Dal1491 fino al 1627

Nel 1491 San Severo ottenne da Ferrante I, dietro sua richiesta, lo Statuto municipale in data 1° ottobre di detto anno. In virtù di esso, il Consiglio della "terra" doveva essere costituito «da settantadue cittadini tratti in parti uguali da ciarcuna delle tre Parrocchie e tali da rappresentare ogni condizione sociale: tra i requisiti c'era che gli eletti non avessero tra loro legami di parentela, che fossero emancipati e di età non inferiore a venticinque anni: Detto Consiglio durava in carica tre anni con una rotazione annuale di ventiquattro consiglieri». Regio CapitanoIl Consiglio eleggeva, poi, tutti i funzionari municipali e cioè i sindaci, il mastrogiurato, il cassiere, i giudici annuali, il cancelliere e gli organi collegiali di controllo. In una cassa dovevano essere riposti il sigillo dell'Università, i registri e le scritture e doveva essere custodita nella sacrestia della chiesa di S. Maria o in quella chiesa, che sembrasse più sicura ai consiglieri. Responsabile dell'esatta osservanza dello Statuto era il regio Capitano. In merito, va osservato che Ferrante si adoperò in tutti i modi a debellare il potere del baronaggio e a dare un sistema rappresentativo al suo Stato attraverso la concessione degli statuti municipali; però non seppe spostare le basi del regno dalla baronia alle Università. Vero è che le leggi municipali in detto periodo aragonese davano ad esse un governo democratico per amministrare la cosa pubblica; in realtà esso era più formale, che sostanziale per il fatto che la esecuzione degli statuti era affidata ai capitani, che divennero strumenti di oppressione e di tirannia. Dallo Statuto municipale di San Severo, infatti, risulta che ogni atto o deliberazione amministrativa doveva avere il beneplacito dei Capitano.

Alla morte di Ferrante, avvenuta nel 1494, successe Alfonso II, che, ritenendosi incapace di affrontare la guerra contro Carlo VIIICarlo VIII, re di Francia, che pretendeva diritti sul regno di Napoli, abdicò in favore di suo figlio Ferrante II nell'anno successivo. Carlo VIII scese in Italia, sconfisse Ferrante II, che fu costretto a rifugiarsi in Sicilia. Per interessi urgenti della sua nazione, Carlo dovette rientrare in Francia, lasciando il compito di continuare l'occupazione del regno ai suoi generali Gilberto Montpensier e Virgilio Orsini. La vittoria di Carlo VIII non fu duratura, perché gli stessi Stati, che prima lo avevano appoggiato, si coalizzarono contro di lui. Formatasi una lega tra Milano, Venezia e il papa, cui aderirono Massimiliano d'Asburgo e Ferdinando il Cattolico, Ferrante II pensò bene di allearsi con essa e, avuto degli aiuti, marciò verso la Puglia e si accampò in Foggia, mentre in San Severo si era acquartierato con 300 uomini Virgilio Orsini (1495) per unirsi con le forze del Montpensier. Il re cinse d'assedio San Severo, durante il quale furono depredate nel nostro territorio circa 60.000 pecore. Con San Severo capitolarono Foggia, Troia, ed altri centri; dopo vari combattimenti i Francesi furono costretti ad abbandonare la Puglia e con precipitosa fuga riuscirono a ritornare in Francia. Ferrante II poté così riconquistare tutto il Regno di Napoli[17] .

forze del Montpensier

Federico d'AragonaNel 1496 gli successe Federico d'Aragona, suo zio, dato che Ferrante morì senza prole. Intanto, il re di Francia, Luigi XII, riprendeva il programma italiano e preparava l'invasione, facendo alleanza con Venezia e la Spagna. Si ebbe una nuova guerra e, caduta nelle mani degli alleati Milano, il conflitto si estese nell'Italia meridionale. Napoli capitolò, Federico venne spodestato e con lui cessò il dominio aragonese in Italia. L'accordo, però, tra i Francesi e gli Spagnoli non durò a lungo a causa della spartizione del dominio. L'Italia meridionale fu di nuovo teatro di una guerra franco-spagnola. Con Troia, San Severo venne occupata dai Francesi, comandati da Luigi d'Ars, e ancora una volta dovette subire angherie e soprusi da parte degli occupanti. Sconfitti definitivamente i Francesi, per il Regno di Napoli iniziò il lungo e pesante dominio spagnolo: il primo vicerè fu Consalvo di Cordova.

