Lo spulcio ed il riordino dell'Archivio Comunale, sebbene ancora in corso di ultimazione, hanno consentito il recupero di alcune migliaia di documenti inerenti la vita sociale, politica ed economica della nostra città.
L'esame sommario dei materiali archivistici mentre ha consentito la prova provata di alcuni eventi da molti ritenuti frutto di leggenda ha messo in evidenza notevoli carenze documentali in relazione a fatti del recente passato.
Questa constatazione ci ha indotto a ricercare, per quanto ancora possibile, testimonianze dirette di alcuni avvenimenti che hanno interessato San Severo durante questo secolo così da supplire alla mancanza dei documenti o alla loro integrazione.
All'uopo abbiamo « intervistato » o richiesto la collaborazione di alcuni protagonisti per consegnare allo scritto fatti di cui fossero a conoscenza per averli vissuti.
Il Preside Piscitelli, sensibile a questa comune esigenza, ha voluto avallare, con questa testimonianza la validità della ricerca proposta.

MICHELE POLLICE - BENITO MUNDI 
Centro Studi - Biblioteca « A. Minuziano »

 

L' Autore

aderendo agli intenti del Centro Studi - Biblioteca Comunale di San Severo, nella pubblicazione degli appunti in suo possesso sullo scontro a fuoco del 9 settembre 1943, tra un reparto di soldati italiani e truppe tedesche, è stato sollecitato a farlo anche perché, dopo trentotto anni dall'avvenimento, molti, forse, hanno dimenticato e moltissimi delle nuove generazioni, particolarmente studenti, nessuna traccia dell'episodio rinvenivano nella Biblioteca Comunale.
L'epigrafe apposta dal Comune sulla facciata dell'ex caserma di Corso Garibaldi appare oggi poco leggibile e, perciò, mentre si ringraziano l'Amministrazione Civica e i dirigenti della Biblioteca di aver consentito la possibilità di portare alla luce i particolari precisi dei fatti accaduti, si rivolge loro la preghiera di voler far provvedere a rimettere a nuovo i caratteri della epigrafe, al fine di consentire ai concittadini di rileggere agevolmente la dedica a suo tempo approvata dalla Giunta Comunale, per esaltare il generoso e oltremodo rischioso comportamento di un piccolo gruppo di soldati italiani.
L'autore desidera anche ringraziare il dott. Raffaele Attanasio, ufficiale del reparto e protagonista della vicenda, per aver revisionato e confermato gli appunti in questione.

San Severo, maggio 1981

g. p.

 


DUE lapidi, DUE fatti che appartengono ormai alla cronaca o, forse, (perché no?) alla storia di San Severo.
Il dovere, per tutti, è quello di tramandarne la memoria, non tanto per spirito di campanile, quanto, soprattutto, perché i due momenti a cui si fa riferimento, coinvolsero, a suo tempo, una parte notevole della popolazione locale, confermandone il profondo senso di generosità e la spontanea reazione alla violenza di una guerra imposta e impopolare.
La prima lapide è apposta sulla facciata dell'ex caserma di Corso Garibaldi con questa epigrafe:


In questa caserma 
il 9 settembre 1943 
giorno dopo l'armistizio
un nucleo di valorosi del 107° Btg. Mobile 
al comando del Cap. Piccoli
oppose fiera resistenza ai tedeschi
prevalenti per numero e di armi
Il Comune perché sia ricordo
e ammonimento la fedeltà
al dovere militare


La seconda lapide è posta ai piedi della colonna commemorativa fatta erigere dal Comune di San Severo nel Cimitero con la seguente epigrafe:

Alla memoria dei QUATTRO valorosi
soldati inglesi
che il 27 settembre 1943
con il sacrificio della loro vita
liberarono San Severo
da preordinata distruzione
Il Comune dedicò - 10 Aprile 1944


