IL PENSIERO ESOTERICO DEL PRINCIPE DI SANSEVERO
HARAVEC

di Sigfrido E. F. Höbel
tratto da 
Don Raimondo De' Sangro e la Napoli Esoterica
Convegno di Studi 
(Torremaggiore, 26 gennaio 2002)


Don Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, ben noto per la sua misteriosa Cappella e per essere stato, nel 1751, il primo Gran Maestro della Libera Muratoria in Italia, lungo tutto il corso della sua esistenza, si dedicò con passione ad esperimenti fisici e chimici (e soprattutto alchemici, come evidenziamo altrove), alla costruzione di congegni meccanici ed all'invenzione di nuovi procedimenti e tecniche.
Raimondo di Sangro Le invenzioni del Principe enumerate nella Lettera Apologetica, nel testo dell'Origlia e nella Breve Nota  sono numerosissime ed investono i più svariati campi di applicazione: è inoltre evidente che il Principe andava particolarmente fiero di questa sua attività di Inventore, cosa che del resto non manca di sottolineare, parlando di sè in terza persona, quando, nella Lettera Apologetica, si autodefinisce HARAVEC, che nel linguaggio degli Inca significherebbe inventore, e precisa che coglierà il "piacere di confondere le straniere novelle di molte stupende cose, che si dicono altrove inventate, quando di esse quì fra di Noi fu egli il Ritrovatore primiero".
Questa sottolineatura quasi puntigliosa con la quale il Principe rivendicava a sè il primato di numerose scoperte, la ritroviamo del resto nell'opera dell'Origlia, che sostenuto ed ispirato dal Principe, aveva ripetutamente segnalati, nella sua trattazione sull'Università e la vita culturale napoletana, i primati che spettavano alla città ed al Regno di Napoli ed ai suoi ingegni, allo stesso modo il Principe aveva tenuto ad affermare il suo ruolo di Ritrovator primiero, precisando con fierezza ed orgoglio nazionale: "quì fra di Noi" !

Ma se le scoperte e le realizzazioni del Principe destarono sicuramente il più delle volte la stupita ammirazione dei suoi contemporanei, vuoi per la loro singolarità, vuoi per il prestigio e la personalità del loro inventore, dobbiamo chiederci oggi quale sia realmente la loro portata. Nello scorso secolo, in pieno clima positivista, Luigi Settembrini riportava il severo anche se pacato giudizio di Luigi Palmieri, professore di Fisica dell'Ateneo napoletano: "Il Principe di Sansevero fu senza dubbio per rispetto ai suoi tempi un uomo colto ed ingegnoso. Egli non ha lasciato un nome nella storia del sapere, ma ha dato luogo a leggende più o meno meravigliose, perché facea un segreto dei suoi ritrovati, amando destar la sorpresa dei suoi coetanei... Mancando adunque di opere pubblicate, resta la tradizione, dalla quale sceverando il maraviglioso e l'esagerato, si deve dire che il Principe fece molte cose per farsi ammirare dai coevi, ma curò poco il giudizio dei posteri". 

Nondimeno i posteri hanno mostrato anche in tempi recenti, un notevole interesse per le ricerche del Principe, dal momento che esse, oltre a dimostrare la molteplicità dei suoi interessi e la varietà dei campi in cui il suo ingegno si era applicato, fanno ancora intravedere risultati "maravigliosi", confortando spesso l'immaginazione di chi vuoi vedere nel Principe di Sansevero un personaggio "straordinario" al di là di una già straordinaria realtà, precursore di scoperte scientifiche, realizzatore di prodigi e inventore di procedimenti rimasti tuttora ignoti.
Evitando di lasciarci andare a considerazioni che possano apparire troppo fantasiose, resta comunque innegabile che l'intenso interesse nutrito dal Principe per la Conoscenza in tutte le sue forme e per la sperimentazione chimica, fisica e meccanica in particolare, lo portò a cimentarsi con audacia e spregiudicatezza nell'impiego delle più varie tecniche e dei più bizzarri procedimenti.