Carlo VDivenuto re di Spagna Carlo V, che era anche imperatore di Germania, nel 1516 egli dovette sostenere in Italia molte guerre contro Francesco I, re di Francia, che non abbandonava l'aspirazione di riconquistare il Regno di Napoli. Nel 1521, 3.000 soldati al soldo dell'imperatore Carlo V tentarono di assalire San Severo, che riuscì a mettere in fuga il nemico: la vittoria fu attribuita ai santi Sebastiano e Severino.

Inattesa giunse la notizia della vendita di San Severo, fatta dal vicerè Raimondo di Cordova al duca di Termoli, Ferdinando di Capua, per 40.000 ducati. Fu allora che Tiberio Solis (o de Solis), sindaco della città, si recò a Worms, ove si trovava Carlo V, e, da questi ricevuto, gli mostrò i privilegi, che aveva San Severo in virtù dei diplomi di Roberto e di Giovanna I, coi quali aveva ottenuta la libertà. L'imperatore rimise gli atti al vicerè e, poiché costui aveva riconfermata la predetta vendita, il sindaco si recò di nuovo da Carlo V e gli offrì la somma di 42.000 ducati a patto che San Severo fosse venduta a lui, come sindaco della città, e non al duca di Termoli. L'imperatore aderì alla richiesta del sindaco e con dispaccio del 9 maggio 1522 San Severo restò città regia.

Sigillo universitates Sanseveri

Nel 1522 moriva in Milano l'editore-tipografo Alessandro Minuziano. Nato in San Severo verso il 1450, si recò nel Piceno, a Fermo, ove ebbe per maestro l'insigne giurista Giovanni Bortacchini. Di qui, passò a Venezia per dedicarsi agli studi umanistici e fu allievo di Giorgio Merulla. Lasciata detta città, si trasferì a Milano, ove fu istruttore privato dei figli di Bartolomeo Calco, primo segretario del duca di Milano, Ludovico Sforza, e, poi, pubblico professore alle Scuole Palatine, insegnando materie umanistiche. Contemporaneamente iniziò la sua attività editoriale; quella tipografica cominciò molti anni dopo, nel 1499, anno in cui sorse la stamperia minuziana. Come editore fece stampare nel 1486 a sue spese le opere di Orazio e le Decadi di Livio dal tipografo Scinzenzeler; dal 1499 iniziò a stampare per proprio conto numerose opere di classici latini, di cui ricordiamo l'Opera omnia di Cicerone e la discussa edizione degli Annali di Tacito (1515), a cura di A. Alciati, contraffatta dalla romana di F. Beroaldo.

Forse contemporanei del Minuziano, furono i sanseveresi Jacopo de Luciferis, che aprì una stamperia in Napoli; Nicola Passero, poeta e notaio, e Agostino Co lumbre o Colombre. Dei primi due non si hanno altre notizie; di Colombre fu insigne maniscalco e naturalista, fondatore dell'Antrotomia e della Zootomia animale. Giovanissimo si trasferì a Venezia e ben presto si affermò come insegnante di chirurgia umana. Fu al seguito di re Ferrante d'Aragona in Napoli. Di lui si ha: L'opera di Manischalcia de Maistro Augustino Columbre, stampata nel 1490 dal napoletano Francesco Del Tuppo, mentre sul frontespizio della 2a edizione, stampata nel 1518 da Guglielmo De Fortunato, si legge: «Incomincia il libro de Marstro Augustino Columbre Maneschalco de Sancto Severo, dedicato al Invictissimo Re Ferdinando de  Ragona Suo Signore... ». La quinta edizione fu stampata a Venezia.

