Note a cura di  NICOLA CHECCHIA

LUIGI CAPPETTA - Editore   
FOGGIA  MCMXXX-VII

nota1: Prima detta Terra, giusta rescritto di Carlo II del 25 settembre 1300, ciò che dà ad addivedere come in quell'epoca essa fosse, già così vasta e popolosa da indurre il notaro Domenico da Gravina (DOMINICI DE GRAVINA: Chronicon de rebus in Apulia gestis, 1333 - 1350. Praemittitur praefatio Ludovici Antonii Muratori. - Napoli, edit. Anfossi, 1890, pa g. 9) a chiamarla “città” , “a predicta Regina Sancia, Civitatem Sancti severi certo comparavit thesauro. Cui dieta Civitas minime voluit, obedire...”, Sansevero ebbe il nome di Città quando, con bolla del 9 marzo 1580, il pontefice Gregorio XIII vi traslò da Civitate la Cattedra vescovile. Infatti, assurgendo a sede vescovile, una terra o castello (oppidum, castrum) conseguiva tale lustro e si alto titolo di nobiltà da meritare, secondo le norme seguite dalla Chiesa, il nome di Città: “… non poteva dirsi città quella che non avesse il Vescovo, e reciprocamente non poteva negarsi il nome di città a quella che avesse il Vescovo” (CLUVERIUS: Introd. Geograf., lib. III, § 2). Solevasi anche sin dai primi tempi del cristianesimo istituire la cattedra vescovile, non già nei villaggi e nelle borgate, ma nelle città popolose e colte donde potesse più facilmente propagarsi la nuova dottrina (JOANNES CAMILLUS ROSSI: Synodus Severopolitana, pag. 78. -- Napoli, 1826). Sansevero potette ottenere la cattedra vescovile perché, secondo si legge nella Bolla di traslazione, era una terra molto ragguardevole, cinta di mura e torri, abitata da numerosa popolazione e da non poche famiglie nobili, e perché infine aveva quattro chiese parrocchiali: S. Severino, S. Nicola, S. Maria e S. Giovanni, le quali esistevano anche prima dell'anno 1216, come si desume da un' Epistola di papa Innocenzo III diretta alle Dignità del Capitolo di Civitate, nella quale trattasi di una controversia sorta circa la preminenza in alcune funzioni chiesastiche fra il clero di S. Severino, allora matrice, da una parte, e dall'altra parte i cleri di S. Nicola, S. Maria e S. Giovanni. L'esser Sansevero divisa in quattro parrocchie (ammesso pure che da queste dipendessero i casali più vicini) e il nome di castello (terra con mura e torri, ecc.) ch'essa aveva già da un secolo, ci fanno credere com'essa avesse in quel tempo una numerosa popolazione e che prima del 1000 dovesse essere una terra abbastanza importante. “Certo è - dice il BINGAM – che principal motivo d'istituire nuove chiese parrocchiali si fu il bisogno di adempire i cristiani offici e celebrare con maggior facilità la comunione dei fedeli; perciocchè, crescendo questi in tanta moltitudine, che una sola chiesa non bastasse a contenerli, era necessario dividerli in parti e fondare altre chiese, in cui potessero compiere le cerimonie del culto cristiano e i divini ministeri. Così si veniva ottemperando all'apostolica disciplina.“
nota2: .. Sansevero è del suo Distretto l'emporio, sì per la Sottintendenza qui da Manfredonia traslata nel 26 Luglio 1811 con R. sanzione del 4 Maggio, come fu metropoli della provincia per la sua R. Udienza sino al 1579...; sì dacché oltre le interne basolate dopo il 1734 col dazio su la neve, si van selciando le strade esterne...
Era qui il Tribunale nell'alto della gran Piazza al Sud-Ovest, dove diconsi carceri vecchie dietro il palazzo di Monsignor d'Ambrosio..., dove dividonsi le Parrocchie di S. Maria, e S. Giovanni. Superstite è la sua colonna di porfido grigio della gogna, e berlina, lunga pal. 12 e un quarto, larga giù 1 e mezzo, su 1 e un quarto nel luogo detto la colonna nell'angolo Sud del quadrivio, dove questa gran Piazza taglia la via maestra della Chiesa del detto S. Giovanni verso il Seminario. Li giace da Giugno 1799, in cui espulsi i Francesi, fu svelta per ergersi un padiglione per S. M.
nota3: Per riscattarsi dal Duca di Termoli di casa Di Capua, al quale l'imperatore Carlo V l'aveva venduta nel 1522 per la somma di 40000 ducati, e quindi per mantenersi libera, l'Università di Sansevero prese a mutuo da Andrea di Eboli ottomila ducati, dandogli in anticrasi S. Andrea « de la staccha » vendutole nel 1493 dal feudatario Marino Capece per la somma di tremila ducati da pagarsi in tre rate. Ma, oppressa dai nuovi e dai vecchi debiti sommanti a 149000 ducati, essa fu costretta di vendersi nel 1579, in uno con S. Andrea, a Giovan Francesco Di Sangro per 82500 ducati, i quali furono ripartiti fra i suoi creditori, che le condonarono gl'interessi. Pagando infine ad Andrea di Eboli gli ottomila ducati che questi aveva a suo tempo dato a mutuo all'Università, di Sansevero, il Di Sangro s'ebbe libero il feudo di S. Andrea.
nota4: Stiede [Sanseveo] sotto la cura di questi [monaci Benedettini della Badia dei SS. Pietro e Severo, poco lontana da Torremaggiore, in prosieguo di tempo soppressa ed incorporata alla Mensa Vescovile di Sansevero] per più altri secoli fin al tempo dell' invitto Re di Napoli Carlo I dal quale avendo ottenuto ampli privilegia, come originalmente si conservano nell' Archivio di questa città, fu con Diploma speciale sottratta dalla Loro giurisdizione temporale, e spirituale, ed immediate sottoposta alla Sua Regia, nella quale tenendosi sicuro ogniuno vi concorrevano più di volentieri per più anni in appresso le più illustri famiglie della Provincia. Accrebbe il brio alla Terra, ed il desiderio a' Forastieri di venire ad abitarci, quando detti privilegii furono confirmati dall'invitto Imperatore Carlo V nel passaggio [che] fe' per la Puglia, e nella Residenza colla quale onorò questa Terra nella casa. di olim De Torres all'incontro la Parrocchia di S. Severino, nella vigilia di detto Santo [cioè il 7 gennaio], e furono sottoscritti, e firmati coll'Imperial Suggello in detta Chiesa ad istanza del Popolo, ove S. M. C. assisteva alli Vesperi solenni, ed in memoria di questo beneficio si obbligò la Terra, oggi città, ad annuo tributo di cento Libre di cera lavorate al glorioso S. Protettore, come oggi religiosamente si osserva; onde per tali grazie confirmate, diventò il giardino della nobiltà, delle virtù e delle ricchezze a tal segno che vi si costituì il Tribunale della Regia Udienza, e il seggio de' più nobili Patrizii, che lo governassero, oggi ridotto al numero di ventiquattro Graduati, con ampia Giurisdizione al Capo detto 'volgarmente Mastra Giurato, che in tempo di notte procedesse indipendentemente dal Tribunale, ad modum belli, dalle due della notte allo spuntar del sole, nel qual tempo condanna ad ogni pena, fino alla morte, com'è sortito, e poi può versa vice aggraziare da ogni delitto in quella; ed acciocchè l'onore, e il peso fossero uguali determinò che in ogni anno si eleggesse da una delle Parrocchie susseguentemente, e di quella si dasse il segno della Campana, quando principia la sua giurisdizione [cioè, a due ore di notte]. La Parrocchia di S. Giovanni, ultima tra queste fondata, sebbene maggiore nelle rendite, non ha cotal privilegio, perchè non fu connumerata nell'Imperial Diploma di Carlo I... Colla dimora dell'Imperatore Carlo V si affezionarono molti suoi nobili soldati, e precisamente il Capitano Valderamo Urtiz, l'Alfiere Geronamo Torres, Eracai do Quevido, Capitano Silvio Corves, Ferrante Achilar, famiglie esistenti del numero de' ventiquattro. (Ms. GERVASIO).
nota5: Privati.
nota6: In altra consimile congiuntura si fe' S. Severino Abate conoscere zelante della sua divota Città unitamente col glorioso S. Sebastiano, allora quando dimorando in essa alcune truppe di soldati quasi barbari detti Borgognoni, mandati a castigo dal predetto Imperatore, questi mal soddisfatti pensarono fra di loro di ammazzare tutti li Capi di Famiglie per impadronirsi della città,e nella notte stessa che macchinarono eseguire il crudele disegno, i gloriosi Santi ne precorsero l' avviso da porta per porta de' cittadini con voce grave dicendo vigilate, Cives, vigilate, onde ponendosi tutti in arme impedirono il disegno di coloro che cercavano l'esterminio... (Ms. GERVASIO).
nota7: «Nel 1809 in Sansevero, altrove in Puglia sbucciarono i bruchi, o everrucoli, perchè everrunt ogni verdura. Sotterrando l'ovaje come granelli nel guscio affilati come i piselli, snidavano come zanzare, saltellavano come grilli, everrebant campi come le locuste sotto Faraone. Tal flagello, che due volte e più in un secolo disola l'Italia al dir di Troyli, ed altri, lo soffrirono i nostri verso il 1760, e dal 1809 sino al Maggio 1814, quando un freddo ripentino, ed acuto li uccise nel nascere. Nullo fu ogni rimedio umano, l'imposizione di data misura di essi sui coloni, e propretarj de' poderi, di cui i Deputati empirono un pozzo nella via del Guadone, e più fosse; le tasse per pagare le compagnie, che co' frasconi ne' campi raccogliendo i loro sciami ne' cappucci in mezzo alle rasane, li seppellivano; gli erpici o trascini di spine o altro, che pendenti dal giogo di aratri li schiacciavano; le greggie de' porci, che sono ingordi di quell' ovaje.... Quaeq. ipse miserrima vidi!» (FRACCACRETA). 
nota8: «Ma il tempo invidioso della grandezza di questa città pian piano ha cominciato a mortificarla con li suoi amari frutti. Onde gemè per volere divino sotto la sferza de' suoi castighi, e nell'anno 1542 nel mese di giugno si sentì scuotere da un fiero terremoto, e benché non pericolassero edificii, o persone, pure fendè la maggior parte delle muraglie, le quali non potendo resistere ad un altro consimile nel mese di Gennaio 1601 patì in questo qualche danno.» (Ms. GERVASIO).
