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Cantine
D'Araprì
Puglia1
Paniere prodotti e servizi - Vino spumante
La Casa d'Araprì è l'unica realtà in Puglia ed una delle poche nel Meridione a produrre spumante con metodo classico. Il carattere artigianale garantisce l'alta qualità dei prodotti ed il rispetto assoluto della tradizione
"champenoise". Protetti dalla Maiella ed a ridosso del Gargano, i vigneti di San Severo sono tra i più importanti e ben tenuti della Puglia. Sorgono su territorio calcareo-argilloso vocato alla coltivazione dell'uva, in particolar modo a bacca bianca, quale il Bombino, vitigno autoctono caratterizzato da una notevole struttura e da una buona acidità.
La d'Araprì nasce nel 1979 "così per caso" da tre amici appassionati musicisti di musica JAZZ che hanno dato vita ad un'attività in cui l'armonia e la creatività rivestono un ruolo importante. L'idea iniziale, oggi divenuta realtà, era di valorizzare il vitigno autoctono "bombino bianco" di San Severo dando ad esso la veste del top dell'enologia, ovvero, quella dello spumante ottenuto con metodo classico. Inizialmente si producevano solo 90 bottiglie da 750 cl con l'utilizzo di soli 3 ha di terreno. Attualmente hanno superato le
50.000, grazie anche all'acquisto di materia prima da aziende agricole della zona che si sono impegnate a fornire l'uva di bombino bianco di alta qualità. I soci della cantina d'Araprì sono molto orgogliosi del lavoro svolto e del successo che il loro spumante ha ottenuto in tutto il territorio nazionale. "Il nostro prodotto è riconosciuto dalle migliori guide a livello nazionale, la nostra sfida iniziale è riuscita".

La vera opera d'arte di questa società sta nella ristrutturazione delle cantine storiche, che si estendono sotto i palazzi storici del centro di S. Severo per circa
1000 mq.. Sono cantine del 600-700 che hanno richiesto grossi interventi per diventare funzionali alle nuove esigenze aziendali. Oggi in queste storiche cantine invecchiano le migliaia di bottiglie e nelle stesse, inoltre, si possono ammirare splendide testimonianze del passato, fra cui un pezzo delle antiche mura di cinta del 1200, un'antica pressa del 1836, la prigione dei Carbonari Morelli e Silvati ed un frantoio ipogeo.
Al fine di promuovere il prodotto, occasionalmente la d'Araprì organizza serate musicali presso la sua sede. La voglia di fare, la sicurezza delle loro azioni e la caparbietà dei tre soci/ amici della cantina d'Araprì rappresenta il vero cavallo di battaglia che ha permesso di superare le difficoltà, incontrare nuovi amici che li hanno incoraggiati ed aiutati nel continuare tale attività e ottenere uno degli spumanti più buoni che si possa trovare sul territorio nazionale.

1 L'azienda è localizzata nel comune di S. Severo (FG) - www.darapri.it.
1. Introduzione
In una società che sembra avere sempre più fiducia sui dati e sulle statistiche per come strumenti di supporto alle decisioni ed alla programmazione di percorsi di sviluppo economici e sociali, non sorprende che l'agricoltura sia considerata un settore marginale con una scarsa capacità a contribuire alla costruzione della ricchezza e del benessere della popolazione.
Dai numeri infatti emerge che, il settore primario, in Europa occupa poco più del 3% della popolazione attiva e che questa percentuale è destinata a diminuire nel prossimo futuro. Se poi si considera il contributo al Prodotto Interno Lordo la situazione è ancora più drammatica. C'è chi sostiene che l'agricoltura non riesca a produrre neppure la ricchezza che "consuma" attraverso gli aiuti che riceve dall'Unione Europea e dai singoli Stati.
Il dibattito attuale si sta concentrando proprio sulla opportunità di continuare a finanziare un settore in declino che non è più in grado di essere autosufficiente, né di far fronte al principale problema delle aree rurali, lo spopolamento. In aggiunta la globalizzazione e la progressiva liberalizzazione degli scambi consente di minimizzare i costi derivanti dagli approvvigionamenti alimentari scollegati dalle aree di consumo, almeno da quelle dei Paesi industrializzati. L'aumento percentuale degli scambi di prodotti agricoli ed alimentari è già oggi più elevato dell'aumento delle produzioni mondiali.
Un tale dibattito suscita però opinioni divergenti soprattutto nell'ambito accademico dove alcuni ricercatori si pongono in difesa di un settore che negli anni è stato e continua ad essere una forza motrice dello sviluppo economico e sociale della civiltà umana. Noi siamo tra questi e le motivazioni che ci spingono a tale difesa possono essere racchiuse in tre questioni centrali:
1. la questione economica;
2. la questione ambientale;
3. la questione sociale.
