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Dalla staffa al brindisi
Famoso è rimasto il bicchiere della staffa, quello alzato verso il cielo dal cavaliere di turno, quando era già in sella al suo scalpitante destriero. Dopo aver bevuto il vino d'un fiato per il brindisi di rito, il personaggio partiva a spron battuto, alla maniera di Zorro, di Pancho Villa e di Buffalo Bill. A proposito di brindisi, niente a che fare con la città pugliese, il termine deriva dal te-desco
bringe dir's, offro a te. Invece, il nome di Brindisi risale alla "testa di cervo" della lingua messapica.
Calix vino
In realtà, il bicchiere è sempre stato un protagonista della degustazione, a qualsiasi livello, anche amatoriale.
Tant'è che i Romani facevano già una netta distinzione tra il bicchiere dell'acqua, chiamato
pocula achelois, e il contenitore specifico del vino, chiamato dal poeta Catullo, con sorprendente anticipo sui tempi moderni,
calix vino. Fin da allora, fu sentita l'esigenza di bere nel bicchiere giusto, non solo da parte dei
beati possidentes ma anche fra i frequentatori delle osterie popolari. Difatti, nelle mescite plebee, le
cauponae, non mancavano i bevitori di palato fino. "Poscunt maioribus
poculis", chiedono bicchieri di formato più grande, al dire di Marco Tullio Cicerone, acuto indagatore di vizi e virtù dei suoi contemporanei. Si può supporre che la richiesta di calici "super" provenisse dagli antenati degli odierni degustatori. Anche allora il bicchiere veniva riempito non più della metà, evitando di far traboccare il vino sul mantile, robusta tela, affine all'odierna tovaglia.
La definizione di bicchiere, di etimo incerto, forse deriva dal tardo latino
bicarium, che a sua volta si rifà al bikos dei Greci, in uso
anche presso gli Egizi. Ma c'è anche l'ipotesi di un'origine nordica riferita al termine
bikari, oppure al bécchier dell'epoca dei Franchi di Carlo Magno. Un conto è il nome e un altro è il riferimento alla materia prima con la quale era foggiato il recipiente per bere il vino. Difatti, sono giunti fino a noi esemplari in pietre dure, in metallo più o meno pregiato, o altro.
Sviluppo delle tecniche vetrarie
In quanto ai calici di vetro, essi sono strettamente legati, nell'evoluzione delle forme, allo sviluppo delle tecniche vetrarie. E qui, va tenuto conto che la tecnica della "soffiatura" fu inventata dagli Assiri, molto esperti in materia. Invece, i Greci dell'epoca di Omero, quando erano ancora digiuni di vetro e vetrerie, si accontentavano di servire il vino in conchiglie marine, di
adeguata capienza. Se poi andiamo agli albori della civiltà, allora per bere il vino si usavano le corna dei bovini, talvolta persino artisticamente lavorate. Dal Medioevo in su, quando man mano venne perfezionata la tecnica di fabbricazione dei bicchieri, si passò alla soffiatura libera e poi a quella negli stampi. Grande fortuna toccò al bicchiere "facon de Venise", mentre in seguito presero il sopravvento il "cristallo" e il "cristallino". Fino a giungere all'attuale produzione interamente meccanizzata, con piccole forme di artigianato, sul tipo di quella che resiste tuttora a Murano. Ai giorni nostri, è diventa eresia bere il vino nei boccali di terracotta, come si usava un tempo nelle osterie, oppure nel "gotto", bicchiere di vetro con il manico. Sono di rito calici di vetro, possibilmente pregiato e di formato idoneo al vino che si va degustando.
L'amico del
vino
Gira e rigira, resta ampiamente dimostrato come non vi sia amico più fidato del vino, se non il bicchiere che gli si addice. Anche i Romani davano molta importanza ai contenitori del vino, però nelle raffigurazioni artistiche si prendevano qualche licenza. Lo dimostra, ad esempio, la "Libagione di Arianna", pannello di vetro della casa pompeiana di Fabius Rufus, ora al Museo archeologico nazionale di Napoli.
In quella vetrofania campeggia la slanciata figura di Arianna, moglie assai emancipata di Bacco, che impugna un
cantharus, munito di doppio manico. Siamo lontani, in questo caso, dal formato classico. Però, in ogni epoca e in ogni regione, sono stati di moda bicchieri di ogni sorta, anche le più strane. Si pensi al "glo-glo-glo" goriziano, formato da tre ballon sovrapposti ma uniti in soffiatura unica. Nel Collio ne sono rimasti pochi esemplari da antiquariato. Da segnalare che i bicchieri in vetro sono non solo i più classici ma anche quelli che offrono maggiori garanzie "ecologiche". Difatti, il vetro non inquina, né poco né tanto, poiché risulta composto di materia chimicamente inerte. Inoltre, è facilmente riutilizzabile, mentre non si può dire altrettanto per altri contenitori a base di sostanze sintetiche di natura organica.
