|
ANTONIO LUCCHINO
DEL TERREMOTO CHE ADDI' 30 LUGLIO 1627 RUINO' LA CITTA' DI SAN SEVERO E TERRE CONVICINE (Cronaca inedita del 1630)
A cura di NICOLA CHECCHIA
FOGGIA * PREFAZIONE In uno dei tranquilli vagabondaggi vespertini di ora sono parecchi anni, si pensò con alcuni giovani cultori di storia cittadina di dar vita ad una serie di pubblicazioni, e storiche e scientifiche nella quale avrebbero dovuto trovar degno posto, curate da studiosi di seria preparazione specifica, tutte quelle opere, rare o inedite, che, scritte da sanseveresi, danno comunque e lustro e nobiltà alla nostra Terra.
Appunto perchè è in me la sensazione viva che l'opera mia, maturata negli ozi estivi in riva d'Arno e mandata avanti con assidua cura, non sarà vana se varrà a stingere intorno a me, in un concorde lavoro di rivalutazione, quanti della nostra terra conoscono ed amano la storia millenaria e gli uomini che
cotesta storia hanno costruita o comunque illustrata.
Tutti gli apografi
della Cronaca che si posseggono da alcune vecchie famiglie di S. Severo, hanno come titolo:
Origine, vicende, stato, caduta della Città di Sansevero - Con la descrizione di
alcune Terre, Casali e Città di essa convicine del - Rev.do D. Giulio Lucchino Arciprete della Chiesa Parrocchiale di S. Nicola - Sansevero,
A.D. 1630.
Fin qui la lucida nota critica con la quale il Del Vecchio risolve definitivamente la questione della paternità dello scritto. NICOLA CHECCHIA *
Questo
governo[4]
si reggeva a guisa di Republica da' Cittadini nobili,
e l'ufficio non era a vita, ma anche de' successori della famiglia.
Erano in numero di quaranta. Questi ogni anno convocavano il Consiglio
di loro stessi, ed a voce si sceglievano quattro di essi che dovevano
esercitare il governo di quell'anno, cioè il Mastrogiurato e tre
Sindaci, a cui si assegnava certa limitazione di governo, che potevano
effettuare essi quattro soli ; ma nelle cose di più importanza erano
necessitati di convocare il Consiglio di quaranta, e sebbene non vi
convenivano tutti, da venticinque in su potevano deliberare e
conchiudere i negozi che si trattavano. Era questo governo così sodo
e unito, che il Padrone cominciò a conoscere il suo dominio essere di
niun momento, stando tutto il governo in mano de' nobili, e perpetuo
come in effetto lo era. Dal che si mosse il principe Paolo figliuolo del
suddetto Duca (che ancora vivendo il padre, pe' gran meriti che
concorrevano nella sua persona aveva meritato da Sua Maestà questo
titolo sopra Sansevero) a battere alla gagliarda per disfare sì fatto
governo, e vi fece venire un Auditore della Provincia delegato dal Vicerè
del Regno ad esplorare la volontà del Popolo ; il quale vedendosi
perpetuamente privo di governare, ed odiando questo ufficio ne' nobili,
a' quali pareva loro essere in certo modo soggetti, in consiglio
generale accettarono la distruzione di esso, non vedendo che quella poca
ambizione di governare li tirava alla totale loro oppressione: Fu
insomma questo sì utile e nobile governo, con grandissimo gusto del
Padrone, ridotto ad un certo modo popolare. Oh ! superbia ed ambizione
di popolo, che col desiderio di governare, e colla sua instabilità e
leggerezza si causa ognora calamità e ruina!