Non è difficile rievocare gli aspetti salienti e più drammatici conseguenti all'armistizio proclamato dall'Italia il giorno 8 settembre e avvenuti un po' dovunque in tutta l'Italia, ma particolarmente nell'Italia Meridionale, dove i tedeschi si trovarono a fronteggiare una situazione certo diversa da quella esistente nel Nord, dove essi furono favoriti dalla presenza di un ricostituito governo fascista. Qui, nell'Italia Meridionale, fu maggiore lo sbandamento dei comandi militari e delle truppe dislocate nelle varie città, perché più rapida apparve ed anche più traumatizzante la reazione dei tedeschi, che aggredirono non solo le caserme e le truppe isolate e prive di precisi orientamenti operativi, ma spesso operarono contro le popolazioni, facendo accrescere sia il timore di più feroci rappresaglie sia il generale sbandamento. 
Se teniamo presente, quindi, la data già indicata del 9 settembre, dobbiamo convenire che a San Severo le truppe tedesche operarono con immediatezza, proprio all'indomani dell',armistizio, dopo aver agito con terrore addirittura la sera stessa dell'8 settembre in altri centri della provincia di Foggia, soprattutto a Troia, dove il comando tedesco controllava e gestiva in proprio un grande panificio, che provvedeva all'approvvigionamento dei vari aeroporti dislocati nel Tavoliere e delle truppe qua e là interessate alla difesa delle vie di maggiore comunicazione con il Nord.
A Troia, inoltre, già da qualche settimana, si erano trasferiti da Foggia, a causa dei violenti bombardamenti aerei e della distruzione quasi totale della città, alcuni uffici ed enti militari, tra i quali più importante la Questura e il Comando Sottozona Protezione Impianti e Difesa Antiparacadutisti, del quale faceva parte l'autore di questi appunti, come ufficiale coordinatore operativo. Anche San Severo era certamente nelle mire del piano di emergenza dei tedeschi, perché qui si era trasferito il Distretto Militare di Foggia, sempre per le conseguenze dei bombardamenti aerei.
Comandante del Distretto Militare era in quell'epoca un concittadino, il Colonnello Morrone, che si rese, in fondo, partecipe anch'egli del fatto, operando a fianco dei tedeschi come intermediario.
L'azione del 9 settembre ebbe esattamente inizio alle ore 14, protagonisti TRE ufficiali, il Cap. Piccoli, il Ten. Attanasio (originario di Manfredonia), il S. Ten. Clara e non più di 15 militari tra soldati e graduati, presenti a quell'ora in caserma. E' bene dire subito che sparsasi ormai la voce, sin dalla sera precedente, della reazione dei tedeschi contro le nostre truppe e contro i comandi militari della provincia, il reparto che aveva alloggio nell'ex caserma di Corso Garibaldi e che dipendeva dal Comando Sottozona, di cui ho fatto cenno più innanzi, aveva provveduto sin dal mattino a tenere ben chiuso il portone della caserma, istituendo anche un servizio di sentinella disarmata (disarmata, perché si sapeva già che i tedeschi andavano in cerca di armi, al fine di rendere inoffensivi i nostri soldati).
Il reparto, oltre la sentinella, che aveva il compito soprattutto di lanciare l'allarme, nel caso si fossero avvicinati soldati tedeschi alla caserma, aveva anche provveduto ad organizzare qualche posto di difesa vicino alle finestre dell'edificio e lungo il muricciolo del terrazzo, deciso com'era ad evitare la consegna delle armi. Episodi del genere furono certo numerosi in quei giorni, quasi tutti determinati da massima spontanea decisione di ufficiali e soldati, privi per lo più di ordini superiori, giacché le uniche parole che erano più di altre echeggiate la sera prima nella popolazione e tra le truppe italiane di tutto il comunicato relativo all'armistizio erano state quelle contenute nella frase badogliana conclusiva del comunicato « la guerra continua ».
Alle ore 14 circa, quindi, l'allarme dato dalla sentinella! I tedeschi, solo una pattuglia di pochi uomini per il momento, avvicinatisi al portone chiedono ad alta voce l'apertura della caserma e la consegna delle armi: la richiesta veniva, in realtà, fatta in lingua italiana dal Col. Morrone, comandante del Distretto. Alla finestra sovrastante il portone c'era il Cap. Piccoli e un soldato, mentre gli altri ufficiali Attanasio e Clara, con tutti i soldati si erano appostati sul terrazzo dell'edificio, avendo a disposizione i propri fucili e 4-5 cassette di bombe a mano.