La questione economica è da sempre quella più combattuta. Il modello di riferimento dello sviluppo economico dagli anni '60 anni alla fine del secolo, attuato anche in agricoltura, è stato quello della modernizzazione: in agricoltura questo modello è stato tradotto in una spinta unilineare verso l'aumento della produttività attraverso il superamento di limiti naturali quali forza lavoro, fertilità del suolo, condizioni pedo - climatiche e biologiche, in continuo cambiamento e sempre di più difficile previsione, con l'introduzione di un uso sempre maggiore di macchine, tecnologie e input chimici. L'obiettivo aziendale è stato centrato sul concetto di competitività di mercato intesa come riduzione continua dei costi di produzione ed aumento delle rese. In questo modello l'attenzione è posta sui fattori produttivi e sull'assunto di un mercato libero e concorrenziale in cui la sostituzione di forza lavoro con tecnologie sempre più innovative e lo scambio dei prodotti/inputs produttivi avviene senza shock per il sistema ed in completa trasparenza. Da questo deriva l'assunzione che non ha importanza il posto in cui si produce, ma la capacità delle imprese a competere in tali mercati e l'organizzazione di un sistema di distribuzione efficiente che copre le esigenze dei consumatori. Concetti che sono alla base della globalizzazione da tutti ritenuta ormai fondamentale per lo sviluppo mondiale. In tale modellizzazione però ci si è in parte dimenticati di alcuni elementi fondamentali che caratterizzano i contesti socio-economici in cui le imprese operano:
1. Il primo è sicuramente che i mercati di riferimento non sono trasparenti e che il più delle volte si presentano in forme
intermedie1 oppure in condizioni di fallimento per comportamenti opportunistici o asimmetrie informative. Le imprese agricole, quindi, da sempre hanno dovuto individuare soluzioni a tali condizioni che si discostano dalla visione teorica attuando politiche di portafoglio, economie di scopo e comportamenti finalizzati a creare una propria immagine e reputazione. Soluzioni che sono frutto di capacità e conoscenze proprie maturate negli anni e che, all'interno del modello di modernizzazione, sono messe a rischio da un sistema tecno-scientifico-amministrativo che le reputa ridondanti ed incapaci di condurre a soluzioni globali della questione agricola.
2. Il secondo fa riferimento agli obiettivi degli imprenditori agricoli spesso non centrati esclusivamente sul profitto
ma su obiettivi più ampi, di lungo periodo, quali ad esempio, quelli di creare opportunità lavorative per la famiglia, rapporti con altri agricoltori, sperimentare e produrre prodotti nuovi e di qualità. Un tale comportamento è alla base della ricchezza di prodotti e della diversità (Delors, 1992) che caratterizza l'agricoltura europea da tutti oggi riconosciuta come patrimonio collettivo e da tutelare. In questo caso la modernizzazione ha snaturato la natura imprenditoriale degli agricoltori imponendo obiettivi di performance produttiva ed economica con una ricaduta negativa sia sul lavoro familiare, sia sulla diversità dei prodotti aumentando la vulnerabilità e la dipendenza delle imprese dagli andamenti di mercato. La domanda diventa a questo punto, ma che valore ha la diversità agricola ? ed in caso essa venga distrutta è possibile ricrearla? E a quali costi?
3. Il terzo elemento è rappresentato dalla nuova era tecnologica che ci troviamo ad affrontare e cioè
quella dell' ICT (Information and Comunication technology). Attraverso tale tecnologia limiti quali le piccole dimensioni aziendali, il reperimento delle informazioni, l'isolamento di molte aziende agricole sono superati con l'organizzazione di reti di imprese e servizi che definiscono confini aziendali allargati garantendo trasparenza delle informazioni, economie di scopo e di gamma, masse critiche di prodotto e programmazione delle produzioni e delle consegne;
4. Il quarto fa riferimento alla forte capacità che l'agricoltura ha nel creare sinergie con altri settori. Il sostegno all'agricoltura da sempre è servito per alimentare l'industria delle macchine agricole, quella delle tecnologie alimentari, il mondo creditizio e finanziario, il settore manifatturiero, il turismo, il settore dei servizi diventando l'elemento chiave di modelli di economia rurale allargata a cui oggi si fa tanto riferimento.
La questione ambientale è da sempre parte integrante della buona agricoltura. Gli imprenditori agricoli hanno all'interno delle loro conoscenze nozioni fondamentali per il mantenimento, la salvaguardia e la riproduzione degli elementi naturali. I paesaggi agrari sono frutto di secoli di lavoro dei contadini che hanno permesso alla natura di evolversi e di sostenere la vita umana. A seguito dell'attuazione dei concetti di modernizzazione alcuni sviluppi agricoli hanno costituito un peggioramento dello stato d'uso delle risorse. Condizione questa perfettamente sanabile dall'introduzione di regole chiare sulle pratiche agricole da utilizzare per la salvaguardia ed il potenziamento delle risorse ambientali. Quello che, invece, preoccupa è doversi immaginare un mondo senza agricoltura. Pensare al mantenimento del territorio attraverso attività di servizi e cancellare l'espressione produttiva delle risorse naturali comporterebbe un arretramento dello stato di vitalità delle aree ai tempi preistorici. Non è pensabile di eliminare in Europa
la funzione produttiva agricola per due motivazioni centrali:
• la costruzione di un paesaggio vivibile ed il mantenimento della capacità riproduttiva delle risorse naturali a costi accettabili ed inferiori rispetto a quelli necessari per interventi di recupero o mantenimento in caso di mancanza dell'agricoltura;
• la disponibilità strategica di materie prime che contribuiscono a potenziare l'autonomia dei territori e la loro potenzialità futura a svilupparsi.
La questione sociale può essere espressa con due elementi:
• la capacità di avere una residenzialità diffusa anche nelle aree più marginali;
• l'integrazione e la diffusione di conoscenze.