Frontespizio volume edito dal Minuziano

Riaccesasi la lotta tra Francia e Spagna, San Severo subì varie invasioni: nel 1528 il francese Lautrec marciò verso la Puglia e il 4 marzo giunse a San Severo, ove dimorò quattro giorni. Lasciativi gli ambasciatori dei paesi alleati e le genti atte alla guerra con poca guardia, il 12 si accampò nei pressi di Troia, dove erano gli Spagnoli: San Severo si trovò a subire le tristi conseguenze di tali guerriglie.

Morto il Lautrec nell'agosto del 1528, ai primi dell'anno successivo gli Spagnoli tentarono di assalire, ma invano, la nostra città. Narra la leggenda che gli Spagnoli, non riuscendo a impossessarsi di essa, ricorsero a uno stratagemma. Finsero di abbandonare l'assedio e di ritirarsi verso Rignano, ma a notte alta ritornarono all'assalto per sorprendere nel sonno i Sanseversi. La tradizione narra che apparvero sulle mura della città dei guerrieri armati, guidati da un cavaliere a cavallo in abiti sacerdotali e con una bandiera rossa in mano. Atterriti, gli assedianti si diedero alla fuga e la città fu salva. La mattina i cittadini, quasi increduli di essere ormai liberi, seppero da alcuni feriti dell'arcano avvenimento, asserendo questi che il cavaliere dalla rossa bandiera era S. Severino abate.

A seguito di tale miracolo, la municipalità deliberò di offrire al santo ogni anno, come voto, cento libbre di cera bianca lavorata e di adottare come stemma della città uno scudo sormontato da una corona turrita con la immagine di S. Severino in abiti pontificali su di un cavallo, avente un rosso stendardo nella mano destra e la città sotto la sinistra in segno di protezione. Detto stemma fu adottato anche per sigillo dell'Università.

Stemma città di San Severo

Solimano il MagnificoDurante la lotta tra Carlo V, Francesco I e Solimano il Magnifico, il vicerè Don Pietro di Toledo verso il 1537 volle presidiare la Puglia contro i Turchi e con le sue milizie andò a Taranto, ove apprese che il nemico si era allontanato per assalire Corfù. Conclusosi favorevolmente il conflitto, il vicerè, temendo che i Turchi per la sconfitta subita avrebbero ripreso le ostilità, fece fortificare le coste adriatiche da Otranto al Gargano. Ed avendo in tale occasione scorto che la maggior parte del regno e particolarmente le città di Puglia erano oltremodo oppresse da grossi debiti, onde ne nasceva che molte si disabitavano e si rendevano impotenti a pagamenti fiscali; egli trovò rimedi così efficaci e profittevoli, che in pochi anni furono le città libere da' debiti, ristorate tutte le loro entrate, e tornate a popolarsi con accrescimento di fuochi. In tal modo fù rinfrancata Barletta, Trani, Bisceglie, Monopoli, Manfredonia, S. Severo. Rutigliano, Minervino, e molte altre città oppresse, e furono redente e rilevate le loro entrate.

fortificazioni costiere

Dopo un secolo di libertà San Severo subì il più vergognoso atto, che poté essere compiuto a suo danno: la vendita a Gian Francesco di Sangro. Fu venduta, perché era indebitata o per altri motivi poco leciti? Per comprendere lo stato dei Comuni in quell'epoca è opportuno parlare brevemente delle condizioni economiche e sociali in cui si trovava il Regno di Napoli.

Ferrante I d'Aragona, che riuscì a soffocare due congiure di baroni, fu sensibile verso le Università, sempre angariate dalla prepotenza del baronaggio e ben si prodigò a lenire le sofferenze dei suoi sudditi, ma la sua opera fu vana, poiché dopo la sua morte la crisi finanziaria determinò un risveglio dei baroni, sempre pronti a mettere - come rapaci - le loro mani sulle città. E divennero potenti, prima che i vicerè prendessero saldamente il governo.

