La lunga storia dell'etichetta da vino

di Giuseppe Sicheri e Michele Rubinelli

Probabilmente la prima etichetta, o meglio, quella che potrebbe essere considerata l'etichetta ante litteram è stata ideata dagli antichi Egizi che la apponevano sulle anfore contenenti vino dopo la loro sigillatura con fango e argilla. Le anfore erano rastremate alla base e sulla chiusura venivano iscritti i dati relativi al contenuto, l'anno di produzione, la provenienza, il nome del produttore. Inoltre su alcune anfore si legge "vino rosso delle migliori uve".

Di questa sorta di etichettatura sono testimonianza numerose anfore trovate nella tomba di Tutaukhamon deceduto nel 1323 a. C. Poiché le anfore non erano ancora smaltate internamente la porosità dell'argilla ha permesso la totale evaporazione del vino, ma che si tratti proprio di vino lo attestano la presenza, in tracce, di acido tartarico e di acido siringico che è un prodotto della trasformazione del pigmento antocianico più diffuso nei vini, la malvidina, come risulta dalle analisi di spettrografia di massa e dalla cromatografia in fase liquida effettuate all'Università di Barcellona.
Su frammenti di un'anfora - ritrovata presso la fortezza egiziana di Buhen - è stata rinvenuta una forma di etichetta con le seguenti indicazioni: "Anno 3, Vino della casa di Sety- mer-n-Ptah Ip" (Ptah è un'isola n.d.A.) prodotto dal maestro vignaiolo... (qui non si riesce a leggere il nome del maestro vignaiolo); su altre anfore si legge la qualità del vino: "molto buono". Insomma era indicata la provenienza, cioè una specie di denominazione di origine, non, tuttavia, il terroir o tanto meno il cru, come qualche Autore ritiene, ma questi due termini sono tutt'altra cosa ed esprimono un concetto ben diverso da quelle che erano le necessità di quei tempi.
Anche in Grecia, sulle anfore era normalmente citata la provenienza: vino di Cipro, vino di Lesbo, vino di Rodi, vino di Prammo, vino di Chio, ecc. Così pure a Roma le anfore, dopo essere state sigillate, erano inscritte con nome del vino (es. Falerno Massico), nome dei Console e numero delle anfore prodotte con quelle determinate uve. Le vigne sono ben distinte in base alla qualità di uva che se ne produce: per esempio Vigna di Taso, con le uve Marea bianche. A quei tempi le tecniche enologiche non erano ovviamente sviluppate come ai giorni nostri: la conservazione in bottiglia del vino finito, ad esempio, non avveniva tramite la chiusura del recipiente con un tappo in sughero e solo a partire dalla fine del 1600 i tappi vennero introdotti per chiudere le botti. Proprio in quei periodo, in Inghilterra si cominciano a usare pesanti bottiglie di vetro prodotte da sir Kenelm Digby, chiuse ermeticamente con tappi di sughero, per la produzione di "sparkling Champagne". Verso la fine dei 1600 questa tecnica venne introdotta anche in Francia e, a partire dai primi decenni del 1700, si affermò anche in Italia là dove i vini dei Re sabaudi venivano conservati in bottiglie sigillate da tappi. Non sono pochi coloro che sostengono che in quel modo i vini "sigillati" potessero mantenere le loro caratteristiche organolettiche  anche per la durata di 4 o 5 anni. L'avvento delle bottiglie di vetro insieme alla crescente varietà di vini prodotti, creò la necessità di una più sicura e precisa identificazione dei vini stessi, sia sotto il profilo dell'origine, sia sotto quello della qualità. E' probabilmente in questo periodo che nasce quella che oggi noi comunemente chiamiamo "etichetta". La più antica è ancora oggi considerata quella scritta dal monaco Pierre Pérignon, il celebre "Don", il quale introducendo il sistema di vinificazione noto come "Champenois", consentì alla bottiglia di conquistare il mondo dell'enologia. Il monaco, per non confondere annate e vigne d'origine e qualità del vino destinato all'invecchiamento, etichettò le bottiglie con una pergamena che veniva legata al collo della bottiglia con un pezzo di spago. Poco più tardi, verso la metà del Seicento, sulle tavole dei nobili inglesi, il vino era servito in caraffe ornate di una placca di peltro o d'argento su cui era inciso il nome del contenuto: "Claret", "Whit"."Renisdi" o "Sack".