«Nel 1638 dell'altro terremoto fatale per le Calabrie soffri pure molto danno questa città [di Sansevero] ad avviso di Giulio Cesare Recupito (De novo universa Calabria terremotu congeminatus nuncius, Neap. 1638, pag. 48) e finalmente nel 1688 come può leggersi presso Marcello Bonito (nella sua Terra Tremante, Nap. 1691, pag. 805) » (MS. IGNOTI).
 
nota9: Ferruginosa.
nota10: «Podalirio figliuolo di Esculapio e fratello di Macaone; tutti e tre per la rara eccellenza della medicina tenuti per dei appresso i Greci.... E però, essendo uno di quei da loro venerati come Dei, volle esso Diomede onorarlo, nel suo Castel Drione, di un sontuoso tempio; il quale fabricò sopra quel ruscelletto di acqua a piede del Castello, convenendogli, in conformità del potere di dare la salute, che aveva Podalirio, come medico, ivi fabricarlo per la natural virtù di quel ruscelletto; ed anche acciocchè nei posteri si riserbasse tradizione che quell' acqua per virtù del Dio operasse, e per sua natura, come poi nei tempi appresso fu creduto. Fu edificato dunque questo Castello Drione dopo poi la distruzione di Troia, che in conformità delle cose narrate non passarono molti anni, e conforme al computo che fa l'Alberti nella descrizione di Mantova, corsero dalla rovina di Troia fino all'edificazione di Roma fatta da Romolo 431 anni, secondo S. Girolamo; e di qua fino al nascimento di N. S. Gesù Cristo anni 754, secondo Orazio. Sicché questo Castel Drione ebbe il suo principio 400 anni e più avanti Roma, ed anni 1154 avanti Cristo; e da che ebbe il nome di S. Severo, e preso la fede cristiana sino all' anno présente, sono passati anni 1091, come si vede nella sopracitata narrazione del Cieco di Forli; e da che fu edificata sono trascorsi anni 2781 [questa parte della Cronaca rimonta quindi al 1627], conforme alla detta supputazione» (LUCCHINO).
nota11: Sotterranei.
nota12: Monti del Gargano.
nota13: «Fuori della città discosto, prima che si giunga a' Cappuccini, nella strada, che si va alla Procina, vi è la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, bella e non molto piccola, fatta a volta, con una divotissima statua della Vergine Santissima. Vi si fa la festa a' due di luglio, nella quale il Signor Principe, per la divozione della Beata Vergine, vi fa una festa solenne con farvi lottare e correre ricchi pallii; ove concorrono assaissime persone delle Terre e città convicine. In questa Chiesa. vi è una Cappella del Santissimo Crocifisso, che vi sta in rilievo colla sua Croce ; ed un anno vi diede una saetta che andò a ferire la Croce sotto i piedi del Crocifisso, che lo fe' sbalzare molto lungi dall'altare in terra, e miracolosamente si preservò con tutta la Croce intatta, con poco di segno solo al luogo della Croce, dove diede; e con molta divozione e concorso di popolo, che andò a vedere il miracolo, fu posto di nuovo al suo luogo. Vi è una Confraternita di Secolari, con stendardo e tutti gli altri ornamenti; ed è la terza in precedenza. Vi è una campana di cinque cantaia » (LUCCHINO).
nota14: «Ma nel mese di Luglio cioè a 29 [30] nell'anno 1627 con altra replica soffri [Sansevero] memorabilissima desolazione con tutta la Puglia, e terre convicine, cioè Apricena, Serra, Torremaggiore e S, Paolo, onde restò quasi che abbattuta la città istessa con le Chiese, ed edificii, che in memoria di questo fatal giorno se ne celebrano annui anniversaria da tutti gli Cleri, e Chiese nel giorno 30 di detto mese » (Ms. GERVASIO).
nota15: La Porta di Apricena, demolita prima del 1679, quando GIOVAN BATTISTA PACICHELLI, Agente del Duca di Parma e Piacenza, scriveva il Regno di Napoli in prospettiva, secondo si osserva nella pianta o veduta di Sansevero, comunque mal fatta, che trovasi nel vol. III di detta opera, si stendeva fra il muro occidentale del vecchio giardino del convento di S. Benedetto e le case di fronte. Chiamavasi anche Porta Carrese forse per il passaggio dei carri che vi pagavano il pedaggio, come si rileva da una lapide la cui iscrizione ci è stata tramandata dal FRACCACRETA (t. V, pagg. 75-76): Nel muro opposto a quella carrese circa passi 8 lontano, scorgesi [1837] alta 8 dal suolo, sopra una portella di un sottano una lapide di pietra dolce, calcarea, rettangola orizzontale, larga 1 e mezzo, lunga 5 e un quarto presso un portone con questa iscrizione del pedatico o piazza pagatovi sino al 1806 da' commercianti forastieri agli appaltatori del Principe, a cui lo cedè l'Università. Questa iscrizione majuscola di 13 versi, ma senza virgole, punti, e distanza di parole d'idiotismo, da me deciferate, è la seguente :
INP. VOL... UNTA CHE LO GABBELLOTO POSSA SIGERE P. CARRO DI GRANO TARI' UNO GRANA DECE P. V. CARRO ORGIO ... — SI PAGA GRANA X. POZZA TUTTI FORASTIERI CHE COMPRANO ET VENDONO JUSTA SOLITO DELLA TRASI PAGA GRANA IIII — P. OGNI SALMA CONFORME IL CONSUETO DELLA TRA. P. CARRA CARICHE DI MÈRQANZIE TARI' UNO P. VOLTA GRANA X P. CIASCHEDUNA SALMA D'OGNI FORASTERO... UNA. O ARBITRIO DEL. GABELLOTO IE GRANA QQ ... STARA D'OGLIO FORASTERO IE  GRANA II P. SALMA DI FRUTTO IE GRANA X POZZA A VENDERE QUANTO COMPRARE DAL BESTIAME GROSSO DI MERCANTIA CHE PASSARANNO CARL. V. P. CENTENARO DAL BESTIAME PICCOLO DI MARCANTIA CARL. X. P. CENTINARO CHI FUGGE IL PASSO CON LI BESTIAME GROSSO ET MINUTO LASCIANO PEL — LA PENA DOPPLICAMENTE E DELLE SALME CARL. X. P. CIASCHEDUNA VOLTA TUTTI CARRI ... — TANTI FORASTIERO QUANTO CITADINO CHE PORTERANNO MARCANZIE TARI' UNO A. CARRO E NON — PA CARNINO TA IL GABELLOTO POSSA LEVARLE CARLIN. V. P. CARRO TUTTI. FORASTIERO CHE FANO ALCUNA ARTE POSSA SIGERE GRANA 8 IL MESE E CIASCHEDUNO ITEM POSSA SIGERE UN TORNESE P. SALMA DI LEGNA. ITEM DAL FORASTIERO CHE CACCERANNO PAN ... IN DETTA — TERRA GRANO UNO PEM PESA SEU TUMOLAGGIO SECONDO E SOLITO ET CONZUETO DELLA TRA.
E in un istrumento del 30 agosto 1609 per il notaio Spatari si legge: Imprimis che detto gabelloto che tenesse detta, gabella del maldanaro possa rescotere et esigere grana diece per onza de qualsivoglia sorte de mercantia tanto per la vendita quanto per la compra, cioè grana diece per onza della vendita et grana diece per la compra ».