Filippo IICarlo V si avvide di ciò ed emanò molte leggi, che col dire del Winspeare, avrebbero demolito tutto il sistema feudale. Ad esempi, nella vendita dei feudi si dava la prelazione ai Comuni in modo che essi potessero acquistare la libertà e ricostituire in breve tempo il loro demanio: il caso di Tiberio Solis. In realtà, dette leggi rimanevano in gran parte inefficaci per la disonestà di alcuni vicerè: da nobili squattrinati, che erano in Spagna, costoro vennero in Italia per arricchirsi, naturalmente, a spese delle popolazioni e con la complicità dei baroni. Perciò, in linea di massima, l'amministrazione vicereale fu pessima, specie sotto Filippo II, che si distinse per il suo fiscalismo. Con un simile governo non poteva che crescere la prepotenza dei baroni, specie di quelli, che, vivendo negli ozi e dilapidando i beni ereditati, si sfogavano sulle Università. Era la nuova «baronia borghese» ovvero quei baroni, che, arricchitisi specie con gli appalti, furono più crudeli e violenti di quelli loricati.
Con siffatti vicerè e baroni è ben comprensibile come la ingiustizia, la corruzione, il meretricio e il brigantaggio potevano dilagare nel regno, mentre le università demaniali dovevano lottare - almeno quelle poche che vi erano - per conservare a fatica la loro libertà. Quasi tutte erano deficitarie; del resto, con quel sistema fiscale (quasi i quattro quinti delle entrate andavano al fisco), non potevano ben amministrare.

Su San Severo - e da qualche tempo - Gian Francesco di Sangro aveva posto la sua attenzione e desiderava averla in suo possesso. E l'ebbe. San Severo fu venduta per ducati 82.500 « da pagarsi alla regia corte e ad altri creditori della Università»; che il contratto fu stipulato il 14 luglio 1579 per notar Donato Centonza tra il duca di Sangro e Giovan Bernardino Liguori di Sarno, Anello di Gennaro di Napoli ed Achille Galluccio di San Severo, «unico cittadino che si prestasse all'odioso patto; ed essi si dissero procuratori della Università».
Ma era l'Università realmente in così tristi condizioni economiche, che non vi fu un novello Tiberio Solis a salvarla? La città era già gravata del pagamento della grossa pecunia eseguito in Gand, e delle molte spese per assoldare truppa cernita ne' vicini paesi per tener testa e sconfiggere le soldatesche nemiche... . È mai possibile che dopo mezzo secolo San Severo, definita dagli storici l'«opulento» paese, non riuscisse a liberarsi da quel vecchio debito, tanto più che - come abbiamo visto - il vicerè Toledo provvide ai debiti, fatti da alcune città in occasione delle varie guerre avutesi prima del 1545?

Non abbiamo documenti diretti circa la reale consistenza economica di San Severo di allora. Può darsi che si era indebitata, poiché le Università erano in gran parte dissestate, ma sappiamo anche che il governo non si interessava di esse e arrivava al punto di vendere le terre riscattatesi a demanio allo scopo di far denaro. Comunque siano andate le cose, la vendita fu ratificata il 14 dicembre 1583 in Madrid ed effettuata il 30 aprile dell'anno successivo. Davanti a questo vergognoso atto, ci rammentiamo di un pensiero del Santamaria: le vendite erano fatte non già in forza di una primitiva largizione del principe in ricompensa di grandi e gloriosi combattimenti, ma per volgari contratti di compravendita! E ciò non va ad onore dell'Ecc.mo duca Gian Francesco di Sangro...
Con tale vendita San Severo perdette non solo la libertà, ma anche - come si ritiene - la Regia Udienza, che fu trasferita a Lucera. In merito va osservato che i nostri storici si sono occupati abbastanza di detto istituto giuridico (se era o non era stato effettivamente in San Severo), come pure si discute se la nostra città fu capoluogo della Capitanata.