L'epoca in cui il Principe è vissuto era caratterizzata da un singolare intreccio di razionalismo e di gusto per le antiche tradizioni misteriche: da un lato, una profonda spinta di rinnovamento determinava un approccio sempre più razionale alla speculazione teorica ed alla ricerca scientifica, mostrando una crescente volontà di liberarsi dai vincoli delle concezioni dogmatiche e delle antiche superstizioni; dall'altro lato però, la ricerca scientifica era ancora spesso strettamente connessa alla speculazione filosofica, nè erano state rigettate antiche vie di Conoscenza quali la Filosofia ermetica e la speculazione alchemica. Fra' Lorenzo Ganganelli, il futuro Papa Clemente XIV, spirito illuminato e profondo, non trascurava infatti di ricordare affettuosamente al Principe di Sansevero che i Testi Sacri dovevano costituire per lui un'insostituibile guida nelle sue ricerche naturalistiche.
Ritroviamo nella persona del Principe di Sansevero un simile affascinante miscuglio di razionalismo progressista, speculazione filosofica e teologica e gusto per il mistero, il tutto saldamente ancorato ad un'intensa volontà speculativa e di ricerca volta allo "scoprimento de' Segreti, che altrove con somma gelosia si custodiscono".

Carrozza marittima

E' tuttavia ben verosimile che non tutto quanto il Principe ha raccontato o fatto raccontare in merito alle sue ricerche ed ai suoi esperimenti, debba essere preso "alla lettera", ed egli stesso, rivolgendosi alla Dama destinataria della Lettera Apologetica, precisava che "la maggior parte delle cose ci si trova in tal gergo conceputa, che appena può essere a Voi intellegibile, cui i miei sentimenti sono stati sempre aperti".
La letteratura dell'epoca, come quella dei secoli precedenti, è quanto mai ricca di testi che dicono una cosa volendone significare un'altra e di autori che, non potendo o non volendo parlar chiaramente, esprimono le loro concezioni ed i loro messaggi in forma di favole e romanzi più o meno fantastici. Il Conte di Gabalì di Montfaucon de Villars, lo strano ed enigmatico romanzo che il Principe volle pubblicare nella sua stamperia, ed in cui si disquisisce sulla tradizione rosacrociana e sui rapporti fra gli uomini e gli Spiriti Elementari, è un classico esempio di tale letteratura fantasiosa e permeata di quell'ironia di cui il Principe stesso era maestro.
Tuttavia lo scopo di queste ironiche narrazioni era solo in parte, o solo apparentemente, quello di mettere alla berlina le credenze superstiziose o le "insulse dissertazioni in materia di antichità"; in realtà, in opere come la Città del Sole di Campanella o la Nuova Atlantide di Bacone, la descrizione di visioni utopiche e di irreali civiltà, aveva il senso di un messaggio di rinnovamento morale, sociale e culturale, in cui la Prisca Theologia, ovvero la sapienza misterica ed iniziatica del Mondo antico si saldava alla moderna lotta contro l'assolutismo ed il dogmatismo dei poteri costituiti, in particolare della Monarchia Spagnola e della Chiesa Cattolica.
Un unico filone di pensiero, un'unica eroica volontà di emancipazione dell'intelletto umano e della coscienza, sembra attraversare la cultura europea dal Neoplatonismo alle Accademie rinascimentali e seicentesche, da Giordano Bruno e Tommaso Campanella a Traiano Boccalini ed al misterioso movimento dei Rosa+Croce, dall'opera dei Filosofi Ermetici a quella dei fondatori della Royal Society inglese, fino a giungere, all'inizio del XVIII secolo, a permeare il fervido clima di libero pensiero in cui nascerà la moderna Massoneria ed in cui si svilupperà la cultura dell'Illuminismo. In romanzi come Les adventures de Télemaque del Fénelon o Les vovages de Cvrus del Ramsay, sotto la veste di romanzi pedagogici, si delineano dei percorsi iniziatici intesi come viaggi verso una Conoscenza legata alla comprensione del tradizionale linguaggio dei simboli, di cui solo i saggi possono possedere le chiavi.