Fu chiamata del malodinaro la gabella di dieci grana ad oncia che nel 1253 l'imperatore Corrado stabili nei contratti per qualsivoglia mercanzia. Aumentata da Carlo II d'Angiò, questa gabella fu detta del buondenaro. Da allora, essa fu indistintamente chiamata con l'uno e con l'altro nome (GALANTE: Nuova descrizione delle Sicilie, t. II, lib. 2, I § III).
nota16: Negli atti pubblici rogati dai notai del tempo si fa spesso menzione degli «sprovieri» o padiglioni da letto. Così, in un istrumento del notaio Cesare Spatari del 1608 nel corredo dotale trovo menzionato uno sproviero di tela di casa de legami undici cosito con lenze moresche, con le francie alle porte bianche, et moresche, seu torchine, con lo 'suo tornaletto. E in altro istrumento dello Spatari addì 9 gennaio 1609 trovo : « Uno padiglione, seu sproviero di tela di casa, de legami tridici cosito con cartelle nap. ne bianche, con cappitella guarnita dell'istesse cartelle, et con francie, et con il tornaletto così simile guarnito ». E infine, in altro istrumentò dello Spatari in data 1610 leggo : « Irnprimis uno sproviero novo di tela di casa biancheggiata di legami quattordici, cosito con cartella a mano con tornaletto, e cappiglia. Un padiglione, seu sproviero di tela della cava, toccato nella cappitella, cosito con reticella di filo .... usato » (NOTA DI G. DEL VECCHIO).
nota17: Questa parte della Cronaca rimonta evidentemente al 1628.
nota18: Livia Lucchino (« terrae Montis Calvi...», come si rileva da un istrumento del notaio Giacinto Patulli in data 3 novembre 1648) fu sposa di Scipione Stella (« Livia Lucchino de Civitate Sancti Severi vidua relicta quondam Scipionis Stella ejusdem Civitatis ....»: istrumento del 21 gennaio 1649 per il notaio Patulli), dal quale ebbe Luca, ch'essa, con testamento del 9 agosto 1649 del medesimo notaio Patulli, nomina suo erede universale. (NOTA DI G. DEL VECCHIO). Oltre Livia, sposa di Scipione Stella, e Silvia, sposa del notaio Giovanni Antonio Galluccio, Antonio Lucchino ebbe altre due sorelle : Laura e Camilla, e due fratelli : Giulio, Arciprete della Parrocchia di S. Nicola, ed Ottavio, partecipante della Parrocchia di S. Giovanni. Queste notizie rilevo dal testamento a rogito notaio Cesare Spatari, col quale Don Giulio Lucchino nomina sue eredi le sorelle Livia e Camilla. Quindi, nel 1608 Livia e Camilla, nominate eredi universali dal fratello don Giulio, erano nubili; mentre Silvia era sposa del notaio Giovanni Antonio Galluccio («Silvia Luccchino terrae Montis Calvi in dieta [Civitate S. Severi] .... vidova relicta……Notarii Io. Antonii Galluceio de dieta Civitate....» : istrumento del 3 novembre 1648 per il notaio Patulli), e Laura sposa di .... In prosieguo di tempo, Livia sposò Scipione Stella, da cui ebbe Luca, ch'essa, con testamento del 9 agosto 1649, nomina suo erede universale. Quanto a Camilla e a Laura, nulla mi è riuscito di sapere sull'esser loro.
nota19: «... sotto il titolo di Santa Maria, e vi si fa la festa dell'Assunzione ne' quindici di agosto. Questa Chiesa, prima che Sansevero fusse città, era la terza Parrocchia, ma la più ricca; lo che fu cagione di farla Cattedrale. Era di una sola nave grande e spaziosa; ma Mónsignor Malaspina, secondo Vescovo di essa, la magnificò con una grande e bella tribuna. Il Capitolo ha tre dignità, l'Arcidiacono, l'Arciprete e il Primicerio, dodici canonici ad una prebenda de' quali sta unita la Penitenzieria; e vi è la prebenda teologale e quattro benefizii sotto il titolo di Abati ». Fra le reliquie che vi si conservano, sono degne di nota un ossicino di S. Stanislao arcivescovo di Cracovia, racchiuso in un tabernacolo a sfera d'oro massiccio, che costò a Monsignor Malaspina centosessanta zecchini; un braccio di un santo della Legione di S. Maurizio Tebano, dono del vescovo Varallo assunto poscia alla porpora; e altre reliquie minute, come di S. Alberto vescovo Polacco, di S. Orsola, di S. Giuliano, di S. Primiano e di altri; e vi è ancora un pezzo delle interiora di S. Filippo Neri, mandatovi ultimamente da Monsignor Venturi vescovo di questa città. Tiene il suo organo ed un bel campanile, sebbene non finito, in cui vi sono cinque campane d'accordo, e la mag­giore è di dodici cantaja e più. Se ella è antica o no, non posso dire cosa alcuna, per non esservi memoria nè per iscritto, nè per tradizione » (LUCCHINO).
nota20: Ad eternare il dono del vescovo Malaspina, fu murata una lapide su cui si leggeva
GERMANICUS MARCHIO MALASPINA EPISCOPUS APUD POPULORUM REGEM PROSEDANTIS REIP. CHRISTIANAE CONTROV. INTERNUNCIUS APOSTOLICUS CUM POTESTATE LEG. ODEUM POS. ET ORNAV. ANNO DOMINI 1601
(NOTA DI G. DEL VECCHIO) .
 
nota21: «... in cui servono l' Arciprete e dieci altri sacerdoti. Questo miracoloso Santo è quello che appresso i Norici, oggi Ungheri, fu detto Apostolo, e, per quanto io ho letto nel Teatro de' Santi della Religione Agostiniana, egli era di questa religione, e Padrone, protettore e difensore di questa Città; che per tradizione si tiene e crede fermamente dai cittadini che una volta [1527], essendo assediata la città dai nemici [esercito dell'imperatore Carlo V], fu difesa dal Santo confare apparire sopra le mura di essa un miracoloso apparato di armi ed un numeroso esercito, facendosi egli vedere con una bandiera in mano in maniera che il nemico atterrito si partì dall'assedio; e però la città fa questo Santo a cavallo con una bandiera bianca e rossa alla destra e la città alla sinistra; e per nemoria di si gran miracolo vi dà nella sua festività, che si celebra solennemente con concorso di tutto il Reggimento e di tutto il popolo alli otto di gennaio, per divoto tributo, cento libre di cera bianca lavorata... In questa Chiesa vi è una bellissima reliquia del Santo, il maggiore osso del dito grosso della mano, che si conserva in una mezza statua di legno rappresentante l'immagine del Santo in molti luoghi indorata... Tiene la Chiesa il suo organo ed un campanile, che per lo modello ed architettura di fabbrica sarebbe stato assai riguardevole se avesse tenuta la sua proporzione compita. Vi sono cinque campane di accordo, e la maggiore è di venti cantaja, e vi è anche l'orologio. Questa chiesa, prima del titolo di città, era la matrice. Fu consagrata da Monsignor Riccherio, Vescovo di Melfi, l'anno di nostra salute 1223, che sono sino al presente anni 405, come si legge in uno scritto sopra la porta maggiore di detta chiesa » (Lucchino). L'iscrizione cui accenna il Lucchino esiste tuttora, ed è quale io riporto, completata per miglior lezione del lettore :
RISANDUS. RICHERIus. DEI GRATIA. HUMII,IS. MELPHITHEnsis. EPiscoPuS. OmnlBus. ChristiaNIS. QUI ECClesiam. BeaTI. SEVERini. DE. RESIDUO. PeniteNtlAE. SIBI. INJUNCTAE. CANONIQUAE — IN. PraeseNTI. PAUPERTATE. DePreSSI. EGRITuDine. PerGRAVÀTI. ET. MORTE. PRAEVenTI. COMPLERE. Non. POtErunt. QUADRaginTa. DiES — CRIMiNALium. MISERICORDITER. RELAXAMUS. DATUM. Sancti. SEVeri. Anno. DOMINicAE. INCARnationis. MCCXXIII. — MENSE. MAJO. XII. INDictioniS.
([Noi] Risandro Richerio per grazia di Dio umile Vescovo di Melfi, a tutti i cristiani che nella presente povertà oppressi, aggravati da malattia e prevenuti dalla morte non potranno completare la chiesa del Beato Severino, [obbligo] assuntosi canonicamente quale residuo di penitenza, misericordiosamente condoniamo quaranta giorni di peccati. San Severo, anno 1223 dell'incarnazione del Signore, 12 maggio dell'indizione).
« La più antica è la sua Parocchia... Di fatti nel sottano terraneo del suo campanile leggevasi 1010... questa fu ben detta S. Severino dai suoi Benedettini di S. Pietro e Severo di Torremaggiore dal 1116 ... Inoltre questa Parocchia dal Principe di Sansevero nel 29 Maggio 1587 censi la Bagliva... ch'era di que' Benedettini... da' quali ad essa passò con due botteghe a tetto, dette di S. Pietro dal prefato loro Monastero... Più conferma il suo primato Innocenzo III col Rescritto del 1216... Dieci [sette] anni dopo consacrò questa Chiesa Monsignor Risandro Vescovo di Melfi ... Finalmente essendo il Clero prima innumerato, nel 24 Luglio 1824 il R. Dispaccio trascritto nel Sinodo di Monsignor Gio. Camillo Rossi del 23 Giugno 1826, sanzionò, - che « su la massa comune della Chiesa di S. Severino, la cui rendita netta é approssimativa ad annui ducati 1050, si assegni all'Arciprete Curato la congrua di annui due centocinquanta ...» (FRACCACRETA, t. V., pagg. 136-142).
Di questa chiesa sono notevoli la facciata a mezzogiorno e il primo e il secondo piano del campanile, una e gli altri di stile gotico-romanico. Le statuette dei tre santi che primieramente stavano nella lunetta sovrastante la porta, si osservano ora, collocatevi evidentemente dopo il terremoto, un po' al disotto del cornicione. Il portale e la bifora del campanile richiamano al vivo quelli di altre chiese monumentali della Puglia.

