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I greci hanno avuto il merito di avere trasformato il vino da semplice prodotto alimentare a merce di scambio e di avere legato il vino al culto di un dio protettore della viticoltura, Dioniso, che come dice Euripide
"... in dono al
misero
offre non meno che al beato, il gaudio
del vino ove ogni dolore annegasi".
Questo culto greco per Dioniso fu mediato prima dagli etruschi e più tardi ereditato dai romani che trasformarono il nome in Libero (Loufir in osco) e quindi in Bacco.
In particolare, furono i micenei, già nel I millennio a.C., a diffondere il consumo di vino nel meridione italiano attraverso un "processo di miceneizzazione della cultura indigena", anche se la coltivazione della vite non era estranea alla cultura degli italioti prima dell'arrivo dei greci che questi chiamano gli indigeni Enotri, per le modalità di allevamento della vite con il palo secco (in greco
oinotron, palo per vite), sconosciuto nel Mediterraneo orientale. Determinante fu anche l'instaurarsi degli
emporion focei in alcune località europee, strategiche per i commerci come ad Ischia, il primo fondato in Occidente, a Adria e Spina sul delta del Po, o a Marsiglia sul Rodano, dove assieme al vino venne diffuso il suo impiego sacrale e rituale che ne determinò il successo presso le popolazioni dell'Europa continentale, Galli e Reti in particolare.
Il consumo del vino non è fine a se stesso, ma costituisce lo strumento che favorisce lo sviluppo del simposio, momento importante nella vita sociale dei greci, la concretizzazione del mito del vino.
Il simposio era una festa (drinking-party) animata dal vino, il dono portentoso del dio Dioniso. Il vino incanta e fa dimenticare agli uomini le tristezze quotidiane, è il migliore medicinale per i mali dell'animo. Eletto il simposiarca, colui che aveva il ruolo di realizzare la miscela tra acqua e vino e che determinava il numero delle coppe che ciascuno era tenuto a vuotare, i partecipanti a turno parlavano su un argomento proposto, si recitavano poesie, si cantava e si suonava.
Il simposio è il luogo della riflessione politico-militare, in cui si rinsaldano i vincoli esistenti e si sanciscono nuove intese, si giurano imprese
comuni, si coltivano legami internazionali di ospitalità tra gruppi aristocratici di città diverse.
E il luogo dell'enunciazione etica e della pratica paideutica, dell'elaborazione culturale e del confronto intellettuale, e ancora della fascinazione e dell'eros
etero/omosessuale, del piacere e del divertimento, della derisione scherzosa o violenta del gioco.
Anche nel simposio è attiva sotto varie forme la componente agonale, che è struttura fondamentale della società e della psicologia dei greci antichi: dalla competizione del gioco alla rivalità amorosa, da alcune forme di contrasto poetico a indovinelli ed enigini, fino alle dispute dialettiche e filosofiche dei convivi tra V e IV sec. a.C. rappresentati nei dialoghi di Platone. Il vino è, per dirla con
Alceo, "specchio dell'uomo e verità", rivela la natura dell'interlocutore, scioglie la lingua, predispone all'amabile conversare e al gaio divertirsi tra amici, riempie l'Io di una nuova persona; se bevuto
nella giusta misura, è dolce stimolo del desiderio e compagno dell'immaginazione come canta Bacchilide.
Elemento importante dell'apparato conviviale è il corredo ceramico (cratere, coppe, brocche, piatti) le cui figurazioni decorative, per lo più scene ispirate al patrimonio comune del mito (numerose quelle dionisiache) o a situazioni tipiche del simposio (bevuta, canto, eros), interagiscono con la realtà e l'immaginario dei presenti.
Molti di questi corredi simposiali di foggia e funzione diversa, di preziosa ceramica, spesso associati ad altri oggetti di uso quotidiano,
sono stati ritrovati nelle tombe più ricche degli etruschi. Nella ospitalità georgiana ancora oggi all'inizio di un banchetto viene nominato il simposiarca, una persona autorevole, chiamato
tamadan che promuove i brindisi e sceglie gli argomenti per i commensali.
Il termine
sympòsion deriva da syn + pìnein, bere
insieme, designa la riunione di compagni, caratterizzata dal bere vino che seguiva normalmente il pasto della sera. "I greci non bevevano da soli, perchè il consumo del vino era vissuto come atto collettivo.
Le prime attestazioni del termine sono in Alceo, Téognide e Focilide. Al simposio greco di età arcaica può applicarsi il precetto dello scrittore latino Varrone (I sec. a.C.) che indicava come numero ideale, per una felice situazione conviviale, quello compreso tra le tre Cariti (Grazie latine) e le nove Muse, cioè un gruppo omogeneo e numericamente limitato, definito mediante le divinità della grazia e dell'arte. Nel mondo omerico, la commensalità in presenza del vino, accompagnata o seguita dal canto poetico, rappresenta una delle attività più piacevoli e liete.
Nell'ambasceria ad Achille, sembra profilarsi anche l'elemento che connota nell'Iliade il simposio nella sua specificità: il bere vino, allietato dal canto, come momento centrale dello stare insieme, privilegiato sul pasto e successivo ad esso.