Capitanata

A suffragio di tali opinioni citiamo due importanti documenti. Uno è riportato dal Porzio ed è del 1577: «Distendesi la provincia di Capitanata dal fiume Ofanto al fiume Trigno[18] . Il governatore di questa provincia risiede nella terra di Sansevero, et ha due auditori».
L'altro è citato dal La Cava
[19] : trattasi di un deliberato della R. Udienza di San Severo indirizzato al decurionato di Lucera e porta questa data «Sansevero a 18 do fèbraro 1509». È firmato da Joan Alfonso Bisballe, uno spagnolo, che era allora governatore di Capitanata e del Molise.

In detto periodo, forse nel 1576 (altri dicono verso la metà del Cinquecento) avvenne il miracolo della Madonna della Pietà. Sul muro dell'ospedale sotto il titolo di Santa Maria della Pietà era dipinta la effige della Madonna. Un giorno, dei pellegrini si misero a giocare nei pressi di detto muro, quando uno di essi, avendo perso quel poco di denaro che aveva e preso dall'ira, con la punta del coltello sfregio il bel volto della Madonna. Tra lo stupore di tutti si vide sprizzare dallo sfregio del sangue; atterriti, i pellegrini fuggirono e lo sfregiatore, pentitosi, riferì il fatto ai magistrati e, pare, venne condannato a morte. In quel luogo fu edificato un tempiotto dedicato alla Madonna della Pietà, che nel 1737 fu ampliato e abbellito di marmi per opera dell'Arciconfraternita dei Nobili o della Morte.

Lapide del miracolo

Distrutta Civitate, nella cui diocesi[20]  si trovava San Severo, si riteneva opportuno provvedere alla creazione di un'altra diocesi. Si vuole che nel 1575, passando per la nostra città Mons. Pietro Vicedomini, restasse colpito dalla ricchezza e nobiltà del paese, per cui i cittadini e il clero gli consegnarono una supplica da presentare al Papa, perché elevasse a cattedra episcopale San Severo. Era allora pontefice Gregorio XIII, il quale, essendo stato vescovo di Vieste, conosceva bene la nostra zona, sicché accolse benevolmente la richiesta dei Sanseveresi e con bolla del 9 marzo 1580 elevò a diocesi la città e la chiesa di S. Maria a cattedrale. Si chiamo Diocesi di San Severo e Civitate e comprendeva San Severo, Torremaggiore e S. Paolo Civitate. Lo stesso pontefice con bolla del 28 febbraio 1581 nominava Martino De Martino vescovo di San Severo. La chiesa di S. Maria prima era retta da sette ecclesiastici tra Preti, Diaconi e Suddiaconi ed era chiesa «ricettizia civile»; dopo dell'elevazione a Cattedrale il Capitolo era costituito di un Arcidiacono, di un Arciprete, di dodici Canonici (elevati, poi, a quattordici) e di quattro Abati, oltre cinque Mansionari aggiunti dal vescovo Summantico.

Cattedrale di San Severo

Nel 1916 alla Diocesi furono assegnate Poggio lmperiale e Lesina, che appartenevano a quella di Benevento, e dal 1935 incominciò a chiamarsi solo Diocesi di San Severo. Nel 1972 ebbe l'amministrazione apostolica di Chieuti e Serracapriola, che prima facevano parte della Diocesi di Larino. Va rilevato che le vecchie sedi vescovili soppresse hanno un vescovo titolare: attualmente quello di Civitate è Mons. Juan A. Arzubre del clero di Los Angeles e quello di Dragonara è il polacco Mons. Wesoly Szezepan.

A questo punto è opportuno parlare, sia pure brevemente, della situazione politica del Seicento per capire alcuni avvenimenti sanseveresi.

Quando la Spagna subentrò alla Casa aragonese, certo, il Regno di Napoli non si trovava in buone condizioni economiche, né il nuovo regime pensò a migliorarle. Anzi, detto regno, considerato come una provincia, fu terra di spoliazione da parte della Spagna, sempre avida di denaro per sostenere i suoi eserciti e per mantenere le sue colonie in America. Così attraverso dazi, gabelle ed altro il governo di Madrid mungeva sino all'osso le già striminzite casse comunali.