nota22: «La terza parocchia è la chiesa di S. Nicola, posta nella parte bassa della città, non molto lungi dalla prefata chiesa di Sanseverino, in cui oltre l'arciprete servono nove altri preti. Questa chiesa non è molto riguardevole, tiene sebbene nell'altare maggiore una bella custodia nuova, tutta indorata, con artefizio composta, venutavi l'anno addietro. Vi è una cappella con un Crocifisso di rilevo, il quale è così. maestrevolmente scolpito che induce molta divozione a chiunque. Tiene il suo organo ed il campanile con tre campane d'accordo, e la maggiore è di dieci cantaja. Vi è un corpo .intiero, e lo scritto dice essere di S. Riccardo; però non si sa di quale Santo Riccardo sia, e si conserva decentemente sotto dell'altare. maggiore. Vi sono altre reliquie minute che, per non essere insigni, si tra-lasciano » (Luccino).
«La Chiesa Parrocchiale di S. Nicola crollò tutta, e sotto le rovine ,di essa restò perduto un sontuosissimo Organo, si infransero due grosse campane, e ,si seppellirono nelle rovine tutte le sagre supellettili, con li calici, Croce, incensiero, ed altri arredi di gran valuta non restando altro per testimonio, o segno di essere stato là un tempo la Chiesa, che un misero avanzo di quelle sagre mura alla parte della Porta di S.Niccola verso .. Oriente, come al presente si vede tutto fissurato; per lo che non potendo li poveri Sacerdoti adempire cola, gli obblighi de' divini uffici costrussero accanto le rovine nel piano dietro al moderno Coro una Cappella di tavola ad uso di barracca, nella quale adempiendo l'obbligo ministravano i Sacramenti agli miseri avanzi de' cittadini, finché ristorate le forze de' poveri Parrocchiani col respiro di un lustro con quiete pensarono riedificare la loro Madre Chiesa, ed unita ivi possa d'un zelante Sacerdote buona summa di elemosine per più anni cominciarono la riedificazione di .essa, la quale non perfetta, ma per la metà ristaurata si ridusse , nel 1631 a' 13 Gennaio, nel quale tempo essendosi finito il Coro, e coperto la metà della Chiesa si celebrò la prima volta la Santa Messa. Ma perché stavano scarsi di sacri suppellettili vi concorse oltre la munificenza de' Cittadini Parrocchiani, la volontaria carità delle Confraternite, delle sue Grangie, e precise quella di S. Onofrio, che vi pose per tre anni continui buona summa; quella del S. S. fe' a sue spese un calice ed una pianeta; la devozione, pietà, e zelo degli stessi sacerdoti partecipanti pian piano vi concorse ; coll'opere, e coll'ajuto. Colle rovine della Chiesa si rovinò l'Archivio, 'e si spersero tutte le scritture concernenti agl'interessi temporali, e spirituali di essa, onde d'allora in poi non sono stati così pingui come prima le porzioni de' suoi Preti, parte per mancanza di dette scritture, e parte per deficienza de' Debitori Censuatarii seppelliti nelle rovine, per cui restarono incolte le possessioni, te così mancando l'uno, e l'altro sono ridotte allo stato presente, tanto più che susseguendo dopo alcuni anni una fierissima peste fini di dar l'ultima mano alla desolazione della città tutta, come si legge ne' marmi , diseppelliti, dalle antiche scritture di nostra Chiesa, ed in alcune schede di pubblici Notaj » (Ms. GERVASIO).
nota23: « La quarta parrocchia è di S. Giovanni Battista, la quale sta nel più bel sito della città al capo con uno spazioso largo avanti, vicino alla porta del Castello; è capacissima di ben composto modello, ha due porte maggiori, una alla fronte [dirimpetto al Castello] e l'altra laterale [rispondente all'attuale porta della sagrestia, sotto l'organo]. « Vi è la cappella maggiore con cinque bellissime statue di legno grandi .. . Nella parto superiore di essa vi sono tre statue, non meno belle delle narrate ... Al piede di esse vi sono le statuette dei Santi Apostoli col Cristo in mezzo ... Dietro l'altare maggiore sta il coro di noce con tavole lisce, e composto in forma di teatro non poco riguardevole. Vi é una cappella alla destra dell'altare maggiore con una conetta [iconetta] tutta all'intorno indorata della Purificazione, la quale vogliono che sia originale di valentissimo uomo; e ne sono state prese molte copie. Fu portata da Venezia più di settant'anni sono. Tiene il suo organo ed il suo campanile non finito con tre campane d'accordo, e la maggiore è di sei cantaja. Per tradizione si tiene che questa Chiesa fusse stata fondata dalla Regina Giovanna Prima [la chiesa esisteva invece quale Parrocchia fin dal 1216] e da lei dotata, perchè tiene molti territorii, e si può confirmare da uno scritto che è sopra la porta laterale [questa porta venne poscia murata, e l'architrave su cui era incisa l'iscrizione fu collocato sulla nuova porta ad oriente, ove si trova tuttora], il quale dice essere stata aperta l'anno del Signore 1352 a tempo che gli Ungheri, ad istanza del di loro Re, per vendicare la morte di Andriano [Andrea] assediavano questo regno dieci anni poi [dopo] la coronazione di essa Regina, che sono trascorsi sino adesso duecentosettantasei anni. Non vi sono reliquie insigni, però non se ne fa altra menzione...» (Lucchino). Anche nel Ms. GERVASIO si legge che la parrocchia di S. Giovanni fu fondata dalla regina Giovanna: « a . .. solo nel passaggio [che] fe' la Regina Giovanna nel 1340 [1352] per queste parti la fondò, e con le proprie rendite l'accrebbe destinandovi (allora che fuggiva lo giusto sdegno di Ludovico Re d' Ungheria fratello di Andrea suo marito fatto morire in Aversa nel 1348 per tradimento del Duca di Durazzo e per isposarsi Luigi Principe di Taranto) Cappellani che l'officiassero, come fin ad oggi lodevolmente si mantengono nello spirituale, e temporale ».
La lapide incisa in lettere longobarde esistente sopra la porta della chiesa che guarda ad oriente, viene così letta:
ANNO DNI MCCCLII MENSE MALI HAEC PORTA FACTA. ET INCLITUS DNUS NOST. REX LUDOVICUS CORONATUS EST TEMPORE, QUO UNGARI, ET TEUTONICI HOC REGNUM DE QUIETE LIBERARUNT.
Erano grangie della parrocchia di S. Giovanni: la chiesa del Rosario, «quondam Convento di S. Sebastiano de' PP. Domenicani », e la chiesa campestre di S. Angelo « tra la via di Torremaggiore e S. Paolo, la stradolla verso il boschetto».
nota24: «Verso la parte destra, nell'entrar dalla porta detta del Castello, vi sono profondi fossi, dove si vede una porta forte a guisa di fortezza, S'ergono dal fondo del fosso due torri rotonde, alte da quaranta palmi incirca, coi loro merli di sopra e spiragli lunghi per potervi adoprar gli archi e tirar cogli archibugi, discosta una dall'altra; nella quale distanza si stende una cortina attaccata all'una e all'altra torre, verso il fosso di oltre sessanta palmi, e s'innalza quanto contengono i merli sopra il piano da sei palmi meno delle torri. In mezzo di questa cortina si scorge una torre piccola, ma quadra al piano, al di fuori, cove sono due capitelloni, sopra de' quali vi è una porta piccola che non vi può entrare se non una persona per volta; e la sua base va col piano di dette torri, ove appare che vi era un ponte levatojo, che si tendeva sino all'altra parte del fosso. Verso la città, similmente dal fondo del fosso, vi sono da una parte e dall'altra due altre cortine di muro attaccate alle dette torri, che s'innalzano al pari della suddetta colli loro merli, e si stendono sino alle mura della città, dentro la quale, al frontespizio di esse torri, appare che vi siano state due altre torri simili, ora abbattute, di cui non si veggono se non i segni, che formavano il quadro della porta; ma non si può congetturare l'altezza che tenevano per essere ancora abbattute le mura, che l'abbracciavano coll' altre sino alle mura della città. In mezzo del quadro s'erge una macchina di fabrica d'artificiosa architettura similmente in quadro, dove si vede una bellissima porta grande, e si entra in una sala lamiata di sopra, dalla quale si entrava di poi nella città, e vi appare che vi erano delle stanze, e si saliva per una scala formata dentro al muro della parte sinistra nell'entrare, e da sopra a dette stanze per una scala a lumaca si saliva sopra l'astrico, del quale ancora, si veggono i vestigi. Al di sotto a detta porta vi sono molte case matte a volta, che tengono le finestre nel detto cortile, le' cui volte formano l'anzidetto piano di sopra, e si conosce che erano stanze di soldati; poiché vi sono forno, cucina e pozzo e i vestigi di un centimolo da farina; e molti vogliono che di qua si stendesse una strada sotterranea sino alla piazza della. città per bisogno di guerra. Questa porta è chiamata oggi da' Cittadini Castello, donde