Alla richiesta dei tedeschi, comunque, il Cap. Piccoli, che era a minor distanza, rispondeva negativamente dall'interno della finestra, verso la quale giungeva immediatamente una scarica di fucile mitragliatore.
Di fronte a tale reazione il Cap. Piccoli e il soldato che stava con lui raggiungevano anch'essi il terrazzo dell'edificio, piuttosto terrorizzati. I due giovani ufficiali, però, consigliarono di rispondere al fuoco sia per prendere tempo sia per non apparire alla mercé totale dei tedeschi.
Infatti, furono sparate scariche di fucileria e lanciate alcune bombe a mano che fecero pensare per un po' che i tedeschi, essendo pochi, volessero andare via. Il che non avvenne, perché dopo un breve momento di silenzio fu notato, purtroppo, l'arrivo di altri tedeschi e soprattutto di alcune autoblinde. A tal proposito si deve osservare che i tedeschi, dopo l'armistizio, si muovevano anch'essi con estrema diffidenza nelle zone dove erano stati sorpresi dagli improvvisi capovolgimenti di fronte e agivano in genere con pattuglie di pochi uomini distanziate l'una dall'altra, tentando di procedere verso Nord e verso zone più idonee ad una massiccia difesa, come in realtà avverrà sulle montagne abruzzesi sino alla fine di settembre.
Intanto, il piccolo gruppo dei nostri soldati, data anche la scarsezza delle munizioni e il pericolo derivante dall'esporsi sul muricciolo del terrazzo cessò di fare uso dei fucili e si limitò ad operare con le bombe a mano, che venivano lanciate a tempo intermittente, mentre i tedeschi iniziavano tiri con le armi pesanti in dotazione alle autoblinde.
Anche un aereo da ricognizione sorvolava nel frattempo la caserma, guidando forse il tiro delle armi a terra. Purtroppo la testimonianza dei due giovani ufficiali fa rilevare a questo punto che il Cap. Piccoli, durante le operazioni conseguenti al vero e proprio scontro a fuoco se ne stava dietro un parapetto del terrazzo completamente sotto choc, senza partecipare attivamente alle operazioni. 
Dopo circa due ore di una situazione, certo drammatica per i pochi soldati italiani, e nella constatazione che le bombe a mano stavano per finire, si delineò in tutta la sua durezza il problema della soluzione a cui giungere. Arrendersi? Attendere o sperare che i tedeschi si allontanassero per raggiungere altri obiettivi? Fu allora che un soldato, aggirandosi sul terrazzo e rifacendo la scalinata che portava verso gli alloggi, scoprì che verso la parte posteriore della caserma, dopo il magazzino di casermaggio c'era la possibilità, attraversando qualche finestra, di accedere ad un piccolo chiostro, (attualmente esistente e facente parte del plesso scolastico del 2° Circolo Didattico) dal quale forse si poteva giungere ad una uscita posteriore. Immediatamente, appresa la informazione, un graduato ed altri soldati esplorarono non solo tale possibilità, ma cercarono di accertare soprattutto che la parte posteriore dell'edificio non fosse sotto la sorveglianza dei tedeschi. L'esito della ispezione esplorativa si rivelò favorevole ai nostri soldati, sicché gli ufficiali diedero ordine di scaricare in maniera massiccia le ultime bombe a mano rimaste a disposizione e di abbandonare celermente un po' alla volta i posti di combattimento, per tentare di attraversare il chiostro e approfittare di servirsi dell'uscita posteriore dell'edificio, prima che i tedeschi se ne accorgessero e tentassero una reazione che sarebbe stata certamente fatale per tutti.
I soldati e gli ufficiali, infatti, riuscirono ad allontanarsi fortunatamente approfittando sia delle stradette viciniori, tortuose e strette, sia soprattutto dell'aiuto di cittadini che abitavano nelle immediate adiacenze, i quali fecero entrare a gara l'uno o l'altro dei soldati nelle loro case con enorme loro rischio e pericolo.