Nel primo caso l'agricoltura ha garantito un controllo ampio del territorio ed ha contribuito molto alla sua sicurezza. In aree montane ad esempio la presenza dei pastori ha rappresentato per secoli un elemento di sicurezza e controllo di tali aree come nei piccoli borghi rurali la presenza degli agricoltori è stato un elemento fondamentale per la vitalità del borgo, elemento che ha influenzato anche le scelte di altri cittadini di non emigrare nelle aree urbane. Paradossalmente oggi sempre grazie alla possibilità di intraprendere un'attività agricola si sta assistendo ad un immigrazione di ritorno di cittadini che intendono allontanarsi dalla vita frenetica della città ed avvicinarsi di nuovo ai valori ed alla tranquillità della vita di campagna. Nel secondo caso va sottolineato che gli agricoltori sono sempre stati veicolo di diffusione delle informazioni e delle conoscenze a costo zero. Questo negli anni ha rappresentato un veicolo molto efficiente di diffusione di culture diverse, prodotti e idee. Lo stesso modello di modernizzazione ha sfruttato tale veicolo per diffondere le proprie innovazioni nelle macchine o nei concimi o negli antiparassitari. Un'abilità propria degli agricoltori di essere allo stesso tempo diffidenti, ma sempre alla ricerca di nuove relazioni o nuove esperienze da imitare o sperimentare.
Per tali motivazioni, quindi, il sostegno all'agricoltura è funzionale alla vitalità ed allo sviluppo delle economie rurali soprattutto laddove il modello di riferimento agricolo torna ad essere quello del "contadino del terzo millennio" cioè un modello fortemente integrato e sinergico con altri settori, multifunzionale e multi prodotto, che tuteli l'attitudine imprenditoriale e le risorse ambientali e che si muova all'interno di nuove reti territoriali funzionali sia alle imprese, sia ai cittadini consumatori.
In questo libro, oltre ad argomentare le motivazioni che sono alla base del processo di transizione in atto in Europa che sta portando le imprese agricole ad una loro completa ridefinizione secondo diversi modelli di sviluppo abbiamo voluto riportare la testimonianza
della presenza di imprese agricole2 collocabili all'interno di questo nuovo modello di contadino in tutte le aree, rurali, marginali ed urbane. Questo ad evidenziare che la marginalità rimane un concetto relativo spesso superabile dall'abilità degli imprenditori nell'individuare soluzioni efficaci sulla base dell'area e delle risorse che si hanno a disposizione. Imprese che dimostrano come i tre livelli di sostenibilità possono essere perseguiti, raggiunti e mantenuti negli anni.
Un modello però che rimane ancora nascosto in quanto mancano gli strumenti per disegnare ed organizzare delle reti territoriali pubblico - private capaci di sostenere e sviluppare tali imprese ed amplificarne gli effetti attraverso il coinvolgimento di nuove imprese/attori. In coda al documento riportiamo una serie di suggerimenti per rafforzare la politica e gli strumenti dello sviluppo rurale rendendola più rispondente alle esigenze manifestate dagli imprenditori agricoli intervistati.
1. Le forme intermedie sono quelle di quasi-organizzazione o quasi-mercato
(Saccomandi, 1998)
2. Le schede aziendali sono state selezionate tra le circa 250 interviste in profondità rilevate nel corso del primo anno di attività della ricerca "Welfare nelle aree rurali". Le interviste sono state realizzate in 14 regioni italiane dai ragazzi messi a disposizione dalle Acliterra e dall' UNIPG.
2. Le "questioni" rurali
Gli studi rurali degli ultimi decenni si sono focalizzati sul rapporto urbano - rurale attribuendo a questo delle valenze teoriche diverse a partire dalla semplice localizzazione geografica (OECD, 1993), per classificare le aree rurali rispetto alle distanze dai poli urbani, fino a più sofisticate analisi del rapporto funzionale tra le aree rurali e le esigenze della società urbana (Marsden e al., 1993).
Negli ultimi anni l'evoluzione di questi studi, anche attraverso l'introduzione di teorie sociologiche quali
l'actor oriented approch, ha portato alla caratterizzazione delle aree rurali sulla base dei networks relazionali pluridimensionali "sociali - economici e politici" in esse localizzati (Murdoch, 2006; Ploeg van der e al., 1997). Con questo approccio è restituito alle aree rurali una capacità di ricreare una propria autonomia ed identità. Le aree rurali si rapportano con quelle urbane senza però una subordinazione nelle definizione delle dinamiche di sviluppo con una sempre maggiore capacità di porsi come un'alternativa ai modelli urbani con capacità competitive in termini economici, sociali ed
ambientali1 ed una migliore qualità della vita (Ventura, Milone e van der Ploeg, 2008). Rispetto a tale capacità le aree rurali si mostrano notevolmente differenziate, soprattutto in riferimento al mantenimento di una "ruralità" che resta fondata sulla presenza dell'agricoltura come principale modalità di utilizzazione e "modellamento" dello spazio, delle risorse naturali e del paesaggio. Una "ruralità" che
sebbene riconosce ancora nell'agricoltura la principale fonte di quegli elementi che caratterizzano le singole aree e contribuiscono a determinarne la diversità, sembra considerarne maggiormente la funzione ambientale, storico-culturale e sociale piuttosto che quella produttiva propriamente detta.