ha preso il nome l'altra vicina» (LUCCHINO). Oltre questa, Sansevero aveva altre sei porte: di Foggia demolita nel 1838; di S. Nicola che, munita di clathro o cataracta o saracinesca, fu demolita nel 1825; del Mercato o dei Morti «co' suoi fossi attorno — scrive il LUCCHINO — e mura con alte torri; però in quella maniera che si facevano prima dell'uso dell'artiglieria, senza terrapieni, e per l'antichità in molti luoghi guaste»; di Apricena; di Lucera; e infine di S. Antonio Abate. Nell' ATLANTE PLANIMETRICO formato nel 1687 da Antonio De Michele, R. Agrimensore della Dogana della Mena delle Pecore di Foggia, attualmente nel R. Archivio della Dogana delle Pecore di Foggia, la città di Sansevero (vedi rilievo topografico della Locatione d'Arignano), cinta di mura e torri, nel 1687 presenta al lato di ponente tre Porte, di cui la mediana, ch'è la maggiore, è senza alcun dubbio quella detta del Castello», e delle due minori, quella a sinistra di chi guarda è la porta di  Apricena o del Carrese » e quella a destra la porta di «Lucera». In questo rilievo topografico, oltre le mura merlate e le tre porte di Apricena, del Castello e di Lucera, si notano cinque torrioni di forma cilindrica e uno di forma quadrata sovrastante la porta del Castello, donde emerge l'esattezza delle particolarità costruttive descritte dal Lucchino nel passo che ho dianzi integralmente riportato. Inoltre, da questo rilievo, che evidentemente il Fraccacreta non conobbe, si rileva come nel 1687 la via di comunicazione tra Apricena e Sansevero fosse costituita dall'attuale tratturello che da Apricena interseca a Torre di Brancia la strada che unisce S. Marco in Lamis con Sansevero. Infine, in detto rilievo Castel Pagano — nel cui territorio vastissimo erano compresi, tra gli altri, S. Maria di Stignano, Torre di Brancia, la Mezzana dei Gesuiti, la Torre di Torrento, la Mezzana del Principe di Sansevero, Torre di Giunchi, ecc. — è rappresentato da tre torri dirute, donde si desume com'esso nel 1687, e cioè sessantanni dopo il terremoto, fosse completamente disabitato. Pochissimi avanzi ci restano delle mura, e questi non del tutto visibili, trovandosi ad essi addossate nuove fabbriche, come per es. il vecchio Carcere Mandamentale che, probabilmente costruito per teatro, venne trasformato in due oleifici comunali; poscia nel 1810, essendo Sindaco della città Matteo Fraccacreta, per il continuo passaggio delle truppe francesi in taverna capace di contenere novantasei cavalli; e, infine, nel 1821 in Carcere Distrettuale. Le mura erano larghe da quattro a cinque palmi (circa un metro e trenta) e alte dal fossato sessanta palmi, e formavano una cerchia molto più ristretta di quella che oggi chiamiamo «Giro esterno ». Questo, che fu lastricato fra il 1834 e il 1837, non poteva essere che una stretta via fangosa o polverosa, a seconda della stagione. Dalle mura si scendeva nel fossato o vallo, profondo, e largo circa trenta palmi, il quale non era interrotto neppure davanti le porte, di maniera che i carri, secondo riferivano i nostri vecchi, non poco penavano ad entrare in città (v. FRACCACRETA, vol. V, pagg. 77 — 80). Il Castello sorgeva ove oggi sono le case Santagata, già Tondi, Chirò e Recca, e in gran parte sporgeva fuori delle mura. Ne esistono tuttavia pochi avanzi nelle cantine e nel strappeto» sottostanti alle dette case. Una porzione di torre, che sorgeva a mezzogiorno della casa Chirò, fu demolita nell'agosto del 1838 (v. FRACCACRETA, vol. V, pag. 85 e segg). Quanto alle mura, la loro antichità è manifesta da ciò che riferiscono RICCARDO DA S. GERMANO (Chron., vol. VII, pag. 1019) e NICOLO' JAMSILLA (De reb. gest. Friderici, vol. VIII, pag. 475), entrambi nella raccolta R. I. S. del MURATORI. Infatti, il primo narra che nel maggio 1231 Federico II fece abbattere le mura e colmare i fossati di S. Severo, del pari che quelli di Foggia e di altri castelli della Capitanata che gli si erano ribellati. N. Jamsilla poi dice: « destruxit in Apulia Sanctum Severum », intendendosi naturalmente ch'egli ne fece abbattere le mura. Infatti, bastava abbattere queste, che in quei tempi costituivano una validissima difesa, perchè una città o castello si ritenesse completamente rovinata. Ma le mura, se pure furono fatte totalmente abbattere da Federico, dovettero essere sollecitamente restaurate o ricostruite dai sanseveresi. Difatti, poco oltre il 1300, costoro, resistendo nei loro fortilizi, rendevano vani gli sforzi di Giovanni Pipino, che, avendo avuto in feudo Sansevero dalla regina Sancia, moglie di Roberto d'Angiò, ne voleva ad ogni costo il possesso.
nota25: « Il primo [monastero] è l'anzidetto della Santissima Trinità congregazione dei Padri Celestini, il quale per bellezza di Chiesa, di tribuna, di claustri, di corsie, di stanze, di cortile e di ogni altra comodità, si può paragonare ad ogni altro di qualsivoglia, gran città, ch'è ricco d'entrate avendo da duemila ducati l'anno. Tiene il suo organo ed il campanile con tre campane d'accordo, e la maggiore è di cantaja otto. Il claustro è ornato di pergo - late, le cui viti producono l'uva tre volte l'anno, e vi è un bellissimo piede [albero] di merangoli. Sta situato nel più bel luogo della Città, in mezzo della piazza a man destra, come si è detto. E' una delle Badie della congregazione» (LUCCHINO). Verso il 1050 Petronio, conte di Lesina, fondò nella località detta il Piano, e largamente dotò, un monastero dell'ordine dei Benedettini, che, dal nome della chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, si chiamò Monastero di S. Giovanni in Piano. Nel 1280 i Benedettini lo cedettero a S. Pietro Celestino, allora Abate di S. Spirito della Maiella e capo della nuova Congregazione. E come monastero dei Celestini fu riconosciuto in un privilegio del 1332 da Tomaso Di Sangro, Regio Giustiziere della Capitanata, il quale gli confermò alcuni territori nelle pertinenze di Lesina. Ma, « o per l'acre non salutevole, o perchè esposto a latronacci», i monaci verso il 1400 abbandonarono il monastero di S. Giovanni in Piano nei pressi di Lesina, « e ne edificarono un'altro nella città di Sansevero allora Città Regia, e propria-mente in mezzo alla Piazza, in luogo, dove eravi un'ospizio comodo de' medesimi Religiosi di S. Giovanni in Piano, dove vi era già una chiesa dedicata alla SS.ma Trinità; laonde il Priore del monistero di Sansevero nominossi in avvenire Priore della SS.ma Trinità di Sansevero e di S. Giovanni in Piano.... Durò questo titolo nel Priore del Monistero di Sansevero sino all'anno 1614, quando dalla gloriosa memoria di Paolo Quinto Pontefice fu conceduto alla Congregazione Celestina, che si governassero i più principali monisteri della medesima Congregazione non più da' Priori, ma dagli Abati, ed allora rimanendo all'Abate del Monistero di Sansevero solamente il titolo di Abate della SS.ma Trinità, prese quello di S. Giovanni in Piano il Priore pro tempore di S. Spirito di Solinona; con tuttocciò il Monistero di Sansevero rimase pacifico possessore di tutti i Privilegj, Feodi, e beni del monistero di S. Giovanni in Piano».
nota26: «Il secondo [monastero] è quello di San Francesco, dei Padri Conventuali. E' bello e comodo, sebbene non molto grande. Questo luogo è di quelli, che San Francesco prese, e fondò; e nel claustro vi é un piede di olive, che si ha per tradizione che il detto S. Francesco di man propria lo piantasse; e tiene un'abbondante cisterna di buonissima acqua, ed ha il giardino vicino le stanze verso settentrione. La chiesa è comoda, ornata di cappelle; tiene l'organo sebbene piccolo, ed il suo campanile con tre campane d'accordo, e la sua maggiore è di otto cantaja col più bel suono che in campane si possa desiderare. E nel claustro vi sono pittati miracoli del Santo» (LUCCHINO).
Perché non vadano perdute e anche per far cosa grata a coloro che si occupano di storia chiesastica cittadina, riporto due iscrizioni, di cui una incompleta, che, coverte dall'intonaco, si trovavano nella chiesa ai due lati della porta e che, scoperte or è qualche anno, furono inconsultamente cancellate. A sinistra di chi entra :
D. O. M.
TEMPLUM HOC DIVI FRANCISCI ASSISIENSIS NOMINI
PER ILLUSTRISSIMUM AC REVERENDISSIMUM DOMINUM
FRATREM ANTONIUM LUCCI BOVINENSEM EPISCOPUM
ORDINIS MINORUM CONVENTLTALIUM
IN CONSACRATIONE M SOLEMNI RITU TRADUCTUM
UNA CUM OMNIBUS HIC ALTARIBLTS
ERECTIS
SUO ASCRIPTO FESTO DOMINICA IV POST PASCA
VIII IDUS MAJAS
A. D. 1746

A destra di chi entra, :
D. O. M.
ETSI EXCISUM EXSANIMEQUE ME VIDES
HOSPES ...
(NOTA DI G. DEL VECCHIO).