Questi metodi di identificazione del vino, essendo molto costosi, vennero lentamente sostituiti dall'etichetta scritta a mano e successivainente stampata in modo molto semplice usando inchiostro nero su carta bianca: si ricordano oggi quelle di vini come "Dilthey Sahl & Co.", "Claud Möet" (oggi Möet&Chandon), "Rudesheimer Berg", ecc.
Sul finire del Settecento, l'etichetta subì una radicale trasformazione in seguito all'invenzione della litografia da parte dei cecoslovacco Alois Senefelder. Il sistema diede la possibilità di stampare, tra l'altro, anche discrete quantità di etichette da vino. Il sistema consisteva nel disegnare un bozzetto da riprodurre su una pietra e far passare sopra quest'ultima il rullo inchiostrato. Si potevano in questo modo ottenere diverse copie della medesima etichetta.
Tuttavia l'inventore dell'etichetta come oggi noi l'intendiamo sembra sia lo svizzero Henri-Marc, proprietario della Maison De Venoge, che nel 1840 propose le proprie bottiglie di Champagne con etichette illustrate sul tipo di quelle odierne. Lo sviluppo dell'industria del vetro per bottiglie e l'estendersi delle vie di comunicazione consentirono lo spostamento commerciale di un numero crescente di bottiglie da vino il che fece diventare sempre più indispensabile l'impiego dell'etichetta anche a maggior garanzia del cliente. Le prime etichette erano infatti quasi sempre generiche, stampate su rettangoli di carta bianca e riportavano soltanto la tipologia del vino. Ora invece si rendeva necessario indicare anche il nome dei produttore o dell'imbottigliatore quando non l'anno di produzione, scritti sovente a mano su etichette base sempre uguali. 
Per quanto riguarda l'Italia, i primi utilizzatori di etichette furono i produttori piemontesi, fornitori di Casa Reale ed i produttori siciliani. Nell'archivio storico di Santa Vittoria d'Alba, ad esempio, sono conservate ancora oggi alcune bottiglie di Vermouth "modernamente etichettate" della Cinzano e risalenti alla fine del 1700 ed agli inizi del 1800. Le etichette italiane dei XIX secolo, non esaltano in genere la qualità o l'unicità del vino ma concedono ampio spazio alla fantasia e traggono spunto dalla vita contadina o dall'araldica, riproducendo stemmi o medaglie appartenenti alla famiglie produttrici, ma con il passare degli anni l'esigenza dei produttori di identificazione dei propri prodotti va sempre più aumentando, ed ognuno cerca, soprattutto nel campo dei vini liquorosi e fortificati, di realizzare etichette che mettano in bella mostra menzioni d'onore, medaglie, trofei e targhe guadagnate nel corso di esposizioni e fiere. Ovviamente i criteri di confezione delle etichette si differenziano nettamente a seconda che si producano vini di qualità, liquori, vermouth o vini da pasto, o quotidiani, come si direbbe oggi. Ne è prestigioso esempio quello della Romanèe Conti, inarrivabile marchio di Borgogna, in cui viene ribadita la regola secondo cui tanto più il vino è pregiato, tanto più la sua etichetta deve essere essenziale; un quadrato bianco su cui in nero è riportata, oltre alla semplice indicazione del vino, la firma autografa del gerente la società. All'inizio del secolo scorso cominciano ad apparire le etichette decorate, i paesaggi, i personaggi pittoreschi o faunistici, ai quali il decoro della Belle Epoque porta la sua ricchezza ornamentale. Questo fino al 1950, anno in cui la legge impone un'etichetta più pedante, didascalica, molto chiacchierata, in cui la letteratura informativa appare sovente prolissa e indefinibile.

L'etichetta moderna: réclame di un prodotto commerciale
A partire dall'inizio del secolo scorso si afferma un nuovo processo di stampa che consente di presentare un cartellino che consocia i caratteri tipografici con il colore: la quadricromia. Qui il cliché sostituisce la pietra. Attraverso 4 o 5 impressioni tipografiche si ottengono impasti di colori che conferiscono all'etichetta uno smagliante aspetto.
Le etichette di questo periodo si riconoscono dalle piccole sbavature dei diversi inchiostri e ancora da leggeri rilievi prodotti da taccheggio.
Il taccheggio, usato dai maestri tipografi, era un rilievo cartaceo che l'artigiano creava per dare evidenza alle scritte presenti nel cartellino.
Il risultato di questi prodotti è ancora eccellente. Con l'avvento dell'offset si introduce un procedimento più sbrigativo; ma non si tratta più di stampa diretta. I colori sono più opachi; il nero volge al grigio: l'etichetta diventa più commerciale ma, da un punto di vista estetico, meno pregevole. Tra le etichette dei periodi precedenti e quelle attuali, spesso c'è la differenza che esiste tra un quadro ad olio e un semplice acquerello. Per questo molti produttori richiedono una stampa diretta che comporta costi più elevati ma risultati veramente soddisfacenti. Le grandi Case produttrici di liquori preferiscono riproporre immagini originali, le stesse che comparivano sulle loro bottiglie agli inizi dell'attività produttiva e in tal modo rivendicano l'attribuzione di una caratteristica prestigiosa che deriva dalla storia - più antica è quest'ultima e tanto più è considerata di alto valore - del prodotto stesso.
La stampa, accurata e arricchita spesso da rilievi in oro, conferisce ai loro distillati un aspetto superbo e avvincente.

Ma le tecniche di stampa evolvono con grande velocità ed oggi esiste una gran varietà di sistemi di realizzazione che utilizzano materiali i più diversi (plastici, in alluminio, tessuti in pvc, ecc) fino ad arrivare ad etichette che sembrano far parte integrante della bottiglia. Se è vero che dalle etichette settecentesche ad oggi, tutto o quasi è cambiato, è però rimasta immutata la necessità di far riconoscere la bottiglia attraverso un "segnale" accattivante e didascalico che resta tuttora ineliminabile: l'etichetta.

L'Assaggiatore - Ottobre 2011

                      Inizio pagina

Chiudi