Quasi una premonizione deve avere guidato i passi di Guyot nel suo viaggio attraverso la viticoltura francese tra il 1863 e 1868, contemporaneamente alla prima segnalazione avvenuta nel Gard, nel sud della Francia, della comparsa di uno sconosciuto deperimento delle viti, che poi si sarebbe rivelato essere un attacco di fillossera radicicola. Guyot nella sua opera in tre volumi dà della viticoltura francese una fotografia dettagliata, in un momento di grande sviluppo di tutta la sua economia e di quella vitivinicola in particolare, descrivendo le diverse forme di allevamento alcune delle quali risalivano al Medioevo, le centinaia e centinaia di varietà ancora presenti spesso mescolate nei vigneti, le caratteristiche pedoclimatiche delle numerose località dove si coltivava la vite anche le meno note e periferiche. Sono bastati pochi anni per sconvolgere questo scenario e trasformarlo radicalmente. Un'avvisaglia delle calamità che si sarebbero abbattute in rapida sequenza, sulla viticoltura europea, fu rappresentata dall'arrivo dell'oidio dall'Inghilterra, dove aveva creato già qualche danno ai produttori di uva in serra. I danni sono particolarmente gravi nelle regioni meridionali dove si diffonde il panico tra i viticoltori e molti di questi spiantano i loro vigneti. Il rimedio era già noto agli orticoltori inglesi e con i trattamenti a base di zolfo in polvere generalizzati dal 1855 la viticoltura riprese il suo trend positivo.

In Italia "l'insetto" come venne chiamato dai viticoltori, fece la sua comparsa a Como nel 1879 ai margini della grande viticoltura suburbana di Milano. Malgrado le precauzioni adottate per evitarne la diffusione e i primi timidi quanto inefficaci tentativi di lotta con fumigazioni nel suolo di solfuro di carbonio, l'infestazione dilaga e nel 1911 tutta la viticoltura italiana è colpita.
Ma la soluzione del problema era vicina e si concretizzò per le osservazioni di un appassionato viticoltore del Bordolese, Laliman, che riferì in un convegno della sua collezione di viti provenienti dall'America che non manifestava alcuna sofferenza per i danni dell'afide. Da questa intuizione, per merito degli Istituti Sperimentali di Montpellier e Bordeaux iniziarono le prime missioni in America per recuperare materiale per l'innesto e per l'incrocio dato che molte specie americane non tolleravano il calcare o non radicavano bene. L'azione del Ministero dell'Agricoltura italiano si concretizzò nella creazione dei Consorzi antifillosserici provinciali e attraverso le Cattedre ambulanti e le Scuole di Agricoltura viene monitorata la diffusione dell'afide, ma soprattutto si creano i primi vivai di viti americane per fornire ai viticoltori il materiale per costituire i nuovi vigneti e si insegna loro la tecnica dell'innesto sia al tavolo sia in campo. Contemporaneamente, attraverso impianti sperimentali si valuta il grado di adattamento dei, portinnesti ai terreni soprattutto nei riguardi del calcare attivo.
Certo non fu facile convincere i viticoltori ad adottare i portinnesti resistenti. Si era diffusa l'idea che l'innesto con il piede americano avrebbe determinato un peggioramento dei vini e che la fillossera in poco tempo sarebbe scomparsa dai vigneti. Ci vollero i risultati di numerose ricerche sperimentali e la loro divulgazione in congressi e visite presso i viticoltori, per convincere i più scettici. Al di là della perdita del patrimonio viticolo, la distruzione dei vigneti ebbe conseguenze drammatiche sul piano umano e provocò una profonda trasformazione in molti distretti viticoli che dovettero convertire la coltura della vite con altre molto meno redditizie soprattutto nelle regioni meridionali e alpine. Nelle regioni dove l'importanza della viticoltura era marginale o dove la vite era coltivata per uso domestico, i vigneti non vennero più ricostruiti. Molti viticoltori emigrarono in America o si trasferirono nelle città, andando ad alimentare quella moltitudine di operai frustrati e delusi che all'inizio del '900, soprattutto in Francia, furono facili vittime dell'alcolismo. Ma come spesso capita, dalle grandi tragedie nasce progresso e innovazione. La fillossera fece nascere in Europa una nuova viticoltura attraverso l'uso dell'innesto, la riduzione del numero dei vitigni coltivati, limitata a quelli di migliore qualità, la riduzione delle densità di impianto e una disposizione dei filari più regolare per consentire la lotta antiparassitaria, resa più complessa dall'arrivo della peronospora, le forme di allevamento si semplificano e con la spalliera viene introdotto l'uso del filo di ferro fino ad allora sconosciuto. Naturalmente ci sono state delle conseguenze negative per la viticoltura in generale: la perdita di variabilità genetica, una omogeneizzazione delle forme d'allevamento, l'introduzione degli Ibridi Produttori Diretti che in Francia ricoprirono quasi un terzo della superficie viticola tra le due guerre, l'abbandono di molte zone di difficile coltivazione per ricostruire i vigneti in fertili pianure, l'introduzione della concimazione minerale per incrementare la produzione di uva per ettaro. Nell'Italia centrale e padana la sostituzione delle alberate avvenne molto più tardi: attorno agli anni '30 con la grafiosi dell'olmo che fece scomparire la viticoltura promiscua dal reggiano e con la "grande trasformazione" dell'agricoltura italiana che coincise con l'eliminazione della mezzadria dalle campagne toscane e marchigiane. Nasce anche una nuova