nota27: « Il terzo [monastero] è quello di Sant'Agostino, il quale similmente è atto e comodo sebbene non molto grande. Tiene il suo claustro con cisterna, e appresso le stanze verso oriente ha il suo giardino. La Chiesa è capace con alcune cappelle, fra le quali ve n'è una di Santa Maria del Soccorso divotissiuia, ove la Regina de' Cieli suoi dispensare molte grazie a beneficio de' mortali. Vi è la cappella di Santa Croce, ove è fondata una confraternita di secolari, la quale è la seconda in precedenza, e tiene tutti gli ornamenti che sogliono tenere le confraternite quando escono procissionalmente. Vi è il campanile con due campane, una piccola e l'altra grande, che sarà di cinque cantaja»  (LUCCHINO).
nota28: «Il sesto monistero [fondato in uno con l'infermeria nel 1542], similmente fuori della città da un mezzo miglio, è quello de' Zoccolanti, ed il migliore ch'essi hanno in Provincia sotto il titolo di San Berardino, e per la buona aria, comodità, e grandezza del luogo, vi tengono que' Padri l'infermeria con una ricca e nobile spezieria. La Chiesa è di mediocre grandezza e ornata di cappelle: ha un coro di noce dietro l'altare maggiore assai accomodato. Il campanile a loro uso tiene una campanella. Ha due giardini verso levante con cipressi, appresso a' quali è uno ameno boschetto di diversi alberi selvaggi sempre verdeggianti. Vi sono alcuni piedi di pigne, che nella Puglia sono di considerazione, non essendo in essa più alberi di questa specie; e nel claustro vi sono due piedi d'aranci » (LUCCHINO).
nota29: «Il settimo monistero [costruito nel 1606 su terreno donato da Giuseppe Pazienza] è quello de' Padri Cappuccini, bellissimo e capacissimo, ed è il più grande che essi hanno in provincia : è moderno, non essendo ancora venti anni che si è fondato co' suoi ameni giardini pieni d'alberi fruttiferi, con spalliere di cipressi ragguardevoli. La chiesa è bella e graziosa, con un bellissimo capo - altare; ed in mezzo al claustro vi è una capacissima cisterna. Vi è il suo piccolo campanile con una campa-nella. E' fuori della città un terzo di miglia verso settentrione» (LUCCHINO).
nota30: «L'ottavo è il monistero de' Padri del terzo Ordine di San Francesco, che se bene è piccolo, è comodo per li Padri che può sostenere il luogo, sotto il titolo di S. Rocco. La Chiesa è, conforme al luogo, picciola, dentro la quale vi è la cappella oli San Francesco da Paola, che è ancora uno de' Protettori e Padroni della città; ed il giorno della sua festività ai due di aprile il Governo in segno di suo divoto tributo vi porta il cereo di venti libbre beli lavorato. Tiene il campanile a loro uso, con una campana piccola ; e tiene il suo orto verso l'ostro» (LUCCHINO). La vecchia chiesetta francescana di S. Rocco, divenuta ormai centro di un popoloso rione, è stata, con l'aggregazione di elementi delle parrocchie di S. Maria e di S. Giovanni, eretta, sotto il titolo di Croce Santa, a quinta parrocchia della città, e come tale inaugurata il I maggio 1927. I suoi modesti beni dotali sono rappresentati da cartelle del debito pubblico per una rendita annua di Lire duemilasettecentottantacinque, delle quali Lire duemiladuecento date dal vescovo della diocesi e Lire cinquecentottantacinque dallo Stato.
nota31: «Il quinto [monastero], fuori della città verso settentrione è quello di San Sebastiano dell' Ordine de' Predicatori, il qual luogo, sebbene è piccolo, è molto divoto si perchè questo Santo è uno dei Protettori e Padroni della città (il quale una volta la liberò dalla peste, per il che per atto di ringraziamento la città fondò la chiesa, ed a' venti di gennaio nella sua festività vi porta una torcia di cera di quattro libbre in segno della grazia ricevuta; ed un'altra volta l'anno 1618 il di della detta sua festa fu rimarcato per l'alloggiamento di cinquecento Valloni e Francesi mandativi dal Duca d' Ossuna Viceré di questo regno per la causa che si dirà, si anche per la confraternita del Santissimo Rosario, e di una divotissima cappella sotto il titolo di S. Maria della Libera, dove si fa scorgere la Reina de' Cieli larghissima delle sue grazie. La chiesa è comoda col suo campanile con due campane piccole, ed ha il suo giardino verso settentrione » (LUCCHINO).
nota32: «Il quarto è il monistero delle Monache sotto il titolo di Santa Maria Maddalena, il quale sebbene è all'antica, tuttavia è comodo che vi stanno da trenta monache oltre l'educanda. Queste Reverende suore vivono sotto la Regola della Congregazione de' Celestini, sebbene sono governate da preti. Il suo piccolo campanile ha due campane piccole» (LUCCHINO).
nota33: Sugli Ordini religiosi esistenti in Sansevero agli inizi del sec. XVII interessanti notizie rileviamo, oltre che dalla Cronaca del Lucchino, anche dal seguente passo del Ms. Gervasio: «Li Carmelitani furono li primi che si presentarono nella porta del mercato, ove oggi vi è numerosa Congregazione de' Fratelli che hanno fatto quella Chiesa un Paradiso. Li Domenicani risedevano fuora della porta del Castello, oggi parimente ridotta in devota Congregazione de' Laici. Li PP. Cruciferi fondarono il Monastero di S. Rocco nella porta di Lucera. Il glorioso S. Berardino buttò la prima pietra nel Convento de' PP. di S. Francesco Minori Osservanti oggi presente per la gran devozione, e ferma fede si ha di chiudere in se più corpi di santi , conservando il nome del Fondatore, alquanto discosto dalla città fuor. della Porta di S. Niccola. Gli altri Figli di S. Francesco detto della Scarpa non vi mancarono, ed oggi fioriscono per l'esemplarità, e virtù in un angolo della città verso Oriente. Gli Agostiniani non tardi s'impossessarono del Corpo della città, ed edificarono il di loro convento sotto il titoto di S. Pietro, a tempo di papa Innocenzo X nella Parrocchia di S. Niccola a questa soggetto come una delle sue Grancie, oltre S. Berardino S. Biagio, S. Donato, S. Onofrio ed altre. Gli PP. Cappuccini anco volarono per avere il loro luogo, e fra gli buoni quello è il migliore, poco distante dalla città dalla porta dell' Apricena ove fiorisce la santità, e la polizia dell'onor di Dio. Per corona di tante, e tante glorie vi si portarono ad abitare anche li RR. PP. Celestini dopo le rovine dell'antico lor Monastero nel luogo detto S. Giovanni Impane otto miglia distante da questa —città verso le radici del Gargano, una con tutti gli arredi Pontificali di quello antico abate; cosa detto in memoria di due panelle, o pagnotte là trovate in possa d'un Eremita, che colà risedea dal Conte di Lesina di Casa Normando, che discostandosi da' compagni s'inoltrò nel bosco per più miglia, e tormentato da una gran fame si ristorò con quelle pagnotte dell' Eremita cui promise l'edificazione del già detto Monastero col peso, che per impresa facessero due pagnotte, che oggi ancora si vedono nel nuovo Monastero della SS. Trinità costrutto in mezzo la piazza di essa città accanto al Seggio de' Patrizi, ove fiorisce la virtù, la santità, e il decoro della Religione con edificazione, e comodo di tutti tanto spirituale, che temporale. Oltre di detti Monasteri di uomini si fondò con tutte le formalità possibili uno di Donne dentro la città vicino alla porta dell' Apricena in luogo ameno a vista dell' Adriatico guardato da S. Monte Gargano coli' assedio di più e più Edificii d'intorno per garentire la sicurezza a' timide agnelline, [le] quali fatte ardimentose col possesso dell'Amor di Dio tengono lontano col rigore delle discipline, e melodie delle sonore voci il mondo disturbatore, non che l'inferno tutto, ed essendo il ridetto il fiore della più alta nobiltà, pure fanno a gara con Santa Emulazione chi più si abbassi nel servizio di Dio, onde santificano loro stesse, ed edificano col buon esempio la Città tutta. Non mancarono gli nobili rampolli in ogni tempo far crescere, non che mantenere la pietà ed il zelo verso le Case di Dio, per lo che a vicenda edificarono altro Monastero di Monache sotto la regola di S. Francesco nella Parrocchia di S. Niccola verso la Porta di Foggia sotto il titolo di S. Caterina, dello quale anche si vedono le reliquie: ma col corso de' tempi decaduto, e soppresso vi è rimasto solo il nome per incitare a' posteri l'emulazione. Ancora vi è Tradizione esservi stato altro Monastero di Monache sotto il titolo di S. Chiara nella Parrocchia di S. Severino nel luogo detto il Casale oggi distrutto» (MS. GERVASIO). Il convento di S. Chiara non era molto lontano dal con-vento di S. Francesco, e propriamente, dice il Fraccacreta, a circa 170 passi pari a circa 315 metri al sud di S. Francesco e all' est di S. Giovanni. Il convento di S. Caterina era nella parrocchia di S. Nicola,, « nel preciso luogo secondo la tradizione, dove ora, fa angolo la casa di Onofrio Selvaggio col sopranome di Scardalano».
nota34: « Nel luogo detto il Mercato [attuale Piazza del Carmine] è la Chiesa di Santa Croce, la quale per 'tradizione si tiene che fosse la prima edificata subito che la Terra, prese la Fede di Cristo nostro Signore, giacché si vede essere la più antica delle altre. Quivi é un pezzetto di legno della Santa Croce di nostro Signore Gesù Cristo, che vi si conserva con gran divozione. Vi sta fondata una Confraternita di secolari, la quale per antichità precede a tutte le altre; e tiene due campane piccole. Sopra la base dell'angolo destro di questa Chiesa vi sta fabricata una pietra, ove sono scritti questi caratteri a lettere, che mai non si sono potute intendere L Pontio LL Sergia Argentaria, et LL Horme [altri apografi del Lucchino portano: « Hormati»]. Questa fu anche la prima Parrocchial Chiesa, la quale fu poi trasferita in quella di S. Severino, subito che fu edificata per maggior comodo dei cittadini: e però era Madrice prima che la terra fosse stata città» (Lucchino).