Predisse
la ruina di questa città, allora Castello, il Signor Cesare d'Evoli,
Cavaliere di grandi lettere e filosofo de' primi del suo tempo, il quale
abitava con sua famiglia in esso, avendo più volte detto pubblicamente
che non molto tempo dopo dovea distruggersi ; ma non esplicò il modo. Questo
istesso gran filosofo predisse a molti particolari[5]
le loro
calamità e rovine, ed, eziandio le morti, che, come riferirono ed ora
riferiscono molti vecchi che lo conobbero, successero puntualmente. Ma
queste calamità ed altre tralasciando, anderò narrandone alcune
occorse più moderne a tempi nostri, che, sebbene prima se ne fece poca
stima, sono state ora assai ben conosciute come segni dell'ultima ruina.
La
seconda fu lo stesso anno che il Signor Duca di Ossuna, allora Vicerè
del Regno, per molti disgusti ricevuti dal Principe Paolo, il quale alla
gagliarda ed alla scoverta, facendo l'ufficio di vero buon figliuolo ed
ottimo cittadino, si oppose a' suoi nascosti disegni che erano di farsi
Re di Napoli, ove con sì fatto colore designava introdurre l'esercito,
mandò in questa città ad alloggiare cinquecento Vailoni, la maggior
parte eretici, con disegno di farla distruggere; e la tennero oppressa
dalli 25 novembre sino a' 28 gennaio 1618, nel qual giorno si celebrava
la festività di S. Sebastiano, uno de' Patroni e protettori della città,
come si disse, da cui miracolosamente si ottenne la grazia ; e vi
furono, oltre i danni delle case guaste e bruciate ed alberi,
specialmente d'olive, tagliati nelle possessioni, da 3000 ducati d'interesse[6].
La
terza calamità sortì l'anno seguente, che mentre si vedevano le
campagne fiorire per la gran quantità de' frutti, d'ulive e uve, che se
ne sperava un'abbondantissima ricolta, in un subito, cosa veramente
maravigliosa, apparve un' innumerabile quantità di vermi per tutte le
possessioni e vigne, di grossezza quanto, il dito grosso della mano, e
di lunghezza mezzo palmo, e chi poco più e chi poco meno; di colore
altri neri, altri gialli e rossi, e altri di tutti questi colori ben
distinti; ve n' erano anche di color verde, ed altri di color giallo e
verde, che il loro invoglio sembrava un drappo turchesco ordinatamente
dipinto da artificiose mani di eccellente artista; e tutti avevano
egualmente il muso a guisa di bruco, e numero grande di piedi a due
ordini, dalla coda fin presso alla bocca. I quali non solo divoravano i
pampini delle viti e fronde degli alberi, ma i fiori, i frutti e
l'agreste e se altro di buono vi fosse stato. E comechè la cosa fu
inopinata, non altre volte vista, conforme la relazione de' vecchi,
diede grande spavento, e molto più che non si sapeva il modo di
distruggerli, anzi si dubitava (e così affermano gl'intendenti delle
cose naturali) che dovessero causare pestilenza non poca. Si prese
nulladimeno il buon parere di cavar uomini con forbici, che li
tagliassero per mezzo, uccidendoli; e così fu fatto[7]. E
dissero quei destinati a tale opera che nel tagliarli sentivano gran
fetore. E sebbene questo giovò non poco, come venne il caldo del sol
Lione si creparono per la sazietà e il calore da loro stessi. Ma io e
molti altri tenemmo che il Signor Iddio con la sua grande misericordia
riparasse a tanta ruina; e però avertit manum suam, ed anche raffrenò la causa che doveva per mezzo
di questi vermi recarci la
pestilenza; giacchè si ricorse anche
a Lui, con processioni, nelle quali si maledissero all'uso della Cattolica Chiesa.
La
quarta calamità fu l'anno 1620, che fu presa Manfredonia da' Turchi, e
in Sansevero si stette con grandissimo timore, dubitandosi che non
contenti i Turchi della presa e bottino di Manfredonia avessero a fare
scorreria per la Puglia. Il travaglio di ciò fu tanto grande che più
delle due terze parti della città si partirono con i preziosi mobili,
che nell'imminenza di quella furia potessero infardellare, e andarono
per le campagne aperte, o in alcune torri forti, che noti si sarebbero
così di subito potuto espugnare; ove dimorarono con: gran travaglio
sino a che i Turchi si partirono alla volta di Levante.
