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Dal1491
fino al Nel
1491 San Severo ottenne da Ferrante I, dietro sua richiesta, lo Statuto
municipale in data 1° ottobre di detto anno. In virtù di esso, il
Consiglio della "terra" doveva essere costituito «da
settantadue cittadini tratti in parti uguali da ciarcuna delle tre
Parrocchie e tali da rappresentare ogni condizione sociale: tra i
requisiti c'era che gli eletti non avessero tra loro legami di
parentela, che fossero emancipati e di età non inferiore a venticinque
anni: Detto Consiglio durava in carica tre anni con una rotazione
annuale di ventiquattro consiglieri». Alla
morte di Ferrante, avvenuta nel 1494, successe Alfonso II, che,
ritenendosi incapace di affrontare la guerra contro
Inattesa giunse la notizia della vendita di San Severo, fatta dal vicerè Raimondo di Cordova al duca di Termoli, Ferdinando di Capua, per 40.000 ducati. Fu allora che Tiberio Solis (o de Solis), sindaco della città, si recò a Worms, ove si trovava Carlo V, e, da questi ricevuto, gli mostrò i privilegi, che aveva San Severo in virtù dei diplomi di Roberto e di Giovanna I, coi quali aveva ottenuta la libertà. L'imperatore rimise gli atti al vicerè e, poiché costui aveva riconfermata la predetta vendita, il sindaco si recò di nuovo da Carlo V e gli offrì la somma di 42.000 ducati a patto che San Severo fosse venduta a lui, come sindaco della città, e non al duca di Termoli. L'imperatore aderì alla richiesta del sindaco e con dispaccio del 9 maggio 1522 San Severo restò città regia.
Nel
1522 moriva in Milano l'editore-tipografo Alessandro Minuziano. Nato in
San Severo verso il 1450, si recò nel Piceno, a Fermo, ove ebbe per
maestro l'insigne giurista Giovanni Bortacchini. Di qui, passò a
Venezia per dedicarsi agli studi umanistici e fu allievo di Giorgio
Merulla. Lasciata detta città, si trasferì a Milano, ove fu istruttore
privato dei figli di Bartolomeo Calco, primo segretario del duca di
Milano, Ludovico Sforza, e, poi, pubblico professore alle Scuole
Palatine, insegnando materie umanistiche. Contemporaneamente iniziò la
sua attività editoriale; quella tipografica cominciò molti anni dopo,
nel 1499, anno in cui sorse la stamperia minuziana. Come editore fece
stampare nel 1486 a sue spese le opere di Orazio e le Decadi di Livio
dal tipografo Scinzenzeler; dal 1499 iniziò a stampare per proprio
conto numerose opere di classici latini, di cui ricordiamo l'Opera omnia
di Cicerone e la discussa edizione degli Annali di Tacito (1515), a cura
di A. Alciati, contraffatta dalla romana di F. Beroaldo. Forse
contemporanei del Minuziano, furono i sanseveresi Jacopo de Luciferis,
che aprì una stamperia in Napoli; Nicola Passero, poeta e notaio, e
Agostino Co lumbre o Colombre. Dei primi due non si hanno altre notizie;
di Colombre fu insigne maniscalco e naturalista, fondatore dell'Antrotomia
e della Zootomia animale. Giovanissimo si trasferì a Venezia e ben
presto si affermò come insegnante di chirurgia umana. Fu al seguito di
re Ferrante d'Aragona in Napoli. Di lui si ha: L'opera di Manischalcia
de Maistro Augustino Columbre, stampata nel 1490 dal napoletano
Francesco Del Tuppo, mentre sul frontespizio della 2a edizione, stampata
nel 1518 da Guglielmo De
Riaccesasi
la lotta tra Francia e Spagna, San Severo subì varie invasioni: nel
1528 il francese Lautrec marciò verso la Puglia e il 4 marzo giunse a
San Severo, ove dimorò quattro giorni. Lasciativi gli ambasciatori dei
paesi alleati e le genti atte alla guerra con poca guardia, il 12 si
accampò nei pressi di Troia, dove erano gli Spagnoli: San Severo si
trovò a subire le tristi conseguenze di tali guerriglie. Morto
il Lautrec nell'agosto del 1528, ai primi dell'anno successivo gli
Spagnoli tentarono di assalire, ma invano, la nostra città. Narra la
leggenda che gli Spagnoli, non riuscendo a impossessarsi di essa,
ricorsero a uno stratagemma. Finsero di abbandonare l'assedio e di
ritirarsi verso Rignano, ma a notte alta ritornarono all'assalto per
sorprendere nel sonno i Sanseversi. La tradizione narra che apparvero
sulle mura della città dei guerrieri armati, guidati da un cavaliere a
cavallo in abiti sacerdotali e con una bandiera rossa in mano.
