera assume sempre più i caratteri di una vera e propria città, costruita ad immagine di Roma, per la quale rappresentava un centro di importanza strategica, perché frontiera tra l'Italia romanizzata e la cultura della Magna Grecia, e perché dalle sue tre alture (Monte Albano, Belvedere e Monte Sacro), era possibile il controllo sull'intera regione apula. In età Augustea ci fu un ampio programma di riorganizzazione e monumentalizzazione: all'interno di un tessuto urbano regolare, con il foro situato all'incrocio delle strade principali, si inseriscono monumenti, alcuni dei quali ancora visibili come l'anfiteatro, altri documentati da iscrizioni come il tempio dedicato al culto del dio Apollo.
Ma è Federico II di Svevia che modificò profondamente il panorama culturale e politico della città e che ebbe significativi riflessi anche nell'urbanistica: il trasferimento di consistenti nuclei dell'irrequieta popolazione saracena della Sicilia e la conseguente creazione di una colonia musulmana nel cuore della Capitanata.
La presenza di una moschea segnava così la discontinuità con la tradizione cattolica e rappresentava il centro di irradiazione di una nuova cultura islamica. La Lucera saracena si sviluppò prevalentemente sull'altopiano come città aperta senza mura né torri e, per dominarla, Federico fece ampliare la sua piccola fortezza, che divenne così un grandioso castello. Oggi le rovine del palazzo sono inglobate nella cerchia turrita della fortezza angioina, alla cui dominazione si deve il processo di ricristianizzazione della città. Nodo centrale dell'enogastronomia dauna, Lucera è famosa anche per i piatti tipici della tradizione locale come i Ciccatille ca' ruchele o ca' ricotta toste, per i deliziosi formaggi e per i prodotti da forno: il pane lucerino, cotto nel forno a legna, i taralli da bagnare con il vino e le famose friselle. Importante anche l'artigianato, essenzialmente fondato sulla lavorazione dei mattoni con le antiche fornaci a cui si deve la definizione di Lucera, città delle fornaci.

LUCERA ROMANA

Nel primo senato romano già sedevano i Luceri, dal re dauno che secondo la tradizione fondò Lucera, città grande e potente, vero specchio della grandezza di Roma nella peninsula apuliae. Fra le due città, in seguito al trasferimento di cittadini romani nel 314 a.C.,  si  instaurò  subito  un  rapporto  privilegiato,  che  valse  alla nostra il titolo di fedelissima ed il rango di Colonia Romana in Età Augustea. Anche la sua ubicazione, nei pressi della Via Appia Traiana, e la sua strategica posizione elevata, per il controllo della pianura che forniva gli approvvigionamenti del grano alla capitale, favorirono l'ascesa dell'economia lucerina ed un continuo fervore culturale. La vocazione agricola della società rileva ancora dai materiali rinvenuti durante i numerosi scavi inaugurati fin dagli esordi dell'archeologia classica. Nel museo civico "G. Fiorelli" sono custoditi i segni di una cultura intimamente legata alla terra: già nella I sala ci accoglie, fra le numerose epigrafi latine, un rilievo in pietra raffigurante l'arcaico profilo di un pastore nell'atto di arare, e successivamente, durante il percorso museale, tante anfore per il trasporto del vino attestano frequenti traffici commerciali ed una vera e propria passione per la bevanda degli dei. Di certo la figura più rappresentativa è Dioniso - Bacco, figlio di Zeus, nato dal desiderio di quest'ultimo di incontrare Samele, regina di Tebe, e per sua mano salvato dall'incendio che colpì il palazzo reale quando manifestò tutta la sua potenza con tuoni e fulmini.
Dalle ceneri del fuoco nacque la vite e da questa Dioniso, dio del vino e dell'ebbrezza, del benessere fisico e spirituale. In origine, dio della fertilità, era venerato anche come toro. Si narra di riti divinatori in cui l'animale veniva sbranato con vorace dedizione (c.d. manducazione del dio).