I tedeschi, in pratica, oltre il danno (qualche morto e qualche ferito) subirono una grossa beffa, perché solo dopo una quindicina di minuti, in assenza di ulteriore reazione da parte dei nostri soldati, iniziarono l'avvicinamento al portone d'ingresso della caserma e l'accerchiamento dell'intero isolato. Dalla testimonianza degli ufficiali e dei soldati risulta che fu davvero ammirevole l'accoglienza e la disponibilità delle famiglie residenti nelle vicinanze, che non solo confortarono i protagonisti di quell'episodio di guerra, ma fornirono subito abiti civili di fortuna agli stessi per consentire loro di uscire dalle case e allontanarsi dalla zona divenuta certo pericolosa, essendo non ipotetico il timore di eventuali perquisizioni nelle case stesse, una volta che i tedeschi entrati in caserma l'avessero trovata vuota. I due ufficiali Attanasio e Clara affermano che dopo aver indossato abiti civili e allontanatisi della zona circostante la caserma, poterono raggiungere le adiacenze della villa comunale e poi lo stesso viale della villa, donde molti concittadini avevano già visto l'abbattimento del portone della caserma e l'ingresso di alcuni tedeschi nella caserma stessa, mentre altri continuavano a perlustrare le strade adiacenti, accompagnati dal Colonnello comandante del Distretto.
Mentre viene assicurato che nessuna perdita di uomini si verificò tra gli italiani, notizie purtroppo imprecise e comunque non testimoniate da documenti parlano di cinque morti tra i tedeschi e qualche ferito, con due autoblinde danneggiate.
Solo quattro giorni dopo, il 13 settembre, fu possibile agli ufficiali effettuare una ricognizione di ciò che era rimasto in caserma e fu in quella circostanza che si verificò un grave incidente ad un altro ufficiale italiano, il Tenente Tagliaferri, il quale perse un occhio per lo scoppio di una bomba a mano abbandonata tra le coperte senza linguetta di sicurezza.
Su questo spiacevole e doloroso incidente capitato all'ufficiale suddetto, che non aveva partecipato all'azione, perché impegnato altrove, si chiude la testimonianza di cui mi sono trovato in possesso.
Sul secondo episodio non esistono testimonianze specifiche e documentate, almeno sino a questo momento. Si ritiene, comunque, che il personale attualmente impegnato nell'inventario dell'Archivio Comunale possa reperire qualche cenno di eventuali deposizioni scritte. Le notizie in merito, pertanto, si diffusero nella popolazione dall'uno all'altro oralmente, subito dopo il fatto.
In pratica, si sa che quattro soldati inglesi, che a scopo esplorativo procedevano, come pattuglia di avanguardia, a distanza dal loro reparto, a bordo di una jep, giunti all'altezza dell'edificio dell'attuale macello comunale, furono inaspettatamente aggrediti da soldati tedeschi in postazione nella zona e barbaramente annientati con l'uso di lanciafiamme in dotazione al reparto nemico.
La fine dei Quattro soldati inglesi fu, quindi, due volte drammatica e orribile.
Anche in questa occasione, la popolazione sanseverese, accorse con grande commozione sul luogo, partecipando al reperimento dei miseri resti di quei soldati, onorati con la sepoltura nel cimitero della città e con un ricordo marmoreo fatto erigere dal Comune.
Sulla tomba dei soldati inglesi, ancora oggi, mani pietose depongono fiori in omaggio all'eroismo dei Quattro inglesi.
Nel cimitero della città sono sepolti anche soldati tedeschi, anch'essi, certo, vittime forse di una guerra non voluta.
Ma la guerra, purtroppo, negazione della vita, è sempre terribile e guai a chi ne è la causa.
Concludendo ci si chiede: fu quello di San Severo, un episodio della Resistenza? Certo è, che il 9 e il 27 settembre sono due date da ricordare almeno nelle cronache della città, se non in quelle pagine di più ampia risonanza che costituiscono la Storia.

