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Dal XII secolo
fino al 1491 Nel XII secolo
San Severo fu - almeno in parte - possedimento del monastero benedettino
di S. Pietro “Terrae
Maioris”[1]
, i cui abati, in contrasto coi vescovi di Civitate[2] ,
pretendevano di esercitare nei loro domini anche la giurisdizione
ecclesiastica. Ma nel secolo successivo, con il governo accentratore di
Federico II, l'importanza dell'abbazia cominciò a declinare[3]. Durante l'assenza
dell'imperatore, partito per una crociata in Terra Santa, alcuni
abitati, tra cui San Severo, presero posizione in favore del papa
Gregorio IX, il quale aveva inviato nell'Italia meridionale un esercito
comandato da Giovanni da Brienne. Nei pressi della nostra città fu
ucciso, nel 1229, il baiulo imperiale, Paolo de Logotheta, e forse
durante questa rivolta venne distrutto il “palatium Bello Videre
apud Sanctum Severum”[4]
,
un palazzo fortificato, fatto costruire probabilmente dallo stesso
Federico II, forse nel sito del successivo castello angioino, presso la
chiesa di S. Giovanni[5]
.
Ma, al ritorno dell'imperatore, la rivolta venne stroncata e nel 1230 i
paesi ribelli di Capitanata, Foggia, Civitate, Casalenovo e San Severo
e, subirono rappresaglie e le loro fortificazioni furono demolite. Nella
nostra città furono abbattute non solo le mura, ma anche chiese e
palazzi.
Ad una lettera di
protesta di papa Gregorio IX, con cui accusava Federico II di aver
distrutto e depredato beni dell'abbazia di Terra Maggiore, l'imperatore
rispose, nell'ottobre del 1238, che il casale di San Severo era stato
giustamente distrutto per la sua ribellione e che, del resto, questo non
apparteneva tutto all'abate. Difatti, dallo stesso documento e da una
inchiesta promossa da Carlo I d'Angiò verso il 1277, risulta che
l'imperatore aveva fatto una permuta col monastero: in cambio di Riccia[6]
e con la
corresponsione di 500 once d'oro l'abate gli aveva ceduto San Severo ed
i casali di S. Giusta e S. Andrea. San Severo venne restituita
all'abbazia da re Carlo nel 1266 13 e, poiché la conquista angioina non
si era ancora consolidata, nell'anno successivo, alla notizia
dell'arrivo in Italia di Corradino di Svevia, i Saraceni di Lucera si
ribellarono e assalirono diversi borghi della Capitanata, tra cui San
Severo[7]
. Nella contea di Lesina, donata nel 1269 da Carlo I d'Angiò al figlio primogenito Carlo, detto lo Zoppo, era compresa la baronia dell'abate « monasterii Terrae Maioris pro Sancto Severo»[8] . Verso la fine del
XIV secolo la nostra città aveva una discreta importanza economica,
come si può dedurre dalla Cedula taxationis dell'annata 1290/91,
dalla quale risulta tassata per oltre 76 once d'oro[9]
. Anche il
commercio era fiorente, se si pensi che dei mercanti fiorentini e veneti
svolgevano la loro attività di commercianti e di banchieri in San
Severo e già dal XIII secolo vi era una comunità ebraica, la cui "giudaica"
doveva trovarsi in quel quartiere sanseverese, chiamato degli Ebrei.
Essi furono in San Severo sino al XVIII secolo dato che oltre detta
epoca non si hanno più loro notizie.