nota35: [La piazza del Mercato] «fu il primo Foro di Sansevero nascente, come la prima Chiesa fu di S. Croce, oggi del Carmine.... Fu questo il Mercato più co' nostri dieci 'Casali già distrutti Introdotto il pedatico o jus della piazza, pagato fu dai forastieri giustala tariffa nella lapide rimpetto al giardino delle Monache, presso la loro porta carrese..... Ma ne furono franchi sempre i Trojani, gli altri forastieri nel Mercoldi, e Sabato, giorni del nostro Mercato [Sansevero aveva quindi due mercati settimanali], come delle fiere di S. Pietro e S. Luca, e ne' giorni 8 prima, e dopo. In qua' giorni Giudice era non il Baronale ma il Mastrogiurato o sia Mastro di fiera: e per segno sul balcone nord del palazzo Comunale (teatro dal 1819); inalberò bandiera quadra di "quadretti di ormesino alterni gialli, e verdi. Quindi sotto quel balcone sono incisi in lapide S. Pietro e Paolo sopra l'iscrizione del detto , tremuoto.... superiore all'odierno Corpo di Guardia, là dov'era prima del 1830 un fondaco con due inferriate, ed un tempo la Chiesa di S. Margherita (a), Cancelleria di quel Mastrogiurato co' quattro Sindaci, e 24 Reggimentarj o Decurioni ad vitam... Era egli pur Giudice dalle ore due di notte all'alba; e faceva allora dalla Guardia urbana da lui scelta a spese del Comune, fare la ronda dopo i 33 tocchi della campana maggiore, e lo scampanio di una campanella in una delle 4 Parocchie in giro dopo il dl 8 Settembre ; onde finora si pagano al Sagrestano annui due. 6, come per l'orologio di S. Giovanni, e S. Severino, altritanti per ciascuno... [La fiera di S. Pietro] fu istituita forse da' Benedettini nostri Feudatarj... Soppressi quei Frati, vi presedette l'Arciprete di S. Severino... che vi ebbe la bagliva poi censita al Principe Sangro... come pure due botteghe dette di S. Pietro presso l'odierno portone degli ex-Celestini, vendute e spianate... Si celebrava quella fiera nel 29 Giugno: ma poi per la Prammatica De Nundinis del 29 Maggio 1578 del Viceré Cardinale Antonio Granvela [essa fu rimandata al 6 luglio]... Nella vendita di Sansevero a Gio. Francesco di Sangro nel 14 Luglio 1579 gli fu venduto pure l'affitto delle poteche della feria di S. Pietro, che dura nove giorni. Ciò arguisce i novi giorni della sua durata, e vendute le tre botteghe, e stanze a tetto terreno, dette poi baracca... In questi sottani a tetto quel Mastro di fiera rendeva giustizia in quelle Fiere co' Sindaci, che facevano la polizia rurale, e municipale, o le fittava. Le comperò poi dall'Università il prefato signor Sangro, e le fittò sino al di 8 Febbraio 1799, in cui i Democratici le demolirono col popolaccio per odio della Feudalità'» (FRACCACRETA, t, V, pagg. 225-227).
nota36: «Diomede edificò questo Castello nomandolo Drione, il quale fu poi nominato Sansevero da Lorenzo Arcivescovo di Siponto negli anni di N. S. 536, avendo prima rovinati í falsi idoli, che erano quivi» (CIECO DI FORLI' : Cronaca della Magna Grecia e Japigia).
nota37: «Appresso nell' istesso luogo [cioè, in Piazza del Mercato] vi sta la Chiesetta della Pietà di molta venerazione, e vi è un miracolo simile e forse maggiore di Santa Maria dell'Arco vicino a Napoli; e conforme la tradizione, sortì in questo modo. Nelle case di questa Chiesa anticamente vi era un Ospedale, dove si ricoveravano i poveri forastieri, che capitavano nella città, allora Castello, per cercar la limosina. Avvenne che mentre alcuni di questi la sera, dentro della Chiesa, si giocavano la limosina' uno di essi, spinto da collera ch'ebbe dal perdere, con empietà nefanda menò, come sogliono alcuni, un pane verso l'immagine della Beata Vergine, che la colse nella guancia sinistra (altri dicono che le desse con un coltello) ; e subito si vidde da quella santissima faccia, pittata nel muro, miracolosamente, con stupore grande degli ' astanti, scaturire sangue vivo; per lo quale accidente fuggirono i poveri ed il percussore insieme; che Dio gli fe' grazia di potersi salvare; sebbene dicono che poi ebbe il suo degno castigo. Ed oggi si vede la macchia e percossa sanguinolenta, per il che Monsignor Malaspina, di santa memoria, secondo Vescovo della città, in una visita volse vedere s'era quello vero sangue miracoloso apparso nel volto dell' Immagine Santa, e con aceto ed acqua forte tentò levarlo, e non potè; perchè il sangue collo strisciamento si faceva sempre pili vivo ed apparente; e così ordinò che si fosse tenuta quell' Immagine Santissima con venerazione e divozione, come si fece. Ora in detta Chiesa vi è la Congregazione dell'Angelo Custode, lasciatavi dal Padre Albertini Gesuita l'anno che predicò in questa Città; e vi è la sua campanella» (LUCCHINO). [Si fondarono in ogni parrocchia più grancie] «come nella Parrocchia di S. Severino l'antica Chiesa della Pietà, olim Ospedale celebre per la miracolosa immagine in tonaca [intonaco] fresca che ebbe l'affronto da un disgraziato giocatore ricevere nel volto una pugnalata nel 1576, da dove ne uscì vivo sangue, che intinse tutta la sacra parete, come presentemente si vedo, a vista della quale allontanandosi dalla Padria non isfuggi il condegno gastigo dopo molti anni qui tornato con pagarne col capestro il fio del sagrilegio orrendo per mano del Regio Tribunale, come registra il nostro Muscatelli, pubblicandosi da un suo compagno il reo misfatto....» (Ms. GERVASIO).
nota38: «Nell'istesso luogo, e largo, vi è la Chiesa di S. Onofrio, ov'è la sua statua molto divota, e tutto il popolo vi ha fondata una Confraternita di Secolari, che è la quarta in precedenza, la quale tiene lo stendardo, e tutti gli ornamenti per uscire nelle processioni. Vi è anche l'Ospedale de' Pellegrini, a cui si fa la carità del ricetto e de' letti, che ne tiene pensiero l'istessa Confraternita. Congiunta a detto Ospedale vi sta' un'antica Chiesa diruta, ed alla porta vi sta un'architrave d'una pietra lunga, ove sta scolpito un uomo cogli abiti sacerdotali con coscino a capo a guisa di morto disteso; ed alla tonsa del capo mostra esser Frate o Monaco. Sopra della testa vi sta scritto: Dominus Nicolaus Roberti Joannis Canis, e sotto i piedi: Anno Domini 1476. Questa Chiesa ha la sua campana» (LUCCHINO).  Al contrario, il FRACCACRETA (t. V, pag. 221) scrive : «Su la testa ha scritto D. Nicolaus Robertus Joannis a Canis, e sotto i piedi Anno Dni... quel Roberto è forse quell'abate di S. Pietro, e Severo, nostr' Ordinario, che al Vescovo di Larino delegò la decisione tra S. Maria, e S. Nicola per la Chiesa di S. Lucia predetta presso la via cupa».
nota39: «Vi è un Ospedale sotto il titolo del Monte della pietà, con una comoda entrata, ove a spesa del luogo si fa la carità a' poveri infermi ed agl'infanti esposti. Il luogo è capace, e comodo, colle sue corsje lastricate, e di più vi sono due camere con i suoi letti a parte per li sacerdoti infermi e persone di rispetto. Vi è un'accomodata Chiesa sotto il titolo di S. Maria ad Nives, che si fa la sua festività nel suo giorno cinque di Agosto, e vi si crea il nuovo Priore, che ha da governare il luogo per tutto l'anno; e tiene una Confraternita chiamata della Morte, che i Fratelli si esercitano a far la carità di andare a prendere i cadaveri degli uccisi e d'altri morti di morte violenta. Dentro questa Chiesa vi è un altare dedicato a S. Antonio Abbate, sopra il quale vi è la sua statua, molto antica, e bella, di maniera che i guardanti non possono saziar la vista nel mirarla. Il suo giorno vi si fa una divotissitna festa, che vi concorre molto popolo, e vi si conducono i cavalli ed altri animali a girar quella Chiesa per divozione del Santo; e vi lasciano non poca limosina, specialmente di legna; poichè tutti i legnaioli vi conducono la sua soma, che sogliono giungere alcuna volta sino alle cento, ch'è gran sussidio del luogo » (LUCCHINO).