Raimondo di Sangro Il rapporto col misterioso linguaggio dei simboli è ancor più evidente nella grande fioritura di opere alchemiche che, facendo riferimento all'antica e prestigiosa tradizione simboleggiata dal mitico Ermete, invitano il lettore e l'adepto ad indagare i segreti della natura: ma la letteratura alchemica è anch'essa una continua allegoria e la grande Opera è una Via di Conoscenza, la cui meta, la Pietra Filosofale, altro non è se non la conquista di quella perfetta Libertà, derivante dal definitivo superamento dei vincoli psichici e coporei, dalla conoscenza e dal controllo delle forze naturali. Ed è proprio quando i testi ermetici, solitamente oscuri, sembrano parlar chiaro e fornire precise indicazioni operative e ricette, che bisogna maggiormente dubitare di essi ed evitare di interpretarli alla lettera.

Con ciò non intendiamo sostenere che il Principe abbia parlato delle sue "invenzioni" solo in termini allegorici, nè tantomeno negare l'effettiva realtà delle sue sperimentazioni, così come del resto non saremo certo noi a contestare l'aspetto reale ed operativo della stessa Alchimia. Riteniamo piuttosto che il Principe di Sansevero, "celeberrimo nello scrutare i reconditi arcani della natura", nel descrivere le sue sperimentazioni, abbia anche voluto lanciare dei segnali relativi all'aspetto più profondo e segreto delle sue ricerche.

Consideriamo ora il suo Progetto d'una Multiplice Difesa Interna: il Principe afferma che "questo ammirabile trattato è la cosa, che con più gelosa cura custodisce l'Autore, uso per altra parte a disprezzare il rimanente di tutte le sue nuove produzioni" nel rilevare la particolare importanza attribuita dal Principe a questo suo Progetto, ci sembra di poter scorgere, nella Molteplice Difesa Interna, non solo un modello di fortificazione militare, ma anche l'allusione al tradizionale schema grafico composto da tre quadrati concentrici, che Guenon definisce triplice cinta ed in cui si può riconoscere un simbolo dell'insegnamento iniziatico coi suoi tre gradi visti come barriere da superare per penetrare nel punto centrale, cuore del mistero e fonte dell'insegnamento; in tal senso, il concetto di barriera, cinta, difesa, può essere anche riferito al carattere introspettivo di tale percorso ed alla necessità di difendere il Segreto iniziatico verso l'esterno.
Non ci sembra pertanto eccessivamente azzardato ipotizzare che la data del 1741, attribuita a tale Progetto, possa essere considerata come un'allusione alla vera data dell'iniziazione massonica del Principe.
Ci sembra inoltre di scorgere la conferma di tale ipotesi nei due passi che precedono il brano in questione e che possono ben riferirsi, anche se in forma velata, all'ingresso del Principe nella Libera Muratorìa: nel primo passo, parlando della sua Dissertazione intorno agli errori di Benedetto Spinosa, il Principe dice che in essa "si discopre la rea sorgente, dond'egli (Spinoza) trasse del suo Sistema le prime infelicissime idee; e dimostra in essa, e incontestabilmente il dimostra, sia pur con buona pace di quanti ne han finora scritto e ragionato, che sin dalla più remota antichità propagandosi con gli Uomini, e nell'età più vicina, e forse ancor nella nostra rinnovandosi con gli anni, da un certo ordine di Persone si è professato sempre".