La miscela
vetrificabile
Per fabbricare i bicchieri si comincia con il riunire le materie prime fondamentali, ossia silice, carbonato di sodio e carbonato di calcio, dalle quali si ottiene la miscela vetrificabile.
Quando questa è pronta, viene immessa nel forno di fusione, attivo 24 ore su 24 e dove raggiunge una temperatura di 1.600 °C. Successivamente, il liquido allo stato fuso entra nei canali di condizionamento termico e quando raggiunge l'opportuna viscosità, viene tagliato in "gocce" convogliate agli stampi della macchina formatrice. La silice, o sabbia di cava, è la materia prima "vetrificante", presente nel composto base per circa il 70%. La soda serve invece come fondente per abbassare il punto di fusione della silice, così come il carbonato di calcio, che è pure sostanza stabilizzante del vetro ed eviterà che venga in seguito intaccato dagli agenti atmosferici. Dai componenti indicati sopra si trae un vetro incolore, mentre per colorarlo si adoperano piccole quantità di sostanze adatte allo scopo. Per esempio, ossidi di ferro e cromo per bottiglie e bicchieri verdi; composti di zolfo per conferire tonalità di giallo e così via per altre versioni.
Appassionante
romanzo
A ben pensarci, in realtà, la storia del bicchiere è un appassionante romanzo, ricco di molteplici capitoli, tutti interessanti. Per esempio, ai tempi dell'espansione imperiale, le legioni romane avevano al loro seguito i "bicchierai", i quali si mettevano a fabbricare calici non appena le truppe si fossero insediate nei luoghi di conquista, specie nelle Gallie e in Britannia.
Nelle vecchie osterie del contado toscano era di moda il "gobbino". Ossia un bicchiere conico, leggermente sfaccettato nella parte bassa. Il nome, assai curioso, derivava dal fatto che siccome l'oste lo riempiva raso fino all'orlo, il bevitore doveva incurvarsi pei berlo, senza versarne una parte sul bancone Quindi, momentaneamente si ingobbiva, co me una vecchina davanti all'altare.
Erano i tempi delle fornaci di Montaione d Gambassi, regno dei bicchierai e fiascai, per
la duplice alleanza tra "gobbino" e fiasco "strapeso", impagliato con la "sala", l'erba palustri delle rive d'Arno.
Famosi calici
A proposito di calici, più meno panciuti, il più celebre fra questi
recipienti è il leggendario Graal, custodito come un oggetto sacro in un castello della Bretagna. Secondo una leggenda medievale, sarebbe stato usato da Gesù nell'Ultima Cena. Oppure fu il recipiente adoperato da Giuseppe d'Arimatea per raccogliere il sangue del
Redentore, dopo la crocifissione. Tali sacri eventi sono evocati nel poema cavalleresco di Chrétien de Troyes, redatto nel 1180 e inserito nel ciclo di re Artù. Anche Wagner, sia nel "Parsifal", sia nel "Lohengrin", esalta la mistica concettualità del venerato Graal.
Lo splendore di Murano
La massima espressione artistica del calice all'italiana fu raggiunta dalla manifattura di Murano, intorno al XVI secolo. L'arte del vetro aveva cominciato a fiorire nell'isola lagunare nel 1291, quando fu deciso il trasferimento da Venezia per proteggere la città dal rischio di incendi. Da allora, Murano assunse un incontrastato ruolo di guida, sia per l'originalità dei manufatti, sia per la capacità innovativa, anche ispirandosi a modelli d'Oriente.
La nascita del "cristallo" viene datata intorno al 1450, quando fu realizzato un materiale più puro e sottile, in vetro sodico incolore, grazie all'apporto del manganese. Gli attuali bicchieri di cristallo, il cui nome di origine greca significa ghiaccio allo stato puro, sono composti dal 50 al 60% di silice, dal 20 al 35% di ossido di piombo, dal 10 al 15% di ossido di potassio, mentre è nulla o molto scarsa la presenza di sodio.
Nel periodo dell'apogeo veneziano della produzione vetraria, mentre i maestri vetrai misero a punto il "vetro ghiaccio", ottenuto immergendo il semifuso nell'acqua fredda, poi il "vetro calcedonio", a imitazione della pietra dura, nonché il "millefiori" con corti segmenti di canne dai differenti colori, acquistarono duratura fama i "cristalli" britannici. Ma
anche Germania, Austria, Boemia, Spagna e Paesi Bassi si misero in evidenza con i loro vetri.

Attualmente in Italia, artigianato a parte, sono una quindicina le aziende vetrarie industriali importanti, con 43 stabilimenti, dediti alla produzione di vetro cavo, con procedimento automatico. Tra bottiglie, bicchieri, vasi, flaconi e altri casalinghi, sfornano circa 3,5 milioni di tonnellate di vetro, di cui quasi 600.000 destinate all'esportazione.
Luciano
Imbriani
CV
Corriere Vinicolo
anno 80 n° 44 , 12 novembre 2007 , pagg.78-80
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