Nel 1295 per
volere di papa Bonifacio VIII il monastero di Terra Maggiore[10]
insieme a San Severo ed altri possedimenti dei Benedettini passò ai
Templari. I rapporti tra i Sanseversi e i nuovi feudatari non dovettero
essere dei migliori, se costoro nel 1300 si rivolsero a Carlo II d'Angiò
per obbligare la «terra» di San Severo a prendere in appalto l'ufficio
della bagliva[11]
. Nel 1299 il
principe Filippo di Taranto, figlio di Carlo II d'Angiò, soggiorno col
suo seguito in Capitanata, probabilmente in San Severo, e acquistò
vettovaglie a Torremaggiore, Plantiliano (Casale che sorgeva circa 5 km a sud-ovest di
Torremaggiore, nella contrada Candigliano)
e nella nostra città, lasciando un debito di oltre 100 once d'oro, che
venne pagato solo nel 1301 con parte della somma ricavata dalla vendita
dei beni dei Saraceni scacciati da Lucera. Dal lungo elenco delle merci
fornite apprendiamo interessanti notizie sui prodotti agricoli della
zona, notando come già a quell'epoca fosse notevole la produzione del
vino[12]
. Dopo la
distruzione della colonia saracena di Lucera, per sopperire al mancato
introito delle tasse dovute dai Lucerini, la Regia Corte impose ad
alcuni abitati della Capitanata una tassa straordinaria «pro
depopulatione Luceriae» e San Severo nel 1300 dovette pagare in più
ben 80 once d'oro[13]
. Nel 1307 l'Ordine
dei Templari venne soppresso da papa Clemente V e verso il 1312 Roberto
d'Angiò donò alla moglie Sancia la baronia di Torremaggiore, che
comprendeva anche San Severo.
I Sanseveresi, in
realtà, non furono mai ligi ai baroni e, quando poterono, (crearono di
insorgere. Come nel 1260 al suono delle campane e al grido «Allarmi,
morte all'abate» insorsero contro di lui, così nel 1313 essi tentarono
di dare, secondo gli schemi dei liberi Comuni, un'autonomia alla loro
Università. Un giorno si riunirono in assemblea senza chiedere il
consenso della Regina, come riferisce il Caggese: « A San Severo in
Capitanata, terra soggetta all'autorità della Regina Sancta, nel 1313
avviene un fatto gravissimo. In mezzo al popolo, racconta l'ufficiale
della Regina, sortiscono improvvisamente degli audaci, i quali «
tamquam populi capita ». .senz'alcun rispetto delle prerogative rege,
convocano a parlamento l'Università nella chiesa di S. Marza, ed
ammettono a parteciparvi alcuni ecclesiastici, partecipi delle gravi
discordie intestine, essi stessi "nemici acerrimi dell'ufficiale
regio ". Il re, secondo il solito, fulmina un editto contro i
ribelli ed ordina agli ecclesiastici di non occuparsi che di cose
attinenti a loro ministero».
Così pure nel
1317: quando la regina Sancia rinunciò a San Severo per cederla in
feudo a Pietro Pipino, conte di Vico, i Sanseveresi scacciarono i
rappresentanti del feudatarìo e resistettero sino a quando Roberto d'Angiò
decise che la città poteva riscattarsi, pagando al conte Pipino il
prezzo di acquisto in 1.500 once d'oro. Nel 1340 il re le concesse il
privilegio di rimanere per sempre città regia. San Severo si
trovò coinvolta nelle guerre, che contraddistinsero il regno di
Giovanna I, dalla quale ebbe nel 1344 la riconferma del privilegio di
Roberto d'Angiò. E’ tradizione che la regina abbia soggiornato in San
Severo nel castello, che sorgeva dove ora è il Palazzo Recca presso la
chiesa di S. Giovanni Battista[14]
.
In quegli anni turbolenti fu posto a capo del Giustizierato di Puglia
Angelo di San Severo, che aveva la funzione di governatore della
regione.
Per essere
situata al centro dell'alto Tavoliere e poco lontano dal tratturo
L'Aquila-Foggia, San Severo vide passare innumerevoli eserciti di vari
contendenti al trono di Napoli. Di questo periodo riportiamo personaggi
e avvenimenti più importanti. Con il regno di
Alfonso I d'Aragona San
Severo perdette la sua libertà, dato che il re la concesse in feudo a
Paolo di Sangro per ricompensarlo del suo aiuto nella decisiva battaglia
del 1462 presso Orsara. In quell'epoca San Severo contava 721 fuochi,
cioè circa 3.900 abitanti. Del periodo
aragonese è opportuno soffermarci sulla importante istituzione della Dohana
Menae Pecudum (Dogana delle pecore), che influì sulla economia di
San Severo per ben quattro secoli. Sin dai tempi antichi la pianura
pugliese si prestò a pascolo invernale per il clima mite e la rara
presenza di neve. Infatti, i pastori con le loro greggi in ottobre vi
scendevano dal Sannio e dagli Abruzzi per svernare e, poi, ripartire in
maggio. Per il pascolo i pastori dovevano pagare al fisco una tassa. Per
l'erario la pastorizia costituiva una notevole fonte di guadagno, la cui
convenienza non sfuggì, attraverso i secoli, ai Normanni, agli Svevi,
agli Angioini e, infine, agli Aragonesi. Poiché c'era un certo
disordine nella riscossione dei tributi, specie per la prepotenza di
alcuni baroni, Alfonso I ritenne opportuno riordinare le concessioni di
pascolo e, coadiuvato dal catalano Francesco Montluber, nominato, poi,
doganiere a vita, emanò il 1 ° agosto 1447 la nota prammatica della
Dogana delle Pecore con la quale furono regolati e riordinati i pascoli.