Atterriti, gli assedianti si diedero alla fuga e la città fu salva. La
mattina i cittadini, quasi increduli di essere ormai liberi, seppero da
alcuni feriti dell'arcano avvenimento, asserendo questi che il cavaliere
dalla rossa bandiera era S. Severino abate. A
seguito di tale miracolo, la municipalità deliberò di offrire al santo
ogni anno, come voto, cento libbre di cera bianca lavorata e di adottare
come stemma della città uno scudo sormontato da una corona turrita con
la immagine di S. Severino in abiti pontificali su di un cavallo, avente
un rosso stendardo nella mano destra e la città sotto la sinistra in
segno di protezione. Detto stemma fu adottato anche per sigillo
dell'Università.
Dopo
un secolo di libertà San Severo subì il più vergognoso atto, che poté
essere compiuto a suo danno: la vendita a Gian Francesco di Sangro. Fu
venduta, perché era indebitata o per altri motivi poco leciti? Per
comprendere lo stato dei Comuni in quell'epoca è opportuno parlare
brevemente delle condizioni economiche e sociali in cui si trovava il
Regno di Napoli. Ferrante
I d'Aragona, che riuscì a soffocare due congiure di baroni, fu
sensibile verso le Università, sempre angariate dalla prepotenza del
baronaggio e ben si prodigò a lenire le sofferenze dei suoi sudditi, ma
la sua opera fu vana, poiché dopo la sua morte la crisi finanziaria
determinò un risveglio dei baroni, sempre pronti a mettere - come
rapaci - le loro mani sulle città. E divennero potenti, prima che i
vicerè prendessero saldamente il governo. Carlo
V si avvide di ciò ed emanò molte leggi, che col dire del Winspeare,
avrebbero demolito tutto il sistema feudale. Ad esempi, nella vendita
dei feudi si dava la prelazione ai Comuni in modo che essi potessero
acquistare la libertà e ricostituire in breve tempo il loro demanio: il
caso di Tiberio Solis. In realtà, dette leggi rimanevano in gran parte
inefficaci per la disonestà di alcuni vicerè: da nobili squattrinati,
che erano in Spagna, costoro vennero in Italia per arricchirsi,
naturalmente, a spese delle popolazioni e con la complicità dei baroni.
Perciò, in linea di massima, l'amministrazione vicereale fu pessima,
specie sotto Filippo II, che si distinse per il suo fiscalismo. Con
un simile governo non poteva che crescere la prepotenza dei baroni,
specie di quelli, che, vivendo negli ozi e dilapidando i beni ereditati,
si sfogavano sulle Università. Era la nuova «baronia borghese» ovvero
quei baroni, che, arricchitisi specie con gli appalti, furono più
crudeli e violenti di quelli loricati.Con siffatti vicerè e baroni è ben comprensibile come la ingiustizia, la corruzione, il meretricio e il brigantaggio potevano dilagare nel regno, mentre le università demaniali dovevano lottare - almeno quelle poche che vi erano - per conservare a fatica la loro libertà. Quasi tutte erano deficitarie; del resto, con quel sistema fiscale (quasi i quattro quinti delle entrate andavano al fisco), non potevano ben amministrare. Su
San Severo - e da qualche tempo - Gian Francesco di Sangro aveva posto
la sua attenzione e desiderava averla in suo possesso. E l'ebbe. San
Severo fu venduta per ducati 82.500 « da pagarsi alla regia corte e
ad altri creditori della Università»; che il contratto fu
stipulato il 14 luglio 1579 per notar Donato Centonza tra il duca di
Sangro e Giovan Bernardino Liguori di Sarno, Anello di Gennaro di Napoli
ed Achille Galluccio di San Severo, «unico cittadino che si
prestasse all'odioso patto; ed essi si dissero procuratori della
Università». Non
abbiamo documenti diretti circa la reale consistenza economica di San
Severo di allora. Può darsi che si era indebitata, poiché le Università
erano in gran parte dissestate, ma sappiamo anche che il governo non si
interessava di esse e arrivava al punto di vendere le terre riscattatesi
a demanio allo scopo di far denaro. Comunque siano andate le cose, la
vendita fu ratificata il 14 dicembre 1583 in Madrid ed effettuata il 30
aprile dell'anno successivo. Davanti a questo vergognoso atto, ci
rammentiamo di un pensiero del Santamaria: le vendite erano fatte non
già in forza di una primitiva largizione del principe in ricompensa di
grandi e gloriosi combattimenti, ma per volgari contratti di
compravendita! E ciò non va ad onore dell'Ecc.mo duca Gian
Francesco di Sangro...