A tanto provvedevano gli affamati vicerè. Nelle province, poi, governate da uomini scelti tra i boriosi nobili o tra ignoranti militiari c'era disordine, anarchia, ladrocinio. Le imposte dirette gravavano sulle classi povere, dato che nobili e clero ne erano esenti; anche quelle indirette, che gravavano un po' su tutto, colpivano per la loro natura soprattutto i meno abbienti. Inoltre, le terre demaniali erano sempre in diminuzione per la ingordigia dei baroni (e San Severo ne fu vittima) e le amministrazioni civiche erano per lo più formate da elementi ligi al barone.

In realtà vi furono governatori onesti, sensibili alle necessità del popolo, ma erano pochissimi, come il marchese Carlo Tappia, autore degli stati discussi e reggente della R. Cancelleria, che si operò a lenire la miseria attraverso sagge disposizioni legislative. Don Pietro Giron d'OsunaMa le sue prammatiche rimasero inattive, perché non fu compreso e, inoltre non vi fu alcun Comune, che avesse avuto il coraggio di dichiarare che il suo demanio era stato tolto dai baroni. Dovunque c'era paura... E non fu compreso pur il duca Don Pietro Giron d'Osuna, del quale ci occuperemo fra breve per un fatto avvenuto a San Severo. Questo vicerè aveva cercato di rafforzare la potenza spagnola in Italia contro la minaccia turca e la preponderanza adriatica di Venezia, per cui raccolse milizie e riuscì nell'intento. Nella politica interna, che più c'interessa, voleva rafforzare i poteri del vicerè e per ottenere ciò puntò sul popolo, lo armò e disarmò la feudalità napoletana, facendo una propaganda di odio di classe contro i nobili. Si unì col giurista napoletano Giulio Genoino[21] , noto agitatore delle masse, che ebbe tanta importanza nei moti di Masaniello. L'urto tra il popolo e la nobiltà avrebbe rafforzato il potere spagnolo in Napoli: questo almeno era il piano dell'Osuna e del Genoino. Ma detto disegno, che costituiva secondo le delazioni, che pervenivano a Madrid, un tradimento, provocò sospetti, anche perché dei baroni avevano fatto spargere la voce nella corte spagnola che l'Osuna con quella sua politica tendeva a impadronirsi del regno. MasanielloIl vicerè fu arrestato e dopo lunga prigionia morì nel 1624. Accuse infondate, dirà la storia; certo la sua lotta era prettamente antifeudale e non antispagnola.
La nobiltà vinse ancora una volta... Solo quando tutte le Università erano sull'orlo del fallimento, allora il governo vicereale, quasi ravvedendosi della fondatezza del Tappia, ricorse al riparo, prima con la legge del 1650, che portò all'abbuono dei debiti, che le Università avevano contratto verso i feudatari, riducendo alla metà il capitale sborsato dai creditori fiscalari e dagli arrendatori e, poi, con quella del 1681, che sottomise a un riesame tutti i contratti tra barone e Comune. Dette leggi, però, si vanificarono davanti alle pressioni e prepotenze dei nobili: la rivolta di Masaniello era ormai morta e sepolta.

Pietro GiannonePrima di riprendere la narrazione dei fatti sanseveresi, diciamo che verso la fine del secolo XVII vi fu nel regno una lenta rinascita, dovuta soprattutto al movimento culturale, che si andava sviluppando non nell'ateneo napoletano, ma nei salotti e nelle accademie, ove si davano convegno giuristi e matematici, filosofi e letterati, tra cui il Vico e il giovane Giannone. Gli Italiani cominciavano a ragionare... e ad avere coscienza di sè: siamo alle porte dell'illuminismo napoletano.