La riscoperta dei cibi tradizionali e di tradizioni popolari proprie della "cultura contadina" e la loro nuova funzione di elementi di identità e competitività territoriale è certamente l'aspetto più evidente del legame agricoltura ruralità. Un legame che tuttavia va perdendo la sua dimensione "materiale" a vantaggio di quella immateriale rappresentata da un contenuto ipersimbolico dei prodotti e servizi del territorio che si rifanno ad una sua immagine sempre più virtuale costruita sulle aspettative del consumatore "urbano" piuttosto che sulla realtà produttiva delle pratiche.
L'esempio più noto è certo quello dei paesaggi rurali della Toscana e della rappresentazione della "genuinità" e qualità delle produzioni industriali attraverso l'immagine di pratiche produttive che evocano la tradizione attraverso la totale assenza di moderna
tecnologia2.
Un'agricoltura che ha quindi il ruolo di creare condizioni di attrattività dell'area legate non più a vantaggi competitivi localizzativi per la produzione di materie prime e derrate alimentari, ma per le sue nuove funzioni:
la sua compartecipazione nel disegnarne la storia e le tradizioni che oggi assumono importanza come elementi di nuova unità delle comunità rurali. Queste, sempre più allargate a nuovi attori, cercano comunque proprie radici e valori su cui basare lo sviluppo di azioni che migliorino la qualità della vita attesa da vecchi e nuovi attori del rurale, necessaria a garantire la loro stessa sopravvivenza. (Ventura ed altri 2008);
il mantenimento delle risorse naturali e del paesaggio e della loro qualità e capacità di riprodursi.
Questa funzione "ambientale"; anch'essa propria della pratica agricola era stata disattesa, volutamente ignorata, da un processo di modernizzazione volto solo all'aumento della produttività dei fattori. Un obiettivo perseguito attraverso una sempre maggiore disconnessione da tutto ciò che comportava una specificità dei fattori stessi e che come tale ne costituiva un limite all'incremento della produttività.3 La modernizzazione ha emarginato ed espulso dai propri circuiti politico-economici, tutti e tutto ciò che non era facilmente omologabile, in un tentativo di semplificazione e ingegnerizzazione dei processi che ha portato a effetti diversi e diversamente impattanti nelle aree rurali, ma accomunati da un progressivo degrado sia del fattore ambientale sia di quello umano coinvolti nel processo. Per
questo oggi si tende a scindere servizi ambientali e produzione, nell'incapacità di porre nuovamente al centro della pratica agricola competenze che possono far capo solo ad un fattore umano che ha una grande conoscenza e legame con il territorio.

Diversi elementi concorrono oggi a giustificare questa dicotomia produzione-mantenimento dell'ambiente. Primo tra tutti è il trend negativo degli addetti all'agricoltura e d in particolare la difficoltà, nonostante politiche mirate a ringiovanire il settore sia in termini di imprenditori, sia di lavoratori dipendenti. (Ventura & Milone, 2006). Un secondo aspetto è legato alla scarsa conoscenza di modelli di produzione caratterizzati, invece, da un forte legame, tra fattore umano e fattori ambientali. Si tratta di modelli marginalizzati dal processo di modernizzazione, dove il fattore umano gioca un ruolo centrale e dove la specificità delle risorse ambientali in senso lato costituisce l'elemento di differenziazione e di competititività del prodotto e dell'attività nel complesso. Questi modelli contrappongono all'omologazione la centralità del fattore umano (Benvenuti, 1994) intesa come la capacità di rielaborare congiuntamente conoscenze locali e conoscenze tecnico-scientifiche secondo le proprie finalità. Finalità che comprendono sempre la riproduzione e lo sviluppo dell'attività agricola e con questa la riproduzione delle risorse naturali ed antropiche che vi partecipano.
Non è solo la località, il terroir, come ambiente naturale antropizzato, come lo intendono i francesi a determinare il vantaggio competitivo del prodotto o del sistema di produzione, ma piuttosto la presenza di agricoltori che attraverso il processo produttivo riproducono i fattori chiave della loro attività incrementandone allo stesso tempo produttività e potenzialità produttiva. Un modello che di recente van der Ploeg ha definito come nuovo modello contadino in cui l'attività è finalizzata alla creazione ed allo sviluppo di risorse base autocontrollate ed autogestite che a loro volta forniscono le forme di coproduzione tra uomo e natura vivente, che interagiscono con il mercato, rafforzano le prospettive future e migliorano le risorse stesse ed il processo impiegato nella coproduzione accrescendo l'autonomia dell'impresa riducendone la dipendenza da fattori esterni non controllabili (Ploeg, 2008).