professione, quella del vivaista viticolo, Inoltre la viticoltura italiana trasse molti vantaggi economici dalle distruzioni operate in Francia dalla fillossera, perché nel nostro Paese i danni furono meno rapidi, soprattutto al sud e quindi la produzione di vino non subì nel breve periodo il crollo paventato, rifornendo così il "concorrente" transalpino del vino di cui necessitava. Al grande cambiamento provocato dalla fillossera nella geografia della viticoltura italiana e francese, si aggiunse quello che inconsciamente indusse il potenziamento della linea ferroviaria alla fine dell'800, dal nord al sud dei due Paesi. Fino a quegli anni la viticoltura si era localizzata attorno alle grandi città per l'elevato costo dei trasporti che incideva enormemente sul prezzo dei vini, specialmente quelli di bassa qualità. La ferrovia capovolge praticamente la situazione che si era venuta a creare nel 1300 con la guerra dei noli e quindi rende conveniente il trasporto di vino a basso prezzo, ma di elevato grado alcolico delle regioni meridionali, rispetto ai vini prodotti attorno a Parigi o Milano. In pochi anni scompare, favorita anche dalla fillossera, tutta la viticoltura dei suburbi delle grandi città del nord Europa così come la coltivazione dell'uva da tavola nelle serre del Belgio, Olanda, Inghilterra favorita anche dal basso costo del gas di carbone e di Thomery, una piccola città sulla Senna dove la maturazione dell'uva da serbo (da conservare a raspo umido in grandi magazzini durante l'inverno per essere consumata a Natale) era favorita dal calore che emanavano i muri (circa 350 km di sviluppo) dove erano appoggiate le spalliere. La viticoltura attuale è il risultato di un cammino di generazioni di viticoltori dove il susseguirsi degli eventi ha dato vita a realtà molto complesse per cui non è più possibile riconoscerne le fasi evolutive. Il susseguirsi di processi di espansione e di contrazione quali risultato di crisi sociali ed economiche, di editti talvolta favorevoli e in altri casi sfavorevoli alla coltivazione della vite, di cambiamenti climatici e di grandi malattie, hanno condotto alla semplificazione dei modelli viticoli, (vitigni, forme di allevamento, tecniche colturali) dove l'esigenza di una efficace meccanizzazione discrimina quella viticoltura compatibile con la concorrenza ormai a livello mondiale, da quella destinata a scomparire per emarginazione economica. Le forme di allevamento, veri iconemi di un paesaggio che ha perso i connotati della campagna per assumere quelli di un sistema industriale, dopo 2000 anni di sopravvivenza e di testimonianza della diversità delle culture che, succedendosi, le hanno elaborate come un opera d'arte, sono in pochi anni scomparse. Così i vigneti nel tempo sono scesi dalle montagne e dalle colline, hanno conquistato le fertili pianure. Alla perdita di paesaggio si accompagna un cambiamento delle caratteristiche dei vini, sempre più espressione di complesse tecniche enologiche e sempre risultato di interpretazioni originali. Sono rimasti i vitigni, anche se ridotti nel numero e nella variabilità delle popolazioni varietali, con la grande e sempre meno misteriosa complessità del loro DNA, a fare da fossili guida della nostra storia. A loro affidiamo le nostre speranze per ricostruire una storia cha ha ancora molti lati oscuri, unitamente all'apporto, dell'antropologia per poter legare in un unico abbraccio l'uomo e la vite in un destino comune.
Ma la storia deve servire anche alle generazioni future per evitare che, come dice il detto, "chi non conosce la storia è costretto a ripercorrerla". Per alcuni questo significa mantenere salda la tradizione e al motto "si è sempre fatto così" si ignora quanto di buono ha portato il progresso, per altri invece la tradizione deve essere "tradita" e quindi devono essere conservati i valori fondamentali, ricorrendo però agli strumenti perfezionati dall'innovazione tecnologica e genetica. Il nemico da battere è la tendenza alla banalizzazione e alla omologazione: nel gusto del vino, nelle poche varietà coltivate, nelle tecniche enologiche aggressive, nel linguaggio scontato della comunicazione. La viticoltura e l'enologia non sono solo delle attività economiche, ma rivestono un importante ruolo etico. Il loro obiettivo non si esaurisce nella produzione di un vino buono e genuino, bevanda ideale per l'uomo moderno, ma deve tenere conto della salvaguardia di ambienti di particolare valore storico e culturale, di vitigni forse fuori moda, ma testimoni di altri periodi della storia viticola, di tipologie di vino poco gradite ai consumatori frettolosi dei nostri tempi, ma che consentono la sopravvivenza di piccole comunità di viticoltori, di tradizioni fatte di musica, poesia, cibi e folklore associate al consumo del vino, che se abbandonate fanno perdere a questa bevanda quell'aura che ne ha garantito l'esistenza fino ai giorni nostri.
La storia recente indica per l'Italia delle scelte genetiche e colturali orientate verso vini dalla forte identità, che devono far percepire al consumatore attraverso una migliore conoscenza del terroir l'originalità e la rarità del vino che ha scelto. Dopo il periodo dei vitigni internazionali e quello dei vitigni antichi, per stimolare la curiosità del consumatore, come nella moda, verrà il tempo dei nuovi vitigni, risultato di incroci, resi meno costosi e di più rapida realizzazione, dallo sviluppo delle conoscenze del DNA.

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