Albero genealogioco dei  Famiglia Di Sangro

Soffermiamoci ora su questo riferimento a idee risalenti alla più remota antichità, che sono sempre state professate, ed ancor oggi lo sono, da un certo ordine di persone: la disapprovazione manifestata dal Principe nel definire rea la sorgente di tali idee, ed errori le concezioni di Spinoza, non deve fuorviarci, in quanto dalla lettura delle sue opere, risulta evidente che l'orientamento culturale del Principe non era affatto lontano dal razionalismo e dalla libertà di pensiero professata dallo Spinoza; pertanto, nella antichità delle idee possiamo piuttosto vedere l'allusione all'antica tradizione sapienziale, mentre nel certo ordine di persone che professano tali idee, possiamo riconoscere un velato riferimento alla ininterrotta catena di coloro che da sempre hanno coltivata tale libertà del pensiero e che, nel presente, si sono ritrovati nella Libera Muratoria.
Nel brano successivo, infatti, il Principe cita un'altra sua opera, il "nuovo pensamento da lui promosso intorno alla vera cagione produttrice della luce": forse si tratta di una coincidenza, ma vedere o ricevere la Luce è proprio ciò che il neofita chiede all'atto della sua iniziazione, e non possiamo non ricordare, in proposito, la frase con cui lo stesso Principe aveva salutato alcuni Apprendisti in occasione del loro ingresso nella sua Loggia: "Ammessi nella nostra rispettabile Società, per un vostro intimo desiderio e per un voto che le vostre personali qualità assicurano, dopo aver sfidato i pregiudizi del secolo e le opinioni dei profani, dopo aver superato con risoluta fermezza le varie prove che vi hanno condotto nell'augusto santuario della Massoneria, è giusto, infine, che vi renda partecipi della Luce che avete cercato con tanta cura...".

Stemma araldico dei Di Sangro Poi, dopo essersi soffermato sui suoi studi sull'Arte della Guerra e sull'invenzione di un cannone di sole 30 libbre ed aver ricordato il palco mobile che aveva realizzato, "ancor giovanetto, e nel fiore de' suoi anni" nel Seminario Romano per la celebrazione dei Voti per la prole Cesarea, il Principe passa a descrivere una serie di Invenzioni, collegandole agli Elementi: inizia con una Macchina Idraulica "da lui alla debita perfezione condotta"; quindi, "dall'acqua al fuoco passando", parla dei Teatri Pirotecnici "da lui novellamente ritrovati", sottolineando di essere riuscito a produrre fuochi d'artificio colorati con le diverse gradazioni di verde (verde mare, verde smeraldo, verde prato) ed altri colori "che fin-se in oggi ancora conosciuti non sono"; e infine, "per passar dal fuoco all'aria" cita il suo Archibugio caricato a polvere e a vento e molte altre "macchinette Pneumatiche". L'esplicito riferimento all'Acqua, al Fuoco ed all'Aria ci conferma ulteriormente nella nostra idea che in tutto questo brano il Principe voglia alludere all'esperienza iniziatica: infatti nel corso della cerimonia iniziatica, l'aspirante, prima di essere ammesso a vedere la Luce, deve superare le prove dell'Acqua, dell'Aria e del Fuoco, in modo da compiere i suoi quattro Viaggi attraverso gli Elementi; accortamente, nella successione degli Elementi, il Principe omette la Terra, dal momento che il Primo Viaggio, quello all'interno della Terra viene compiuto nel Gabinetto di Riflessione, prima dell'ingresso nel Tempio.

Nell'accennare quindi a "qualche altra Fisica sperienza a lui riuscita", il Principe afferma che "gli straordinari suoi effetti arrivano a parer soprannaturali, non che stupendi, alla più culta gente; nè potrebbe poi, se non tali assolutamente reputargli la meno illuminata" e, a proposito di portenti, cita alcuni casi in cui è riuscito a "richiamare a vita novella i già vicini a trapassare, che volgarmente dicesi risuscitare i Defunti". Con questa immagine dei defunti risuscitati, è ben probabile che il Principe abbia voluto alludere al mito conclusivo della Massoneria Azzurra, quando il Libero Muratore acquisisce il Grado di Maestro, rivivendo ritualmente la morte e la simbolica resurrezione di Hiram, l'Architetto del Tempio di Gerusalemme.