Non si tratta di un modello in antitesi con quello della modernizzazione, piuttosto di un vero e proprio nuovo modello che rielabora al suo interno conoscenze scientifiche, tecnologie e pratiche proprie della modernizzazione, ma con differenti finalità ed una forte capacità di selezione di queste sulla base degli obiettivi di rafforzamento del processo di produzione e di miglioramento e controllo delle risorse di base. Un ulteriore elemento che caratterizza questo modello riguarda le relazioni specifiche stabilite con i mercati. Queste relazioni non sono esclusive e monodirezionali come nel paradigma di modernizzazione, ma sono parte di un più ampio insieme di relazioni che legano la nuova impresa contadina con
il mondo circostante; all'interno di questa rete relazionale l'impresa contadina non è un recettore passivo, ma partecipa attivamente alla costruzione della rete e delle sue regole indirizzandole in maniera tale da ottenere la massima flessibilità, margine di manovra e libertà. Inoltre, le relazioni esterne organizzate attraverso le reti consentono la creazione di nuovi tipi di organizzazione e di mercati dove responsabilità, rischio e successi sono divisi e condivisi con gli altri attori della rete (Ventura e al. 2008)
La reintroduzione di un modello capace di coniugare produzione e risposte alle nuove esigenze della società civile, prima tra tutte quella di miglioramento delle risorse naturali, rappresenta oggi una vera e propria innovazione rispetto al modelli convenzionali di tipo dicotomico e consentono all'agricoltura di continuare ad avere un ruolo centrale nello sviluppo delle aree rurali soprattutto di fronte alle nuove sfide che i cambiamenti in atto nell'economia, nel sociale e nell'ambiente stanno avanzando al mondo rurale nel suo complesso.
Queste sfide possono essere riassunte nella globalizzazione, nell'urbanizzazione ed nei cambiamenti climatici. È il complesso di queste sfide e la capacità di risposta che le singole aree rurali sapranno dare che caratterizzerà sempre più le singole aree e ne esalterà le diversità.
La globalizzazione sta, infatti, portando ad una redistribuzione delle produzioni verso le regioni considerate più competitive in quanto presentano vantaggi comparativi rispetto alle altre. Tali vantaggi non sono statici, ma variano a seconda delle variazioni dei mercati sia delle materia prime, sia dell'energia, sia del lavoro. Allo stesso tempo i capitali tendono a muoversi verso i Paesi che garantiscono un miglior tasso di interesse ed un'alta stabilità politica determinando, quindi, vantaggi localizzativi sempre più dipendenti da trend esterni all'area. Infine la delocalizzazione delle produzioni, che riguarda anche il settore agricolo, sta comportando una crescita dei flussi commerciali dei prodotti più elevata rispetto a quella delle produzioni a svantaggio dell'autonomia di approvvigionamento di molti Paesi. Questi effetti della globalizzazione hanno un impatto negativo proprio sulle aree rurali dei Paesi sviluppati, in particolare dell'Europa, dove molte funzioni produttive sembrano diventare ridondanti e stanno progressivamente scomparendo perché considerate non più competitive. Fenomeno non solo riferito all'agricoltura, ma anche alle attività artigianali e dell'industria manifatturiera.
La tendenza all'urbanizzazione è oramai strutturale sia nei paesi industrializzati che soprattutto in quelli in via di sviluppo dove sta avvenendo in tempi così rapidi da mettere in crisi entrambi i sistemi cioè quello rurale che soffre dello spopolamento e quello urbano che non riesce a gestire i flussi migratori in termini di occupazione, sicurezza e servizi. Nel 2030, gli esperti prevedono che oltre il 60% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane.
I cambiamenti climatici sembrano avere anch'essi un impatto maggiore sulle aree rurali rispetto a quelle urbane in quanto la scarsità di risorse primarie quali l'acqua, l'energia, ecc.. hanno come conseguenza nelle aree rurali un vero e proprio cambiamento della dotazione delle risorse e delle loro potenzialità produttive.
Le tre sfide su richiamate sono strettamente correlate tra loro in quanto riguardano non solo la sfera economica e sociale, ma anche quella ambientale determinando la sostenibilità dell'area e la sua attrattività nel medio - lungo periodo. Il problema della sostenibilità dell'area rurale, cioè mantenere la sua vitalità ed identità nel medio lungo periodo, è centrato sulla sua capacità di rispondere in modo originale ed autonomo a queste sfide riproducendo gli elementi salienti del sistema socio - economico ed ambientale che lo caratterizzano. Diventa cruciale la capacità da parte degli attori economici ed istituzionali dell'area di introdurre e sviluppare iniziative ed innovazioni di successo in termini di una sostenibilità multidimensionale sopra richiamata. Sebbene le economie rurali siano sempre più caratterizzate da settori diversi da quelli dell'agricoltura ed in particolare da quello dei servizi, le imprese del settore primario continuano a costituire un vero motore delle dinamiche innovative di queste aree. Sono le stesse strategie messe in atto dalle imprese agricole in risposta alla riduzione dei margini reddituali dell'agricoltura convenzionale che hanno portato ad un arricchimento di attività e di componenti dei sistemi rurali aumentandone la capacità di adattamento e di risposta alle sfide e rendendole maggiormente attrattive anche per gli altri settori. Tali strategie possono essere ricondotte a tre principali come suggerite dal modello di Van der Ploeg e altri (2000;2002):
1. quelle di qualificazione delle produzioni agricole propriamente dette "Deepening" attraverso l'utilizzazione di nuovi sistemi di produzione quali quello biologico o la reintroduzione e miglioramento di sistemi tradizionali che esaltano la vocazionalità dell'area e le competenze locali come le produzioni di qualità tutelate (DOP, IGP, AS, DOC, DOCG, ecc..), oppure la
trasformazione e vendita diretta in azienda;
2. quelle di diversificazione "Brodening" che ampliano le attività produttive agricole a nuove funzioni sempre localizzate nell'ambito dell'impresa primaria quali l'agriturismo, la produzione di energia, servizi alle persone e alle imprese;
3. quelle di ricostituzione "Regrounding" del legame tra l'impresa agricola ed i vantaggi derivabili dal territorio sia in termini di vocazionalità colturale sia in termini di utilizzazione di risorse divenute ridondanti nell'impresa come ad esempio il lavoro. In questo gruppo si collocano il part-time agricolo e le nuove forme di riduzione dei costi di produzione.