A
suffragio di tali opinioni citiamo due importanti documenti. Uno è
riportato dal Porzio ed è del 1577: «Distendesi la provincia di
Capitanata dal fiume Ofanto al fiume Trigno[18]
. Il governatore di questa provincia risiede nella terra di Sansevero,
et ha due auditori». In detto periodo, forse nel 1576 (altri dicono verso la metà del Cinquecento) avvenne il miracolo della Madonna della Pietà. Sul muro dell'ospedale sotto il titolo di Santa Maria della Pietà era dipinta la effige della Madonna. Un giorno, dei pellegrini si misero a giocare nei pressi di detto muro, quando uno di essi, avendo perso quel poco di denaro che aveva e preso dall'ira, con la punta del coltello sfregio il bel volto della Madonna. Tra lo stupore di tutti si vide sprizzare dallo sfregio del sangue; atterriti, i pellegrini fuggirono e lo sfregiatore, pentitosi, riferì il fatto ai magistrati e, pare, venne condannato a morte. In quel luogo fu edificato un tempiotto dedicato alla Madonna della Pietà, che nel 1737 fu ampliato e abbellito di marmi per opera dell'Arciconfraternita dei Nobili o della Morte.
Distrutta Civitate, nella cui diocesi[20] si trovava San Severo, si riteneva opportuno provvedere alla creazione di un'altra diocesi. Si vuole che nel 1575, passando per la nostra città Mons. Pietro Vicedomini, restasse colpito dalla ricchezza e nobiltà del paese, per cui i cittadini e il clero gli consegnarono una supplica da presentare al Papa, perché elevasse a cattedra episcopale San Severo. Era allora pontefice Gregorio XIII, il quale, essendo stato vescovo di Vieste, conosceva bene la nostra zona, sicché accolse benevolmente la richiesta dei Sanseveresi e con bolla del 9 marzo 1580 elevò a diocesi la città e la chiesa di S. Maria a cattedrale. Si chiamo Diocesi di San Severo e Civitate e comprendeva San Severo, Torremaggiore e S. Paolo Civitate. Lo stesso pontefice con bolla del 28 febbraio 1581 nominava Martino De Martino vescovo di San Severo. La chiesa di S. Maria prima era retta da sette ecclesiastici tra Preti, Diaconi e Suddiaconi ed era chiesa «ricettizia civile»; dopo dell'elevazione a Cattedrale il Capitolo era costituito di un Arcidiacono, di un Arciprete, di dodici Canonici (elevati, poi, a quattordici) e di quattro Abati, oltre cinque Mansionari aggiunti dal vescovo Summantico.
Nel
1916 alla Diocesi furono assegnate Poggio lmperiale e Lesina, che
appartenevano a quella di Benevento, e dal 1935 incominciò a chiamarsi
solo Diocesi di San Severo. Nel 1972 ebbe l'amministrazione apostolica
di Chieuti e Serracapriola, che prima facevano parte della Diocesi di
Larino. Va rilevato che le vecchie sedi vescovili soppresse hanno un
vescovo titolare: attualmente quello di Civitate è Mons. Juan A.
Arzubre del clero di Los Angeles e quello di Dragonara è il polacco
Mons. Wesoly Szezepan. A
questo punto è opportuno parlare, sia pure brevemente, della situazione
politica del Seicento per capire alcuni avvenimenti sanseveresi. Quando
la Spagna subentrò alla Casa aragonese, certo, il Regno di Napoli non
si trovava in buone condizioni economiche, né il nuovo regime pensò a
migliorarle. Anzi, detto regno, considerato come una provincia, fu terra
di spoliazione da parte della Spagna, sempre avida di denaro per
sostenere i suoi eserciti e per mantenere le sue colonie in America. Così
attraverso dazi, gabelle ed altro il governo di Madrid mungeva sino
all'osso le già striminzite casse comunali. A
tanto provvedevano gli affamati vicerè. Nelle province, poi, governate
da uomini scelti tra i boriosi nobili o tra ignoranti militiari
c'era disordine, anarchia, ladrocinio. Le imposte dirette gravavano
sulle classi povere, dato che nobili e clero ne erano esenti; anche
quelle indirette, che gravavano un po' su tutto, colpivano per la loro
natura soprattutto i meno abbienti. Inoltre, le terre demaniali erano
sempre in diminuzione per la ingordigia dei baroni (e San Severo ne fu
vittima) e le amministrazioni civiche erano per lo più formate da
elementi ligi al barone. Ma
le sue prammatiche rimasero inattive, perché non fu compreso e, inoltre
non vi fu alcun Comune, che avesse avuto il coraggio di dichiarare che
il suo demanio era stato tolto dai baroni. Dovunque c'era paura... E non
fu compreso pur il duca Don Pietro Giron d'Osuna, del quale ci
occuperemo fra breve per un fatto avvenuto a San Severo. Questo vicerè
aveva cercato di rafforzare la potenza spagnola in Italia contro la