Varia è la morfologia dell'incontro simposiale, sia in relazione ai differenti periodi storici e alle differenti aree geografiche sia per quanto riguarda le stratificazioni sociali
(simposio aristocratico, alla corte del tiranno, borghese ecc.) e le occasioni concrete del convito: dalla riunione di compagni d'armi o di fazione alla celebrazione di un evento o ricorrenza privata e
familiare, al prolungamento, riservato a un gruppo ristretto di una festività pubblica e di un rituale religioso, sino alla semplice volontà di svago e di
intrattenimento. In genere, dopo il pasto serale, col sopraggiungere dell'oscurità, le mense vengono portate via, si pulisce il paviniento e i convitati si lavano le
mani come descrive il poeta ionico Senofane (V-IV sec. a.C.). La libagione agli dei, col canto di tutti i presenti apre e conclude il simposio.
Il simposio si organizza insieme ed ha le sue proprie regole, che mirano a stabilire una precisa divisione del
piacere. Il simposio è dunque una forma di socialità che caratterizza tutta la durata del mondo antico. Anzi il simposio non si limita a questa vita; la nostalgia dei vivi immagina la felicità dei morti in tale forma: all’iniziato viene promesso che da beato celebrerà banchetti avendo sul capo una perenne corona di fiori.
Il fatto più appariscente è quello di stare sdraiati accanto alla
tavola. In Grecia - a differenza che a Roma - di solito si è in due a giacere su una
kline, un divano, il braccio sinistro appoggiato al cuscino che sta sotto la nuca, il destro libero, secondo un uso penetrato dall’Asia Minore.
I convitati ornano il capo e il petto con corone di fiori e di mirto o edera, avvolgono il capo anche con morbide e calde tenie (bende sacre) ungono il corpo con profumi
e vengono bruciati incenso e altri aromi; d'inverno si ravviva il fuoco, d'estate si rinfresca il vino con la neve, se è stata conservata nella neviera.
Il convito si svolge nell'andròn (la sala degli uomini) al cui centro è posto il cratere
(kratèr dalla stessa radice di kerànnumi "io
mescolò") il vaso di grandi dimensioni, in cui il vino viene
mescolato all'acqua. Nella sala del banchetto ciascuno è disposto in modo tale da essere a portata di voce e di sguardo con tutti i compagni. Conosciamo queste sale grazie agli scavi archeologici: nel santuario di Artemide a Brauron ci sono nove sale di dimensioni identiche aperte lungo il portico che accolgono undici
klinai ciascuna. Il simmetrico spazio architettonico ha questa coppa del vasaio Ierone, che presenta una scena di simposiasti con etere. In questa scena sono presenti tutti gli ingredienti del simposio: il vino, con il cratere e le coppe in mano ai convitati; la musica e la danza, con la flautista ed i crotali, appesi sullo sfondo; l’erotismo, con le molteplici presenze femminili.
I protagonisti principali sono però gli uomini, disposti in cerchio in condizione di assoluta eguaglianza.
Al simposio non prendevano parte le donne di condizione libera, ma la riunione, era rallegrata dalla presenza di etére (per esempio la "ragazza di Lesbo" o la
"puledra tracia" di Anacreonte), suonatrici di aulo e cantanti; dall'età classica, si
poteva assistere, come si legge nel Simposio di Senofonre (V - IV sec. a.C.) a veri e propri spettacoli di danza e mimo, o a esibizioni di giocolieri e istrioni.
La donna di condizione borghese manca nel simposio greco fino al periodo ellenistico. In questo senso il simposio arcaico è uno spazio chiuso ed essenzialmente maschile, circoscritto ad un numero limitato di convitati: il numero deve essere compreso,
come prima accennato, tra quello delle Muse e quello delle Grazie, cioè da nove a tre. Nel Simposio di Platone sono nominati sette convitati; solo nel IV secolo il banchetto si fa più sontuoso e borghese.
Le occasioni di un simposio sono molteplici, quasi sempre fa seguito ad un pranzo e può essere una festa familiare, soprattutto un matrimonio, oppure una festa religiosa o un pranzo sacrificale. Ad esempio il Simposio di Platone è tenuto per celebrare la vittoria di Agatone negli agoni tragici; il Simposio di Senofonte la vittoria di un giovane nel pancrazio. Spesso ognuno porta la sua quota, si uniscono le spese: si ha allora il banchetto
aposymbolòn, con il contributo dei partecipanti; affine è il banchetto comunitario
èranos. Ma spesso ci si riunisce semplicemente per il piacere della festa. Gli inviti si facevano di solito il giorno prima o lo stesso della festa, per non impegnare le persone con settimane di anticipo. Andava insomma chi voleva e spesso un ospite stimato non si faceva scrupolo di portare con sé un amico incontrato per caso in strada. Il simposio deve iniziare con la prima oscurità. Nel banchetto con invitati i posti erano assegnati dal padrone di casa e poiché si sta sdraiati da sinistra a destra, ne deriva anche l’ordine d’importanza. Del servizio si occupavano i
ragazzi (pàides), la cui presenza allietava il convito, incaricati di miscelare il vino con l’acqua, e di attingerlo dal cratere con la brocca o con il mestolo.