Le vaste terre del Tavoliere di Puglia, che si estendevano da Otranto al
Fortore, furono divise in vasti comprensori, detti
"locazioni", che furono 23.
A quell'epoca
l'attuale territorio sanseverese era approssimativamente così diviso: ·
entro un raggio di circa
3 o 4 chilometri dall'abitato le terre appartenevano al Comune, ad enti
ecclesiastici, ai privati e in seguito anche ai di Sangro. ·
le restanti terre
facevano parte delle seguenti locazioni: a)
LOCAZIONE Dl ARIGNANO Ad essa appartenevano tutte le terre site
nella parte settentrionale della città. b)
LOCAZIONE DI CASALNUOVO Vi appartenevano la zona orientale, parte
di quella meridionale e quella occidentale verso Torremaggiore. c)
LOCAZIONE DI SANT'ANDREA Vi apparteneva la restante parte
meridionale e centrale. d)
LOCAZIONI DI GUARDIOLA E DI CASTIGLIONE Ne facevano parte le
terre site nella zona estrema occidentale verso Lucera.
Morto nel 1458
Alfonso I, gli successe suo figlio Ferrante I (o Ferdinando). Intanto,
Giovanni d'Angiò, che pretendeva diritti sul regno di Napoli, come
figlio di Renato, fece una congiura coi baroni e, avuto anche l'appoggio
del conte Giovanni Piccinino, mosse verso la Puglia e si insediò in
Lucera, che gli aveva aperto le porte. A lui fecero obbedienza anche
Troia, Foggia e San Severo, di cui era feudatario Carlo di Sangro,
figlio di Paolo. Ferrante, non tollerando siffatta invasione, mosse
contro Giovanni d'Angiò, ma venne sconfitto. Quando, poi, poté mettere
su un buon esercito, con gli aiuti di papa Pio II e dei Napoletani, nel
1461 ritentò l'impresa, che questa volta gli fu favorevole. Sceso in
Puglia, prese la via di San Severo e Niccolò Rosa, che aveva grande
autorità e prestigio per le sue ricchezze, portò le chiavi della città
al re, che poi vi dimorò alcuni giorni nella casa dello stesso Rosa.
Dopo l'occupazione, San Severo scacciò il di Sangro e tornò ad essere
città regia[15]
. E' probabile che in detta
epoca San Severo abbia coniato il tornese, che sul dritto porta la
leggenda SANTUS SEVER e in mezzo un castello, sul rovescio DE CAPlTANATA
e in mezzo una croce[16]
. In questa epoca
visse il sanseverese Pier Severino, di cui si hanno scarse notizie. Fu
dottore in utrogue iure e Reggente della Gran Corte della Vicaria
e Credenziere nel 1484, come risulta dal libro IV, c. 1, del Regerto
sive diplomata, monumentaque regia. È citato da Niccolò Toppi
nella sua Biblioteca napoletana. Di questo periodo
conosciamo i nomi di alcuni capitani, come Antonio Ricca di Sessa (1484)
e di funzionari: Arrendatore della bagliva Ametrano (de) Nicola, anno
1482, e Ceccarone (de) Petruccio; arrendatore del sale Milo (de) Gesuè,
a. 1485; erario Coci Giovanni, a. 1492-1495. Dopo varie
vicende, Ferrante decise di debellare completamente il d'Angiò e,
ritornato in Capitanata, cinse d'assedio San Severo, che in quel
frattempo per l'incertezza della guerra si era sottomessa al d'Angiò.
Riconquistata, dovette pagare una forte multa. Tutte le altre città
daune si sottomisero, tranne Lucera, che dapprima oppose viva
resistenza, ma dopo dovette arrendersi. Il d'Angiò fu costretto ad
abbandonare l'Italia e Ferrante divenne padrone di tutto il Regno di
Napoli. |
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