La prevalenza di una strategia sulle altre ha anche portato ad una diversa caratterizzazione dell'area ed è stata spesso funzionale alle interazioni che l'area ha avuto con l'esterno in particolare con le aree urbane. Ancora una volta, quindi, l'agricoltura ha avuto un ruolo importante nella diversificazione delle aree rurali anche quando la loro classificazione viene fatta secondo metodologie diverse nelle quali si tiene conto della specializzazione dei settori produttivi o della dipendenza/indipendenza dalle aree urbane. Nel corso delle attività di ricerca, di cui anche questo libro fa parte, le aree rurali italiane sono state classificate sulla base di variabili socio - demografiche ed economiche riferite in particolare all'espressione dell'agricoltura che sempre più costituisce un fattore discriminante in quanto assume ruoli diversi in funzione anche dello stato delle altre variabili. Le variabili utilizzate sono state la densità di popolazione, il reddito pro capite, gli occupati in agricoltura e la loro evoluzione negli ultimi dieci anni.

La densità di popolazione è anche il criterio utilizzato dall'OECD per distinguere le aree rurali (con una densità inferiore a 150 ab./Kmq) da quelle urbane (con una densità superiore a 150 ab./Kmq). La classificazione ottenuta dalle su richiamate variabili ha portato all'identificazione di cinque aree diverse (Cfr. figura
1.1):
1. aree marginali;
2. aree rurali non marginali:
a. aree rurali con agricoltura in declino;
b. aree rurali agricole;
c. nuove aree rurali;
3. aree urbane.
Le aree rurali marginali sono quelle con densità di popolazione al di sotto dei 150 ab/Kmq ed un reddito procapite inferiore alla media delle aree rurali della regione di appartenenza. A queste due variabili corrispondono comportamenti specifici che portano ad una vera esclusione di queste aree dai processi socio - economici in atto. La scarsità di popolazione e di reddito può essere collegata ad una ridotta capacità e volontà di intraprendere nuove iniziative ed inoltre ad una ridotta stratificazione demografica che rende sempre meno attrattiva l'area in termini di residenzialità oltre che di localizzazione di attività produttive. In queste aree l'attività principale è spesso rappresentata dall'agricoltura.
Le aree rurali non marginali, cioè quelle con reddito medio procapite superiore alla media della regione, sono state ulteriormente suddivise in tre sotto aree utilizzando indicatori della dinamica del sistema agricolo nell'ultimo decennio ed in particolare l'occupazione. Le sotto aree sono:
1. "aree rurali agricole" dove le attività agricole hanno un'importanza relativa di gran lunga maggiore di quanto accade nel resto delle altre aree rurali. Il criterio statistico utilizzato è stato quello della percentuale degli occupati agricoli che per tale sotto area deve essere superiore alla media degli occupati in agricoltura nelle aree rurali.
2. "aree rurali con agricoltura in declino" in cui l'agricoltura ha un'importanza secondaria testimoniata dal fatto che la percentuale di occupati agricoli è inferiore alla media degli occupati agricoli delle aree rurali ed il suo decremento è stato negli ultimi dieci anni maggiore del decremento medio complessivo a livello nazionale;
3. "nuove aree rurali" in cui l'agricoltura ha un'importanza secondaria testimoniata dal fatto che la percentuale di occupati agricoli è inferiore alla media degli occupati agricoli delle aree rurali, ma dove il decremento degli occupati agricoli è stato inferiore alla media nazionale ed in alcuni casi si è manifestata una tendenza all'aumento.
Le "aree urbane" sono quelle con densità di popolazione maggiore di 150 ab/Kmq. Lo schema della fig. 1.1 nella pagina a fronte riporta il processo logico di classificazione delle aree.
In ciascuna delle aree abbiamo ricercato delle imprese agricole che meglio rappresentassero questa funzione di motore dell'economia rurale attraverso la loro capacità di innovare e sviluppare attività di successo che fossero da traino di altri imprenditori del settore o di altri settori. Il successo viene considerato non solo rispetto al risultato economico, ma soprattutto al grado di soddisfazione degli attori ed al contributo che questi danno alla riproduzione di una cultura rurale, cioè una cultura basata su concetti quali reputazione, solidarietà, reciprocità e responsabilità nei confronti delle risorse umane e naturali del territorio. Sono queste imprese, oggi considerate multifunzionali, che diventano il nuovo ed interattivo legame tra natura e società.

1. Capacità competitiva intesa come la capacità di riprodurre la struttura sociale, economica e le risorse naturali proprie dell'arca.
2. L'esempio più noto è quello del Mulino Bianco di Barilla, la cui immagine promozionale è basata su tecniche scomparse oppure inventate.
3. Esempi di questo processo sono le coltivazioni senza terra, ma anche certe forme di agricoltura di precisione dove le lavorazioni meccaniche sono completamente affidate alla guida di computer per via satellitare.