Da questo punto in poi, e siamo a poco più della metà del brano autobiografico della Lettera Apologetica, ciò che il Principe scrive non è più interpretabile alla luce della simbologia massonica dei primi tre Gradi. Ma anche questa seconda parte ci riserva delle sorprese!
Il Principe passa infatti a descrivere il grande Oriuolo da lui progettato per essere collocato nel cortile del suo palazzo e sul quale, oltre a leggersi le ore e i minuti, si sarebbero potuti vedere i giorni della settimana e del mese e le fasi lunari; ogni ora avrebbe suonato un minuett, mentre a mezzogiorno sarebbero potute avanzare quattro figure rappresentanti le Stagioni dell'anno, mentre la testa di un dragone, posta sulla sommità della macchina avrebbe assolto alla funzione di pendolo. Questo orologio, minuziosamente descritto, ma mai installato, altro non è se non un'allegoria del Tempo, di quel vecchio Saturno che nei testi alchemici simboleggia il Soggetto iniziale della Grande Opera di cui il Dragone araldico è il segno geroglifico, indicato nei testi come il Drago nero e squamoso, mentre le quattro Stagioni, alludendo ai tempi dell'Opera, rappresentano i quattro Gradi di calore.

Dunque, una chiave di lettura alchemica: e ci risulta evidente che si tratti della principale chiave di lettura per poter comprendere l'Opera del Principe di Sansevero, sia per quanto riguarda alcuni suoi scritti, sia, soprattutto, per quanto concerne il linguaggio simbolico adoperato nella Cappella. Anche i passi da noi precedentemente interpretati in chiave massonica, possono essere infatti riletti riferendosi ai princìpi dell'Opera alchemica; ma ci interessa maggiormente ripartire da dove siamo arrivati e possiamo anche assegnare una data al momento in cui il Principe intraprende questa nuova fase della sua ricerca: è in quel 1747 in cui, ritiratosi dai passatempi mondani prese ad applicarsi di giorno agli studi meccanici e di notte alle scienze: "e solito a sempre riflettere, e meditare, avea fatto acquisto di un abito dalle minime cose, e da quelle eziandio, che dagli altri sono stimate per lo più passatempi de' putti, e trattenimento delle vecchie, ritraerne, e scovrirne dell'invenzioni di sommo rilievo per la società".
Lavoro di donne e gioco di bambini! L'Origlia non avrebbe potuto essere più esplicito nel segnalare che a partire dal 1747 il Principe, compiute le Fatiche d'Ercole della prima preparazione della Pietra dei Filosofi, si era dedicato a quello che gli Alchimisti hanno definito il loro Regime, unico e lineare, che consiste nel cuocere e nel far digerire la materia preparata: operazione delle più segrete, perchè, quando la si conosce "non è altro che un lavoro di donne, un gioco di bambini". Con questa duplice immagine i Filosofi ermetici indicavano le fasi della Sublimazione (o della Soluzione) e della Coagulazione che si alternano durante la cottura dell'Uovo Filosofico, ovvero del vaso contenente la materia preparata, all'interno del forno alchemico o Athanòr.

Segue, puntuale e precisa, l'enumerazione dei colori che si sviluppano nel Vaso filosofale durante la Cottura. Quattro sono i colori principali dell'Opera, come ci insegna Basilio Valentino che li simboleggia con altrettanti emblematici animali: il Corvo, simbolo del Nero, primo colore che si deve manifestare nel Vaso; il pavone, anzi la Cauda Pavonis, con cui viene indicata l'apparizione di molteplici colori che precede la manifestazione del colore Bianco, simboleggiato, quest'ultimo da un candido cigno, ma anche dalla bianca Dea lunare Diana; infine la Fenice, il mitico uccello che risorge dalle sue ceneri, simbolo della rigenerazione della Pietra nell'Opera al Rosso. Similmente, il Philalete: "se hai lavorato sul Sole volgare, abbi cura di realizzare l'unione di Diana e di Venere all'inizio delle nozze del tuo Mercurio; mettili nel nido e vedrai, sotto l'azione del fuoco, apparire i colori della Grande Opera, cioè il nero, la coda di pavone, il bianco, il citrino e il rosso".