nota40: «Vi sta la Chiesa di San Biase similmente fuori delle mura un quarto di miglio per la strada di Foggia. Questo Santo è divotissimo non solo al popolo della Città, ma eziandio a quelli delle terre convicine, che nella sua festività, che si fa a' tre di febbraio, vi concorrono da tutte le parti, e vi si dispensa da' preti di San Nicolò, a cui è Grangia, il pane benedetto, che si conserva, per divozione del Santo, per tutti i mali che occorrono della gola. La Chiesa, per essere in campagna, è comoda, ed ha la sua campanella. Per l'istessa strada vi è la divotissima Chiesa a di Santa Maria dell'Oliveto, tre miglia discosta dalla Città. Qui vi è una statua bellissima della Beata Vergine, la quale si suole cavare per la necessità della pioggia, e si porta nella città in processione; e di raro non si ottiene la grazia. Questa Chiesa ne' tempi addietro era Madrice di una Terricciuola, che ivi era sotto il titolo di S. Andrea, che ora è disfatta, e gli abitanti si ritirarono in questa città; ed ora è feudo aggregato alle Baronali entrate di questa città. E la Chiesa, sebbene all'antica, è comoda, ed è beneficio semplice. Tiene nel suo campanile una campana di quattro cantaja » (LUCCHINO).  «Nel fol. 67 dell' Inventario delle prebende del nostro Duomo n. 8 leggesi: A questa penitenzieria fu annessa la Badia di S. M. dell'Oliveto per la via di Foggia con decreto della b. m. di Monsignor Malaspina confermata dal Papa, che si conserva in archivio di questa Cattedrale, ed é di versure XI, cioè 10 e passi 40 con tre ulivi (Questi ulivi vid'io verso il 1784). Dopo soppressi i Templari, S. M. dell' Oliveto col detto podere, come gli altri benefizi Ecclesiastici, se la serbò il Papa, e da lui l'ottenne Monsignor Malaspina pel Penitenziere Turchetti suo Agente in Roma, in luogo del R. fu D. Franc. Jumati, giusta la stipola... del Notar Cesare Spataro nel XI Marzo 1592» (FRACCACRETA).
nota41: Il Cronista non fa alcun cenno dei danni subiti dalla chiesa di S. Donato, fra S. Severino e S. Nicola, e da quella di S. Sofia Vidua, a porta Lucera.
nota42: Il capitano Marino Negri compare quale testimone in un isl,rumento del 7 marzo 1609 per il notaio Spatari.
nota43: «Ercole da Este, che era alla difesa di Foggia, per prendere il passo, se ne calò a Sansevero, ove fu ricevuto da Nicolò Rosa cittadino d'autorità per le sue ricchezze, il quale diede se medesimo e la sua Patria al Re, avendo impetrato appresso di lui perdono; sebbene poco di poi la riebbero i nemici » (Lucchino).
nota44: Leggi : signori.
nota45: Cifra pur sempre rilevante, se ci si fa presente come la popolazione di Sansevero ascendesse all'epoca del terremoto a poco più di 5000 abitanti.
nota46: Trebbiatura.
nota47: Vasi.
nota48: Sottintendi: aromatiche.
nota49: Della città.
nota50: Così tutti gli apografi di cui mi son servito. Al contrario, la copia, fatta di propria mano da Gaetano Del Vecchio, porta: “Ma il seguente fatto io penso che piuttosto che segno o prodigio, sia una pruova che in quei momenti per lo spavento grande del terremoto le menti dei miseri cittadini erano così atterrite e turbate per lo spavento da credere etiandio alle cose non vere .... ed egli vidde che era il suo cane che guardava quei cagnolini, come sogliono fare le cagne, e se li metteva sopra lambendoli; e non essendovi alcuna cagna, credette cogli altri che quel cane avesse partorito prodigiosamente due cagnolini. E questa cosa subito destò grande stupore, credendosi da molti, e specialmente dalle semplici donne, come segno di altre maggiori ruine”.
nota51: Occorsa.
nota52: Area, per rovine?
nota53: Ed ogni altro materiale da costruzione.
nota54: Grave.
nota55: Oppressa.
nota56: Aggiunse.
nota57: Avvennero dopo.
nota58: Intendi: delle quali per brevità non si fa menzione.
nota59: Reprimere, nel significato di umiliare.
nota60: Intendi: nella notte fra il sabato e la domenica.
nota61: Leggi : dopo molte scosse che si udirono nella giornata.
nota62: Cui capita tale sventura.
nota63: Intendi : del peso di più che mezzo rotolo ciascuno, cioè di più che 16 once e mezzo, pari a più di quattrocento grammi!
nota64: Questa nuova scossa.
nota65: Cioè: nello spazio di sei mesi si ebbero più di mille scosse.
nota66: In, nello spazio di.
nota67: Lib. II, cap. 81.
nota68: Sottintendi : il temporale.
nota69: Leggi : e di quelli che poi seguirono.
nota70: Cioè: e benché nella primavera del 1628 si avvertissero delle altre scosse, queste non furono tuttavia così violente come si paventava.
nota71: Gargano.
nota72: Cioè : nella speranza che la mia predizione non si avverasse.
nota73: Io ero sveglio.
nota74: E non appena m'avvidi che le scosse ricominciavano producendo crolli spaventosissimi.
nota75: Ritornati.
nota76: Intendi: dover sorgere un lago nel luogo ov'era la città.
nota77: Cioè: dopo un anno dalla prima scossa.
nota78: Non devo tralasciare di dire.
nota79: Cioè, dal 30 luglio 1627 all' 11 agosto 1628.
nota80: Negli.
nota81: Le scosse non si ripetessero con tanta frequenza.
nota82: Cioè, nello spazio di un anno si avvertirono più che millecinquecento scosse.
nota83: Se non dopo tre anni. — Quindi, iniziata nel 1627, la Cronaca fu terminata nel 1630.
nota84: Intendi: senza che la terra tremasse.
nota85: Dopo.
nota86: E negli ultimi due anni non si avvertirono più di duecento scosse.
nota87: Sottintendi: pure.
nota88: Leggi: che in nessun tempo e in nessun luogo.
nota89: Tanto.
nota90: Intendi : il terremoto non può avvenire.
nota91: Cioè: contro l'opinione di Plinio, l1'esperlenza ha provato che i terremoti si producono indipendentemente dalle condizioni atmosferiche, e quindi, non solo quando il cielo è sereno, ma anche quand'esso è piovoso e tempestoso.
nota92: Flante spirito desuper possit fieri terrae motus subter.
nota93: Cioè: «ovvero, le correnti aeree generate dai vapori che si producono sulla superficie della terra non possono impedire che i vapori che si trovano imprigionati nelle viscere di essa, e che non possono in alcun modo uscirne, non le imprimano con il loro impeto il moto, e la scuotano».
nota94: Intendi: le arvicole aumentarono poi siffattamente.
nota95: Aggiungi: lingue.
nota96: Intendi: sentimenti di uomini fieri e di anime veramente spietate.
nota97: Leggi : ed altre vanno alacremente ricostruendosi.
nota98: Intendi : bensì si può credere che di questo terremoto sia stata altra e migliore la causa
nota99: A ricordo del terremoto, il Reggimento od Università di Sansevero, fra le semincastrate nel muro statuette di S. Pietro e di S. Paolo, « nella nostra gran Piazza sopra il Corpo di Guardia - scrive il FRACCACRETA -, e sotto il Teatro aperto a' 21 novembre 1819, e fondato da' Privati, dopochè fu Cancelleria dell' Università, e proscenio pro tempore sino al 1813, in cui donolle il R. Demanio il Monastero degli ex - Celestini, e vi passò la Municipalità, come dal 1809 fu in quello di S. Francesco sino a' 25 Marzo 1810, in cui Sindaco v'istallai l'Orfanotrofio», fece murare la seguente lapide:
S. SEVERI CIVITAS OLIM DRION CASTRUM
SUPERBUM A DIOMEDE GRAECO CONDITUM EST
ANNO MDCXXVII. MEN. JULII DIE XXX. HO. XVI.
UNA CUM ALIQUOT CIRCUMVICINIS OPPIDIS EX INGENTISSIMA TERRAE CONCUSSIONE CUM INNUMERO
CIVIUM INTERITU MISERRIME CORRUIT. CUJUS AD
LUGUBREM MEMORIAM, PATRIAEQ. ORNATUM AEDES
QUASI TUMULUM AERE PUBI.ICO CIVITATIS REGIMEN
RESTAURAVIT, ET EREXIT ANN. MDCXXX.
REGNANTE CATHOLICO REGE
PHILIPPO IV, AUSTRIO. DOMINANTE PAULO SANGRIO III. PRINCIPE
[ LA CITTA' DI SANSEVERO, che fu un tempo il superbo CASTEL DRIONE fondato dal Greco DIOMEDE, alle ore 16 del 30 luglio dell'anno 1627, per fortissimo scuotimento di terra miseramente crollò con alcune terre finitime, producendo la morte di un numero grandissimo di Cittadini. A ricordo di fatto tosi lacrimevole e ad ornamento della Patria, il Reggimento della Città a pubbliche spese restaurò ed eresse, quasi tumulo, questo tempio l'anno 1630, regnando S. M. Cattolica FILIPPO IV D'AUSTRIA, e sotto il dominio del Principe PAOLO III DI SANGRO].
Questa lapide, la cui epigrafe ci è stata conservata dal FRACCACRETA (t. I, pag. 190), fu in prosieguo di tempo (nei primi dell' 800 ? nel 1860?) inconsultamente abbattuta, quasi a cancellare ogni ricordo del dominio dei Di Sangro sulla città. Come se, abbattendo i monumenti del tiranno, si distrugga la tirannia !
nota100: Intendi: perchè noi si vigili sempre per non discostarci dalla via che conduce alla massima perfezione.
nota101: Nescimus.

(c) 2006 - Note Alla Cronaca dell'Abate Lucchini sul Terremoto del 1627 che distrusse San Severo.
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