"Settembre 1943:
un episodio della Resistenza 
a San Severo?
"
d
i GAETANO PISCITELLI
pubblicazione della Civica Amministrazione 
San Severo, maggio 1981

DOCUMENTI
attinenti alle circostanze storiche verificatesi a San Severo
nel periodo agosto - settembre 1943 conservati nella Biblioteca Comunale




Appendice

I giorni che precedettero l'arrivo delle truppe anglo-americane nella nostra città furono duri per tutti sia per le generali condizioni di vita sia per la situazione resasi ormai insostenibile per la caduta del regime fascista a seguito della decisione del "Gran Consiglio" che riconobbe l'impossibilità di continuare la guerra per i rovesci irreparabili verificatisi su tutti i Fronti: in Africa Orientale, in Africa Settentrionale, nonché nella disastrosa e dolorosa campagna di Russia e per le gravi perdite subite sul fronte Greco-Albanese.
Il generale Badoglio che, subito dopo l'arresto di Mussolini, ricevendo l'incarico di reggere il Governo, il 25 luglio 1943, lanciava agli italiani un imperativo non credibile: «La guerra continua», si vide costretto, dopo poco più di un mese, a concludere con gli Anglo-Americani la resa senza condizioni, che provocò uno sbandamento quasi totale della conduzione civile e militare italiana. È abbastanza documentato che la Nazione divisa e smarrita visse giorni tristi e assai nefasti, mentre nel Nord d'Italia la guerra si trascinava dolorosa contro gli stessi tedeschi non più alleati. Anche la nostra città vide passare gruppi di militari sbandati e civili che fuggivano dalle città bombardate e semi distrutte, come la stessa città di Foggia.
Molti altri episodi si intrecciarono intorno e nelle vicinanze della nostra città, giacché ogni spostamento delle truppe tedesche provocava scontri e tensione con altri gruppi di militari.
Episodio clamoroso e drammatico viene testimoniato in relazione a quanto avvenne nei pressi della stazione ferroviaria. L' 11 settembre, due giorni dopo lo scontro a fuoco avvenuto nella nostra città, il treno che trasportava i reparti della Divisione Legnano proveniente da Pescara e diretto a Brindisi fu costretto a fermarsi nelle vicinanze di San Severo per un tentativo di aggressione imprevista da parte di militari tedeschi che, risalendo verso il Nord, cercavano di distruggere anche gli impianti ferroviari e quanto altro potesse pregiudicare la loro ritirata in zone più sicure.
Del resto, la stessa stazione della nostra città fu danneggiata notevolmente negli impianti.
In sintesi, quindi, il nostro territorio e la città San Severo subirono durante tutto il mese di settembre le ingrate conseguenze di una evoluzione di episodi di terrore e di violenza, come viene testimoniato anche dalla scrittrice Jo Di Benigno, consorte del generale Olmi, comandante della Divisione Legnano nel suo libro: "Occasione mancata -`Diario segreto del 1943-44".
Nell'episodio innanzi accennato sullo scontro tra i militari della "Legnano" e truppe tedesche ci furono molti feriti e la scrittrice asserisce che il contingente militare italiano giunse a Brindisi ridotto quasi alla metà degli effettivi.
Il motivo del trasferimento della Divisione "Legnano" va acclarato nel contemporaneo arrivo in Puglia e a Brindisi del Re Vittorio Emanuele III e di Badoglio, che a seguito sempre dell'armistizio si erano portati da Roma a Pescara e di qui con una nave della Marina Militare a Brindisi.
Completano la presente sintesi e la documentazione allegata, il contributo della stampa locale: "La Città", "Il Giornale di San Severo" che riportano la venuta a San Severo il 25 maggio 1989 di mister David Perryman, figlio del colonnello Donald Perryman, caduto nella nostra città il 27 settembre 1943. I familiari dell'eroico colonnello inglese hanno fatto promessa di ritornare a San severo nel settembre 1993, in occasione del cinquantenario della morte del loro congiunto.

g.p.