Dopo aver accennato alla felicità provata negli "Scoprimenti de' Segreti che altrove con somma gelosia si custodiscono", il Principe parla dei procedimenti da lui trovati per ristagnare il rame e fabbricare la latta: Cuivre et Laiton, oli Leton, ci ricorda Dom Pernety, sono termini che designano la "Materia al Nero, che occorre sbiancare", come ci ricorda anche l'iscrizione incisa in basso sullo stipite sinistro della Porta Magica di Roma "AZOT ET IGNIS - DEALBANDO - LATONAM VENIET - SINE VESTE DIANAM".
Il Principe si sofferma quindi sulla "maniera da Lui ritrovata d'imprimere ad una sola tirata di Torchio qualsivoglia figura, siasi umana, o di fiori, o d'ogni altra cosa, variamente colorata" e di produrre "ad una sola pressione del torchio e ad un medesimo tempo delle pagine stampate con caratteri di più colori", indicando con ciò i colori variopinti che appaiono dopo l'Opera al nero e che preludono alla fase dell' Albedo in cui si manifesta il colore Bianco.
E con una coerenza che difficilmente potremmo ritenere casuale, subito dopo, il Principe passa ad elencare alcune invenzioni in campo tessile, prima fra tutte quella del drappo dipinto che definisce Pekin Partenopeo, in cui è riuscito ad ottenere, su fondi scuri come il verde ed il turchino, un "Bianco senza corpo alcuno...la cui bianchezza è tale, che sovrasta ogni altra candidezza". L'apparizione di tale Bianco perfetto, indica, in termini alchemici, che la Materia ha raggiunto un grado di perfezione e di fissità tale da non poter più essere distrutta dal fuoco; da questo punto in poi occorre solo continuare l'azione del fuoco per perfezionare il Magistero al Rosso. Ma il Principe interrompe qui la sua successione di colori, con questo drappo di seta che "ridusse all'ultima perfezione" nell'anno 1749, segno che ormai ha raggiunto, nei suoi studi e nelle sue ricerche, la necessaria chiarezza.

E l'Opera al Rosso? Nelle pagine che seguono il Principe non ne fa parola. Ma la Fenice, simbolo dello Zolfo dei Filosofi e del Magistero condotto alla perfezione nell'Opera al Rosso, farà la sua apparizione diverso tempo dopo, in un altro testo fatto pubblicare dal Principe: nella Breve Nota si legge infatti che le due Macchine Anatomiche fatte realizzare dal Principe, si trovavano nel suo Palazzo, "in una stanza di un altro Appartamentino, che chiamano della Fenice, il quale sta tutto in fabbrica, per renderlo meglio diviso e comodo"; ci chiederemo allora se esista un rapporto fra il sistema circolatorio "pietrificato" che i due scheletri esibiscono e la loro collocazione nell'appartamento dedicato al mitico uccello, simbolo della rigenerazione. Per il momento ci limiteremo a segnalare che il "sangue coagulato" della materia vivente è detto anche Adamo o Adamas perchè rappresenta la Terra Rossa con cui è stato creato il primo padre degli uomini e che racchiude in sè lo Zolfo filosofico del Magistero al Rosso.

Dei passi che seguono e che concludono la lunga digressione autobiografica della Lettera Apologetica, il primo sembra voler segnalare che quanto è stato fin qui esposto, è stato espresso in forma simbolica, cioè velata (il Principe parla infatti di un panno di lana tessuto con "una divota Immagine di nostra Donna, nella sua maggior parte ricoperta da un sottilissimo velo"), mentre i due successivi sembrano alludere piuttosto di un'opportuna discrezione, descrivendo dei panni impermeabili (che coprono e non fanno passare l'acqua) ed una mensa meccanica che si imbandisce e si sparecchia da sola, evitando la presenza dei servitori, "dappoichè il più delle volte con gli Amici commensali delle più riservate cose avvien, che debba ragionarsi".

Alla luce di quanto abbiamo fin qui esposto, la definizione VIR MIRUS, AD OMNIA NATUS, QUAECUMQUE ATDERET che il Principe dà di se stesso e con cui chiude questa digressione, sembra assumere un nuovo, più profondo significato, sottolineando il carattere straordinario del Principe e l'aspetto eroico della sua audace ricerca, "e si comprenderà da tutti senza alcuna ombra di dubbio, che egli sia un di quei Eroi, che la natura di tanto in tanto si compiace di produrre per far pompa di sua grandezza".

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