I suoi seguaci mantengono, anche nelle rappresentazioni più tarde, caratteri zoomorfi come le zampe, la coda e le orecchie caprine o equine. Fu allevato, giovinetto imberbe, sul monte Nisa da nutrici attente e caritatevoli, ma durante la maturità fu adottato dai boschi, dove le donne lo andavano a cercare in preda ad un desiderio orgiastico.
Fra le mani tiene il tirso, un bastone con in cima un viluppo d'edera a forma di pigna (anch'essa simbolo di fertilità), con il quale celebra feste gioiose e libera la mania dei suoi adepti. Nel museo è rappresentato in entrambi i modi: giovane e bellissimo, con la testa cinta della corona di vite, nel rilievo delineato su di un trapezoforo in pietra, nella V sala "delle sculture romane", e come uomo maturo dei boschi su di un frammento di vaso a figure rosse nella VI sala "delle ceramiche classiche". Nella stessa sala si ammirano le raffinate ceramiche di tipo Gnathia, di colore scuro ed ispirate anch'esse a motivi di vite e grappoli d'uva intrecciati. A testimonianza della comunione culturale della città con l'area appenninica, nella II sala "delle terrecotte", è custodito un vasto repertorio di frammenti fittili anatomici: figurine animali, maschere maschili e femminili del III - II sec. a. C. Esse svolgevano una funzione di auspicio alla salute ed alla fertilità. Assolutamente uniche nel panorama archeologico pugliese

L’ANFITEARTO ROMANO

Il viaggiatore che giungeva a Lucera in Età Augustea poteva ammirare una città importante, elegante e popolosa. I nomi delle più antiche famiglie che vi risiedevano portavano gli echi delle famiglie romane.
I magistrati e i civiles partecipavano al foro, mentre per i culti erano aperti numerosi templi, dedicati a Minerva, a Giunone, a Cerere, dea delle messi, qui venerata con cura e dedizione, ed uno grandioso ad Apollo. Tutto il popolo poteva godere dei luoghi di distensione: i circhi, le terme, ornate di finissimi mosaici ora in esposizione al museo, e i teatri: quello per le rappresentazioni e quello monumentale per i giochi gladiatori (amphiteatrum). Qui si ammirava lo spettacolo delle lotte delle fiere e dei guerrieri gladiatori. Le belve feroci erano custodite in appositi vani al centro dell'arena, mentre i gladiatori si preparavano in quelle stanze ancora visibili dietro il portale posteriore, dette carceres. La tipologia delle rappresentazioni è oltremodo specificata dal rilievo raffigurante lo scudo e la lancia, tipici simboli gladiatori, inserito nel timpano che sormonta il portale. Di notevole rilevo artistico, proprio sul portale, la decorazione a rosette della cornice aggettante ed il perfetto disegno prospettico delle mensolette, che conferisce armonia ed equilibrio all'insieme. Nel silenzio attuale di questo maestoso luogo si avverte ancora, in un'eco di memoria, il valore dei guerrieri: i reziari che combattevano con la rete ed il tridente o i traci o i secutori, armati di scudo e scimitarra, o i sanniti, antichi abitatori dell'area adriatica, qui ridotti a comparse fugaci nello spettacolo della vita e della morte…

CIVITAS SANTAE MARIAE

Nel 1269, dopo la caduta dell'ultimo erede svevo, l'espugnazione del regno da parte degli Angioini francesi fu durissima. A Lucera si dovevano recedere i legami della città col suo imminente passato, ma anche quando il palatium federiciano fu acquisito ed affidato ai maestri architetti Pierre d'Angicourt e Jean de Toul, per adattarlo a fortezza militare, la nuova dinastia non poteva dirsi totalmente insediata. Soltanto nel 1300, con il massacro e la dispersione dei superstiti saraceni che ancora resistevano all'assedio, la città poté considerarsi veramente riportata sotto l'egemonia angioina. La Civitas Santae Mariae, così ribattezzata, nel breve volgere di pochi anni aveva un volto completamente diverso. A cominciare dal Castello, simbolo tangibile della nova era. Sul colle più alto della città, si levava ora la nuova cinta muraria, intervallata da frequenti torri poligonali ed arricchita dalla superba Torre della Leonessa, con la sua raffinata merlatura. All'interno vasti quartieri militari per il popolamento dell'esercito e la chiesa di S. Francesco segnavano una funzione dell'edificio profondamente mutata. Anche la Cattedrale fu innalzata portando in opera lo stile ed il gusto che si affermava negli ambienti francesi: lo slancio verticale delle chiese gotiche, i tiranti esterni, le alte finestre monofore e bifore. In linea con la tradizione, tuttavia, si attinse dal patrimonio figurativo romanico per la realizzazione dei magnifici portali, dal patrimonio archeologico dell'antica acropoli per i materiali, soprattutto colonne e capitelli e da Castel Fiorentino la mensa di pietra di Federico II per l'altare maggiore.

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