Dopo il pasto vengono portate via le mense con gli avanzi e pulito il pavimento. Poi ognuno prende da una coppa, passata in cerchio, un sorso di vino non annacquato per un brindisi in onore del buon genio, accompagnato dalle parole
agathoù daìmonos. Chi non vuol bere abbandona la sala. Viene portata poi acqua per lavarsi le mani, profumi e corone per ungersi ed ornarsi la testa. Le corone sono di fiori e mirto, oppure di edera,
pianta sacra a Dioniso. I poeti di Lesbo menzionano anche le upothùmides, corone intrecciate da portarsi intorno al "tenero collo". Spesso il capo è ornato anche di una tenia, una fascia colorata di lana rossa. Anche le coppe sono inghirlandate di edera.
Viene poi distribuito il vino miscelato con acqua nei crateri e da ognuno dei tre primi crateri si fa di nuovo un’offerta: si versa fuori della coppa del vino. L’offerta del primo cratere è per gli dei celesti e Zeus Olimpio, la seconda per gli ‘spiriti’ degli eroi, la terza per Zeus Salvatore. In occasione di queste offerte tutti cantano il
peana accompagnati dall’aulos, un inno antichissimo dal ritmo sostenuto, da cui deriva il nome di ‘metro spondaico’, da
spondè, ‘libagione’.
La libagione votiva ed il canto del peana dicono che il simposio è anche e soprattutto un evento sacrale. L’offerta è in origine un rito che deve rompere il tabù insito nel vino: bere significa penetrare nel demoniaco e l’offerta reca in sé un elemento magico. Sacrale è l’abluzione delle mani che deve determinare la purezza rituale e la corona ha una funzione iniziatica, una pratica per essere accolti in una nuova comunità, non certo quella di proteggere dal mal di testa, come hanno ritenuto alcuni studiosi. Anche l’iniziato ai misteri porta infatti una corona. La sacralità del simposio è testimoniata dal fatto che anche lo stesso vino non è semplicemente un dono degli dèi, ma è divinità esso stesso, e nel linguaggio simposiale il vino è chiamato Bacco, Bromio, Dioniso. Il carattere rituale attesta inoltre che i convitati non sono una "società" nel nostro senso, ma un
thiasos, una comunità in cui non può mancare il legame sacrale con il divino.
Carattere sacrale ha anche l’uso di bere sotto una guida: si elegge o si sorteggia un re del simposio, un simposiarca che regola le modalità del bere della comunità: è una sorta di re in un contesto pacifico. Ma facciamo iniziare il simposio: il primo sorso è un "brindisi". Si fa poi girare la coppa verso destra, la parte indicante la fortuna, si beve e si passa la coppa con le parole:
Prendi anche tu la bevanda di Igea,
e il bevante beve
ughìeia, alla salute degli altri. Poi segue un brindisi speciale:
kaìre, kaìre kaì pìe eù, salute salute e bevi bene, facendo il nome del prescelto. L’intento è quello di accrescere con l’incitamento la forza del destinatario dell’omaggio. Un po’ diverso il brindisi all’amore:
philotesìan propìnein, bevi la coppa dell’amore; poi si vuota la coppa e la si passa, di nuovo colma, alla persona cui si rivolge l’omaggio, che a sua volta la vuota. Il simposiarca stabilisce tutte le regole: quale debba essere la miscela da bere, la grandezza delle coppe, ecc. Bere vino puro è ritenuta usanza barbara, ed anzi l’acqua deve essere in misura prevalente: una porzione di tre a uno; una miscela debole. Parti eguali di acqua e vino sono già considerate ubriacanti ed è noto che misura e moderazione sono virtù elleniche. A seconda del tipo di vino o dei personali desideri, l’acqua viene riscaldata o raffreddata con la neve. Spesso il simposiarca costringe a bere grandi quantità di vino: è bere
pros bìan, per costrizione, a comando, a contrario del bere
pros edonèn per piacere.
Prova di grande bravura è il pìnein apneustì, amustì, bere senza riprendere fiato e chiudere le labbra. Nonostante l’ideale di moderazione spesso si cominciava con piccole coppe e si finiva con grandi bevute fino all’ubriachezza, al mal di stomaco, alle zuffe e, infine al
kraipàle, al mal di testa.
Per evitare i cattivi effetti del vino mentre si beve si mangiano degli stuzzichini, dei dessert, le "seconde mense" ,
deutèrai tràpezai: pasticcini, frutta, noci, mandorle, miele e formaggi.
La festa era spesso seguita dalla baldoria dell'allegro corteo (kòmos) dei
simposiatri usciti per le strade. Letizia (eufrosvne) e grazia
(chàris), serenità (esukìa) e piacere (edonè) sono i principi ispiratori e gli obiettivi ideali del
simposio. Gli eccessi nel bere e nel comportamento sono biasimati e le regole conviviali prescrivono moderazione e
buongusto, anche se nella realtà non mancano testimonianze di intemperanze e tensioni.
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