minaccia turca e la preponderanza adriatica di Venezia, per cui raccolse
milizie e riuscì nell'intento. Nella politica interna, che più
c'interessa, voleva rafforzare i poteri del vicerè e per ottenere ciò
puntò sul popolo, lo armò e disarmò la feudalità napoletana, facendo
una propaganda di odio di classe contro i nobili. Si unì col giurista
napoletano Giulio Genoino[21]
, noto agitatore delle masse, che ebbe tanta importanza nei moti di
Masaniello. L'urto tra il popolo e la nobiltà avrebbe rafforzato il
potere spagnolo in Napoli: questo almeno era il piano dell'Osuna e del
Genoino. Ma detto disegno, che costituiva secondo le delazioni, che
pervenivano a Madrid, un tradimento, provocò sospetti, anche perché
dei baroni avevano fatto spargere la voce nella corte spagnola che l'Osuna
con quella sua politica tendeva a impadronirsi del regno. Il
vicerè fu arrestato e dopo lunga prigionia morì nel 1624. Accuse
infondate, dirà la storia; certo la sua lotta era prettamente
antifeudale e non antispagnola.La nobiltà vinse ancora una volta... Solo quando tutte le Università erano sull'orlo del fallimento, allora il governo vicereale, quasi ravvedendosi della fondatezza del Tappia, ricorse al riparo, prima con la legge del 1650, che portò all'abbuono dei debiti, che le Università avevano contratto verso i feudatari, riducendo alla metà il capitale sborsato dai creditori fiscalari e dagli arrendatori e, poi, con quella del 1681, che sottomise a un riesame tutti i contratti tra barone e Comune. Dette leggi, però, si vanificarono davanti alle pressioni e prepotenze dei nobili: la rivolta di Masaniello era ormai morta e sepolta.
Nel 1605 iniziarono i lavori della costruzione del convento dei Cappuccini per volere di Padre Francesco da Vico e su istanza dei cittadini, previo consenso del vescovo Ottavio della Vipera, il quale volle affidare ai frati la cappelletta della Madonna delle Grazie «extramoenia»[22] .
La principessa di San Severo, Clarice di Sangro, pose
la prima pietra e una croce fu innalzata davanti alla cappelletta dal
Vicario Generale Giuseppe Grimaldi alla presenza dell'Arcidiacono della
Cattedrale Lionardo Palione, poiché tutte le chiese, che erano fuori
dalle mura, erano sotto la giurisdizione della Cattedrale. Mentre si
costruiva il convento, morì il vescovo e il clero ne approfitta per
togliere la predetta cappella ai frati, per cui questi furono costretti
ad andarsene da San Severo. Essendosi ribellata la città per
l'allontanamento dei Cappuccini, il benestante Giuseppe Pazienza, figlio
del mastrogiurato Giacomo, che aveva donato ai frati due ettari di
terreno, intervenne presso le autorità di allora. II sindaco, Pompilio
Barletta, che aveva anch'egli contribuito alle spese della fabbrica,
richiamò in San Severo i Cappuccini e dispose la continuazione dei
lavori. Da quanto innanzi
detto, ci sembra esagerato quanto rileva il Lucchino e cioè che i
soldati furono inviati per «distruggere» la città (e per quale
motivo?). Si ritiene che l'invio dei soldati a San Severo non fu contro
i cittadini, ma contro il di Sangro per ostacolarlo nell'esercizio dei
suoi diritti feudali. La politica dell'Osuna, come è stato detto, era
del tutto antifeudale e tendeva a favorire le popolazioni e a legarle
all'imperatore, sottraendole alle prepotenze del baronaggio. È da
ritenersi che, se vi fu un saccheggio, esso fu perpetrato su beni di
pertinenza del barone e, forse, anche dei suoi accoliti. Può darsi che
i soldati abbiano esagerato, come avviene spesso in tali avvenimenti;
d'altra parte il Lucchino, che fu testimone dei fatti, è un po'
superficiale e ci mette in sospetto, perché ora si mostra abbastanza
ligio verso il di Sangro (egli che prima biasimava la condotta del
popolo sanseverese «che col desiderio di governare e con la sua
instabilità e leggerezza, fu causa ognora di calamità e rovina»)
e ce lo rappresenta come un buon principe, più che feudatario, quando
scrive «facendo l'ufficio di vero buon figliolo ed ottimo cittadino».
Timore o sdegno? Si pensa che oltre il timore, fu anche il risentimento
(che il Lucchino aveva contro quei soldati, considerati eretici) a
spingerlo a disapprovare l’azione dell’Osuna e a elogiare il di
Sangro, tanto è vero che attribuisce a S. Sebastiano il miracolo di
aver salvato la città da quelle orde miscredenti. |
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