3. Verso un'agricoltura sostenibile: diversità di traiettorie e problematiche comuni
I casi che vengono illustrati nel capitolo successivo sono in grado di documentare come oggi sia possibile coniugare attività agricola per la produzione di derrate alimentari e produzione di esternalità positive per il territorio. È proprio su tale coniugazione che si basa il nuovo paradigma di sviluppo rurale integrato che si pone come alternativa più sostenibile tra il classico paradigma di sviluppo agro - industriale e quello nuovo post-produttivista. Il paradigma classico produttivista agro industriale conduce ad una completa disconnessione delle attività di produzione di alimenti dal territorio e dalle sue risorse. È basato su una progressiva industrializzazione e divisione del processo di produzione e su una standardizzazione delle diverse fasi. Una definizione generalmente accettata di tale paradigma è quella data da Lowe e al. (1993) che lo concettualizza come l'impegno verso un'agricoltura intensiva, espansionistica guidata dall'industria e con un aiuto pubblico basato principalmente sull'output e sull'incremento della produttività. La principale preoccupazione sta nella modernizzazione dell'agricoltura nazionale vista sotto l'unica angolazione dell'incremento della produzione. La sostenibilità, in particolare quella ambientale ed economica, è affrontata attraverso innovazioni tecnologiche che consentono allo stesso tempo di continuare a perseguire economie di scala, pur nell'ambito di una nuova attenzione alla riduzione dei residui e delle fonti inquinanti provenienti dal processo produttivo. Un esempio estremo di tale paradigma è dato dalla proposta olandese di concentrare l'allevamento suinicolo ed avicolo in grandi torri super tecnologiche da posizionare nella baia di Rotterdam e in cui prevedere il riutilizzo dei reflui per la produzione di ortaggi sempre all'interno delle stesse torri (Cfr. figura 3.1). Un modello orientato alla sostenibilità, ma che la persegue attraverso un incremento della dipendenza da tecnologie che hanno scarso adattamento ad eventi imprevisti e non prevedibili quali quelli degli ultimi anni e cioè BSE, peste suina, contaminazione dei mangimi, ecc...
Se, quindi, da una parte sono ridotti i costi di produzione legati alle economie di scala, dall'altra aumentano in modo esponenziale tutti i costi di transazione legati al controllo ed alla prevenzione di eventi negativi ed il rischio, in caso di fallimento del controllo di un evento negativo, di impatto sull'intera produzione.

Il paradigma post-produttivista (Wilson, 2001) si pone come antitesi a quello classico agro-industriale ed è caratterizzato da uno spostamento dell'attenzione dalla funzione materiale dell'agricoltura e delle aree rurali ad una più ideologica ed immateriale basata sul mantenimento della natura attraverso servizi ambientali. Il mantenimento della natura è finalizzato ad una sua fruibilità al fine di ottenere anche una sostenibilità economica e sociale delle aree rurali. Un paradigma opposto al precedente la cui estremizzazione porta ad una nuova naturalità disegnata a misura dei suoi fruitori. In questo caso l'agricoltura vede sempre più ridotta la sua funzione produttiva che viene sostituita da attività di servizio volte al mantenimento degli spazi rinaturalizzati o di elementi tradizionali del paesaggio (Cfr. Figura 3.2). Anche in questo caso il paradigma si pone come obiettivi la sostenibilità ambientale ed economica perseguita attraverso una rinaturalizzazione delle aree e la creazione di nuove attività in cui la natura non ha una funzione attiva, ma diventa l'oggetto stesso delle attività lavorative necessarie per il suo mantenimento. Due sono gli elementi di criticità di tale paradigma:
1. il primo è legato alla forte dipendenza dell'economia rurale dalle relazioni urbano-rurale che hanno carattere monofunzionale, legato alla fruibilità dell'area a scopi ricreativi. La mancanza di una pluralità di attività e interrelazioni con l'esterno dell'area rende la sua economia molto vulnerabile verso eventi esterni che modificano le abitudini di vita e la capacità di spesa delle popolazioni urbane;
2. il secondo è legato alla difficoltà di definizione dei costi di mantenimento della natura anch'essi fortemente dipendenti sia da fattori esterni, sia dalle caratteristiche del territorio in cui sono localizzate le aree, sia, infine, dalla competenza e dalle motivazioni degli operatori.

Il terzo paradigma, cioè quello dello sviluppo rurale integrato, è basato sulla coproduzione tra uomo e natura di beni, servizi ed esternalità positive (Ploeg, 1997; Ventura, 2001; Milone 2004). In questo paradigma la sostenibilità è data dalla natura inscindibile tra produzione di materie
prime ed alimenti e la riproduzione delle risorse naturali ed ambientali coinvolte nel processo. La coproduzione avviene esaltando la capacità produttiva delle risorse senza che queste perdano le loro potenzialità future. Alla base di questo paradigma vi è una visione sistemica dell'
interazione uomo e natura che tiene conto di tutte le componenti del sistema sia umane, sia materiali, sia immateriali e degli effetti sulle loro potenzialità. La ricerca della sostenibilità avviene attraverso l'incremento di tale potenzialità all'interno del processo produttivo. Si tratta, quindi, della
nuova multifunzionalità dell'agricoltura che viene, in questo lavoro, testimoniata attraverso diversi casi di studio
ricercati e selezionati in ciascuna delle diverse tipologie di aree individuate
precedentemente1 (Cfr. Figura 3.3).
