La vite: il vino
Anche la strada della vite e del vino in Puglia e in Capitanata, come quella dell'olio, è disegnata dall'intreccio tra leggenda mito e storia, in un continuum che ci conduce all'oggi. Che la Puglia si offra come approdo leggendario e storico non meraviglia: le sue ininterrotte coste, gli approdi e i ripari naturali, quelle sue forme, di sperone a nord e di lungo pontile dal Tavoliere in giù, sembrano frutto di un'immaginazione erratica, aperta alla curiosità, all'invito, alla sosta. Non è, perciò, peregrino, immaginare appunto, che un primo approdo, 4000 anni fa o poco meno, di popolazioni greche con al seguito la vite (e l'ulivo), si verificasse in questa regione. E nemmeno, quindi, che se con il nome di Enotria si sia finito con il designare tutta l'Italia o, quanto meno tutta quella meridionale, il punto di partenza e di espansione di quel nome non fosse lontano da qui. Ed è qui, infatti, che, si favoleggia, fra Taranto, Brindisi e la Daunia, approdarono i Peloponnesiaci, portatori della pianta cara a Bacco, e poi Cretesi e Micenei; ed è qui che si stabilì Peucezio, pur sempre fratello di quell'Enotro (o Enotrio; oinos è vino in greco), che prese dimora nelle regioni più prossime, Lucania e Calabria.
Le vicende storiche che hanno connotato in senso vitivinicolo molte aree del Tavoliere - da San Severo a Lucera
a Torremaggiore a Cerignola - sono ovviamente molto più recenti e ampiamente documentate. Ma tracce anche remote di una continuità produttiva e di una presenza economica in settori specifici o collegati, sopravvivono tuttora, alcune numerose e forti, altre quanto mai labili: la presenza greca in Puglia, con la sua straordinaria influenza su tutti gli aspetti della vita delle popolazioni ellenizzate, le testimonianze archeologiche della Daunia, area di scambi e traffici intensi, la accertata diffusione di riti bacchici, lontana scaturigine del fenomeno del
tarantismo, che, come ricorda Rina Durante, sopravvive "in quella
pizzica tarantata che dal Gargano al Salento ancora viene eseguita e che anzi da qualche anno sta conoscendo un revival
sorprendente". D'altro canto, le successive alterne e incerte vicende della coltura qui da noi, almeno fino all'epoca contemporanea, sono un dato inconfutabile, nonostante si debba dare per scontata una ripresa consistente in epoca medievale, ad opera dei movimenti e degli insediamenti monastici, della conseguente e costante loro domanda di vino per le esigenze della "mensa", quella sacra e quella laica del refettorio.
"Vigne sono attestate nel 1140, botti nel 1141; il che non significa che fossero una novità. Alla fine del Settecento il canonico Gaetano De Lucretiis scrive sulla piantagione delle viti e sulla qualità dei vini sanseveresi, facili ahimè a inacidire. Mala statistica murattiana assegna al Gargano il merito di produrre ed esportare vino, mentre la massima parte della pianura era vincolata per legge al pascolo e, per rotazione, ai seminativi. Solo dopo l'Unità si ebbe la meravigliosa moltiplicazione dei vigneti, cui seguirono la crisi della fillossera e i successivi reimpianti con innesti su portatori immuni."
Ed è proprio con la fine effettiva del regime economico-finanziario collegato alla transumanza; con il crearsi di condizioni favorevoli determinate dall'esplosione della fillossera che distrugge le viti nel resto d'Europa; e, infine, con la fuoriuscita dalla crisi che aveva colpito anche il nostro paese per l'estendersi dell'epidemia: è allora che mutano radicalmente il paesaggio agrario e l'assetto sociale e civile di tutto il Tavoliere.
Da quel momento in poi si verifica un poderoso sviluppo del settore vitivinicolo, che assegna alla Capitanata, come al resto della Puglia, un ruolo decisivo nella sua crescita in tutto il Paese. Si è discusso e si discuterà a lungo di quella che è stata considerata come una sorta di subalternità della nostra vitivinicoltura, una
"servitù nel quadro della divisione nazionale del lavoro": l'impiego dei nostri vini - fiumi interi ne sono corsi per decenni lungo l'Italia e l'Europa - per il "taglio" di quelli altrui. Diatriba ormai sterile. Intanto è innegabile che non è stata cosa di poco conto offrire "sangue e nerbo" a vini che hanno conquistato livelli di qualità straordinari. Magra consolazione, certo, soprattutto se si pensa che quella qualità doveva esserci e c'era - c'è tuttora - anche nelle nostre uve e nei nostri vini: un cattivo vino non riuscirà mai a far diventare eccellente un altro.
Una considerazione va, tuttavia, fatta, per comprendere meglio anche il senso della scelta sostenuta e mantenuta dai produttori locali per tutti gli anni del dopoguerra. Erano quelli per l'Italia, gli anni di un appena intravisto boom alimentare, gli anni in cui la quantità, la sazietà, l'abbondanza, a lungo un miraggio per tutti, apparivano a portata di mano. Soprattutto l'economia agricola locale si trovò a fronteggiare gli esiti - e gli esodi - di una crisi strutturale senza precedenti e il lievitare straordinario della domanda. Bisognava produrre per soddisfare tutti, per consentire a tutti di scacciare lo spettro ancora presente della fame.
Ma nonostante la scelta a favore della quantità, anche dopo la crisi post-metanolo (una vicenda di sofisticazioni che per l'enologia italiana ha rappresentato lo spartiacque verso una rinascita totale
e una posizione dominante a livello mondiale), l'enologia locale riuscì a conquistare il riconoscimento della Denominazione di origine controllata (Doc) per molti dei suoi vini. Appaiono oggi quei riconoscimenti, non solo, si è detto, come una certificazione della qualità diffusa della produzione locale, il riconoscimento degli sforzi dei più audaci, ma anche come una sorta di bonus di credibilità a un'area, a una regione che, non dimentichiamolo, costituiva la grande "cantina italiana". Gli sforzi in direzione della qualità non vennero, tuttavia, proseguiti. E però il buon livello qualitativo diffuso si conservò, come la storica funzione "di supporto". E negli ultimi anni il trend è cambiato, la situazione è in forte movimento: accanto al consolidarsi delle posizioni delle due tradizionali Doc - San Severo e Cacc'e Mmitte di Lucera -, e della Igt (Indicazione geografica tipica) Daunia, accompagnata da recentissime attestazioni venute nell'ambito del Vinitaly di Verona, storici protagonisti dell'enologia di Capitanata tornano ad affacciarsi sulle scene,
accanto a nuovi, che, con audacia, giungono, da qualche anno ormai, a coprire perfino il segmento impervio degli spumanti, una sorta di tabù, fino ad oggi, per il Sud.
Insomma, la Capitanata, dopo aver dato a grandi vini del mondo anima e corpo (il proprio vino, le proprie uve), se ne riappropria e li veste con suoi nomi. Riconquista i vitigni autoctoni più importanti - Uva di Troia e Bombino bianco -, quelli che ha allevato con cura ed esperienza: Montepulciano D'Abruzzo e Trebbiano Toscano, Verdesca e Malvasia Bianca e Nera, ma anche quelli che riscopre e sottrae all'oblio: il Tuccanese di Orsara, un clone di Sangiovese.
Guido
Pensato
IL TAVOLIERE IMBANDITO
C.C.I.A.A. Foggia 2002
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