San Severo, aprile 1991

A quarant'anni dalla morte del padre

Mister Perryman a San Severo

È venuto in visita a San Severo, accompagnato dalla moglie Caeredwen Trickey, Mister David Perryman, figlio del Colonnello inglese Donald Perryman, caduto in San Severo, insieme ad altri tre militari inglesi, per opera di una colonna di tedeschi armati di lanciafiamme, il 27 settembre 1943.
Mister Perryman, visibilmente commosso, è stato ricevuto a Palazzo Celestini dal Sindaco Santarelli e da alcuni Amministratori che hanno fatto dono ai coniugi Perryman di un gagliardetto con i colori della città e di alcune pubblicazioni di storia locale.
Accompagnati poi dal prof. Gaetano Piscitelli, conoscitore dei fatti avvenuti durante la guerra in San Severo ed autore di un opuscolo "Settembre 1943 a San Severo" e dal dipendente comunale Giulio Ceci, in veste di interprete, Mister Perryman si è poi recato a far visita al locale cimitero per pregare sulla tomba che racchiuse i resti del Col. Perryman, prima che fossero traslati in Inghilterra, e sulla lapide apposta dal Comune il 10 aprile 1944 per ricordare un altro scontro a fuoco del periodo, tra un reparto di tedeschi e un gruppo di soldati italiani del 107° Battaglione Territoriale Mobile, alloggiato nell'ex Caserma di Corso Garibaldi .
Mister David Perryman e consorte si sono poi congedati dal Sindaco Santarelli, promettendo di ritornare a San Severo con figli e nipoti, nel 1993, quando ricorrerà il 50° anniversario dell'episodio di guerra.

Tratto da
"La Città" dell' 8 giugno 1989

 

Dopo 46 anni viene a rivedere il luogo dove trovò la morte il padre

Aveva solo quattro anni allorché il padre, Donald Perryman, colonnello inglese di 27 anni, venne trucidato alle porte di San Severo, nei pressi dell'attuale macello municipale, da un gruppo di tedeschi. Il fatto avvenne il 27 settembre 1943. Furono quattro i militari inglesi uccisi dai germanici: rimasero carbonizzati nel mezzo sul quale precedevano le loro truppe, colpiti da lanciafiamme. Una morte orrenda, rimasta negli occhi e nella mente dell'intera popolazione di San Severo che si riversò nella zona dell'allora Zimotermico richiamata dal clamore dell'eccidio.
Oggi, a distanza di 46 anni, David Perryman, figlio di Donald, con la moglie Caeredwen Trickey, più o meno cinquantenne come lui, si è portato a San Severo per vedere i luoghi del tragico evento bellico. Mister Perryman e Signora sono stati ricevuti in Comune dal Sindaco, dal Vice Sindaco e da altri amministratori comunali. Poi, accompagnati dal Prof. Gaetano Piscitelli, conoscitore dei fatti dell'epoca ed autore dell'opuscolo "Settembre 1943 a San Severo", gli ospiti britannici si sono portati al Cimitero, per vedere la tomba ove riposarono, prima di essere traslati in Inghilterra (per la precisione a Preston, nel Lacashire) i miseri resti del padre e degli altri tre connazionali uccisi. La tomba si trova accanto a quella dell'indimendicato prof. Giulio Cerulli.
Davanti al monumento funebre, Donald Perryman e la moglie hanno promesso di tornare a San Severo, nel 1993, tra quattro anni, in occasione del cinquantesimo anniversario del tragico evento, in compagnia dei due figli, Glyn (del 1962) e Jane (del 1967), oltre dei nipoti Bcvan, Bowen, Adam e Zoe.
Nella circostanza si è disimpegnato in veste di interprete Giulio Ceci, dipendente del Comune di San Severo.
Prima di ripartire, i coniugi Perryman hanno visitato la lapide apposta dal Comune il 10 aprile 1944 a ricordo dello scontro a fuoco - ricostruito in un suggestivo racconto dall'allora ufficiale prof. Gaetano Piscitclli - tra un reparto di soldati tedeschi ed uno sparuto gruppo di soldati italiani del 107° Battaglione Territoriale Mobile, alloggiato nell'ex Caserma di Corso Garibaldi.
In Comune, il Sindaco, alla presenza del Vice Sindaco, del Vice Segretario Generale e di alcuni altri amministratori, ha consegnato agli ospiti un gagliardetto con i colori della città ed alcune pubblicazioni di storia locale. I coniugi inglesi sono ritornati in Inghilterra con un volo charter Rimini-Manchester, decisi a mantenere la promessa di tornare con gli eredi fatta su una delle tombe più significative del Cimitero sanseverese.

Tratto da
"Il giornale di San Severo"
dell' 11 giugno 1989

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