A questo punto se si accetta l'esistenza di un terzo modello l'obiettivo delle politiche diventa quello di
finalizzazione degli strumenti esistenti e l'eventuale disegno di nuovi, verso imprese capaci di realizzare la sinergia tra agricoltura che produce alimenti ed agricoltura che
produce beni e servizi pubblici, cioè potenzialmente tutte le imprese che oggi operano nel settore primario.
Tuttavia questa potenzialità è legata alla capacità delle imprese di trovare soluzioni tecniche ed organizzative
diverse ed adeguate alle caratteristiche ambientali e sociali dei territori.

Dalla traiettoria di sviluppo monodimensionale,
tipica del processo di modernizzazione agricolo finalizzato all'incremento della produttività, si sono distaccate un numero crescente di imprese che hanno disegnato nuovi percorsi che oggi appaiono più promettenti rispetto alle nuove esigenze della società europea e globale. Le origini della divergenza dei percorsi può essere ricondotta alle
caratteristiche dello stesso modello di modernizzazione:
1. un modello che si è rilevato non così monolitico come si prefigurava negli obiettivi e che ha lasciato spazio anche a sperimentazioni di percorsi tecnologici
organizzativi diversi da quelli prestabiliti soprattutto laddove le tecnologie non erano capaci di rispondere alle esigenze dei produttori e venivano spesso
trasferite da altri settori con la necessità di una forte
contestualizzazione nella attività agricola;
2. ambiti settoriali e territoriali in cui il processo di standardizzazione delle conoscenze, competenze e tecnologie non dava risultati attesi. Questo non ha portato ad una revisione del modello, piuttosto ad una marginalizzazione delle aree e delle aziende ed a una coesistenza di traiettorie di sviluppo diverse da quella dominante e basate su una diversa definizione delle risorse, compresa quella della conoscenza;
3. l'importanza delle scelte organizzative e gestionali nella finalizzazione dell'uso della tecnologia. La
stessa tecnologia può dare risultati diversi se utilizzata all'interno di un percorso decisionale guidato da
"idee" ed obiettivi diversi. Questo dipende principalmente dalla presenza di un diverso capitale umano e di un diverso ruolo della conoscenza intesa come risorsa strategica all'interno dell'impresa.
Le imprese intervistate hanno caratteristiche quasi inaspettate, sono condotte da giovani, integrate nel
tessuto economico e sociale del territorio o alla ricerca di nuovi strumenti di integrazione, con relazioni anche di lunga distanza attraverso le quali hanno costruito nuovi mercati e nuovi prodotti sempre più rispondenti alle esigenze di fasce crescenti di consumatori.
Aziende di successo con redditi soddisfacenti per l'agricoltore e per la sua famiglia e soprattutto con una nuova consapevolezza dell'importanza del proprio
lavoro, della propria crescita professionale nella determinazione del successo/insuccesso dell'attività.
Imprenditori aperti a nuove sperimentazioni e spesso in cerca di nuovi alleati necessari ad allargare i propri
network e ad una nuova legittimazione nei confronti delle istituzioni.
Una riconnessione che ricompone l'attività agricola "spacchettata" in un sistema complesso nella cui gestione devono essere coinvolti nuovi attori con i quali
individuare obiettivi condivisi. La riscoperta di questa complessità ridà dignità al lavoro agricolo rimettendo in luce l'importanza del lavoro cognitivo legato alla produzione continua di conoscenze contestualizzate rispetto al
lavoro operativo.
L'aspetto più rilevante, al fine del disegno di nuove politiche per lo sviluppo rurale, è rappresentato dal fatto che da questa complessità emergono problematiche
comuni, richieste implicite e sempre più esplicite di nuove modalità di intervento, basate proprio sulla
partecipazione ai processi decisionali, sulla crescita sociale e sulla solideriatà, come nuovo modello di sviluppo che tiene conto della
necessità di mantenere un'economia competitiva all'interno delle aree rurali, ma compatibile con un modello che rispetta la centralità della persona ed il
rapporto interattivo uomo natura. Di qui l'attenzione per il mercato interno, per le regole che devono regolamentare produzione e commercializzazione delle produzioni
alimentari e della loro compatibilità con le pratiche tradizionali e con i nuovi circuiti distributivi attraverso i quali possono essere valorizzate proprio le diversità legate ai contesti ed agli operatori.
Le richieste emergenti fanno capo principalmente ad investimenti che riguardano ambiti specifici, ma
strettamente collegati tra loro come: la costruzione di conoscenze contestualizzate adatte ad una gestione più sostenibile dei processi; la qualificazione del capitale umano
direttamente ed indirettamente coinvolto; la flessibilità sull'uso delle risorse; la gestione dei flussi finanziari; il disegno e l'avviamento di nuove forme organizzative per l'accesso ai mercati e alle innovazioni; la autonomie di mercato. Si tratta di interventi che riguardano sia la competitività sia la sostenibilità in senso ampio delle imprese,
internamente previsti nei documenti ufficiali (Trattati e Regolamenti) che riguardano le aree rurali, ma che stentano a trovare una modalità di azione adeguata a far emergere un
modello di sviluppo rurale integrato verso il quale indirizzare le imprese agricole europee.
1. L'indagine ha prodotto 247 casi di successo completi a fronte di circa 300 interviste effettuate in tutte le regioni d'Italia. Nel capitolo
seguente sono riportate una selezione di questi casi suddivisi per tipologia di area.

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