Nel 1605 iniziarono i lavori della costruzione del convento dei Cappuccini per volere di Padre Francesco da Vico e su istanza dei cittadini, previo consenso del vescovo Ottavio della Vipera, il quale volle affidare ai frati la cappelletta della Madonna delle Grazie «extramoenia»[22]

Chiesa delle Grazie

La principessa di San Severo, Clarice di Sangro, pose la prima pietra e una croce fu innalzata davanti alla cappelletta dal Vicario Generale Giuseppe Grimaldi alla presenza dell'Arcidiacono della Cattedrale Lionardo Palione, poiché tutte le chiese, che erano fuori dalle mura, erano sotto la giurisdizione della Cattedrale. Mentre si costruiva il convento, morì il vescovo e il clero ne approfitta per togliere la predetta cappella ai frati, per cui questi furono costretti ad andarsene da San Severo. Essendosi ribellata la città per l'allontanamento dei Cappuccini, il benestante Giuseppe Pazienza, figlio del mastrogiurato Giacomo, che aveva donato ai frati due ettari di terreno, intervenne presso le autorità di allora. II sindaco, Pompilio Barletta, che aveva anch'egli contribuito alle spese della fabbrica, richiamò in San Severo i Cappuccini e dispose la continuazione dei lavori. San Sebastiao Il convento fu ultimato nel 1631 e la chiesa fu consacrata nel 1660. Esso apparteneva alla Custodia di S. Gabriele.
Va qui premesso che tra il vicerè Osuna e i di Sangro i rapporti non erano buoni: anzi ìl vicerè li odiava.
E non gli mancò l'occasione di vendicarsi. Appreso che Paolo di Sangro lo accusava di impossessarsi del regno, l'Osuna mandò in San Severo un corpo di 500 Valloni, come riferisce il Lucchino, nel novembre del 1617. Il cronista così scrive: «La seconda (calamità) fu lo stesso anno che il Signor Duca di Ossuna, allora vicerè del Regno, per molti disgusti ricevuti dal Principe Paolo, il quale alla gagliarda ed alla scoverta, facendo l'ufficio di vero buon figliolo ed ottimo cittadino, si oppose a’ suoi nascosti disegni che erano di farsi Re di Napoli, ove con sì fatto colore designava introdurre l'esercito, mandò in questa città ad alloggiare cinquecento Valloni; la maggior parte eretica, con disegni di farla distruggere; e la tennero oppressa dalli 25 novembre sino a' 28 gennaio, nel qual giorno si celebrava la festività di S. Sebastiano, uno de' Patroni e protettori della Città, come si disse, da cui miracolosamente si ottenne la grazia, e si furono, oltre i danni delle case guaste e bruciate ed alberi, specialmente d'olivo, tagliati nelle possessioni, da 3.000 ducati d'interesse».

Da quanto innanzi detto, ci sembra esagerato quanto rileva il Lucchino e cioè che i soldati furono inviati per «distruggere» la città (e per quale motivo?). Si ritiene che l'invio dei soldati a San Severo non fu contro i cittadini, ma contro il di Sangro per ostacolarlo nell'esercizio dei suoi diritti feudali. La politica dell'Osuna, come è stato detto, era del tutto antifeudale e tendeva a favorire le popolazioni e a legarle all'imperatore, sottraendole alle prepotenze del baronaggio. È da ritenersi che, se vi fu un saccheggio, esso fu perpetrato su beni di pertinenza del barone e, forse, anche dei suoi accoliti. Può darsi che i soldati abbiano esagerato, come avviene spesso in tali avvenimenti; d'altra parte il Lucchino, che fu testimone dei fatti, è un po' superficiale e ci mette in sospetto, perché ora si mostra abbastanza ligio verso il di Sangro (egli che prima biasimava la condotta del popolo sanseverese «che col desiderio di governare e con la sua instabilità e leggerezza, fu causa ognora di calamità e rovina») e ce lo rappresenta come un buon principe, più che feudatario, quando scrive «facendo l'ufficio di vero buon figliolo ed ottimo cittadino». Timore o sdegno? Si pensa che oltre il timore, fu anche il risentimento (che il Lucchino aveva contro quei soldati, considerati eretici) a spingerlo a disapprovare l’azione dell’Osuna e a elogiare il di Sangro, tanto è vero che attribuisce a S. Sebastiano il miracolo di aver salvato la città da quelle orde miscredenti.

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