La
quinta calamità, o se vogliamo chiamarla segno, fu l'anno 1621[8],
che a' sei di Agosto, tre ore avanti giorno, fu in questa Città un
terremoto tanto veemente ed orribile che io, che mi svegliai a così
gran tremore, viddi la mia casa come aprirsi in tutti quattro gli
angoli, e quasi senza speranza di salute fuggii per uscir fuori alla
strada; ed aperta la porta finì il tremore. E trovai molti uomini e
donne in quella piazza, che dicevano esser durato tanto il tremore che
essi erano risvegliati, vestiti e usciti poi fuori mentre ei durava,
talchè, a mio giudizio, tremo la terra un mezzo quarto d'ora. Di poi
rinnovò con una scossa, tanto terribile che fu miracolo che non cadde
la città da' fondamenti; ma per grazia del Signore per allora non passò
più avanti, nè fe' altro male; e, per quanto si seppe poi, ne' luoghi
convicini fu tanto poco che appena s' intese. Sicchè a noi fu segno e
vigilia della gran festa che dovea seguire conforme si dirà appresso. La
sesta calamità, o se vogliamo pure darle la denominazione di segno,
fu l'anno 1624, che soprabbondò tanto l'acqua sotto la Città che i
pozzi s'impirono sino alla sommità; e fu gran maraviglia, poiché i
pozzi, de' quali è abbondantissima, tengono l'acqua bassa sette o otto
passi, che sono cinquanta o cinquantacinque palmi; e per questo si
rovinarono molte case. Di che accortisi li cittadini si die' per
espediente di empire molti pozzi di terra; ed in tal modo si mantennero
le case. Molte fosse di grano si marcirono, che si trovarono piene di
acqua che scaturiva e cresceva di sotto, e s'alzava tanto che veniva
bagnato il grano; e molte che erano vacue in molti luoghi della città
si profondarono lasciando molte aperture in forma circolare. E si stava
in gran timore che la città non fusse abissata, e di subito insorgesse
un lago d'acqua.
In
questo tempo alla parte bassa della città, poco lungi dalla Porta di
Foggia, apparse un ruscelletto di acqua, che correva sino alla Cappella
dello Spirito Santo, un miglio discosto per la strada che si va a
Foggia; che, per quanto si scorgeva, era minerale, e ferrea[9].
E sebbene non vi si pose cura, si poteva giudicare che questo era il
luogo del tempio di Podalirio[10], che stava dalla parte bassa a
piè del Castello, e che questa era l'acqua nominata da Strabone e
riferita dal Cieco di Forlì e dall' Alberti, che usciva da quel tempio
e i paesani usavano per le loro infermità e degli animali. La quale
acqua non per potenza del falso Dio che si adorava in quel tempio, ma
per virtù naturale, sanava quei morbi, come in Pozzuoli e in molti
altri luoghi d'Italia si trovano di simili acque. Questo ruscelletto poi
si disperse l'anno seguente quando calarono le acque de' pozzi al loro
luogo. E
se dar si potesse credito agli Augurj, direi che questa ruina fu anche
l'anno 1625 predetta dalla gran moltitudine di nottole, che noi
nominiamo civette, che in un subito si udirono in tutt'i luoghi della
città, che di notte e di giorno l'empivano di querule strida e d'
inusitate lamentevoli voci ; ed erano in tanta quantità, che non era
casa, sopra la quale non ve ne fussero cinque o sei. E similmente si
vedevano nelle campagne sopra gli alberi, che in vero era cosa molto
spaventevole ad udirle; e non si poteva sedar l'animo nella
considerazione che avesse a succedere maggior calamità delle altre. *
Per
quattro giorni avanti del terremoto si vidde una quiete d'aria
grandissima, che non spiravano venti, nemmeno una minima aura, ed i
caldi erano eccessivi, e quasi insopportabili. Il sole tanto al
nascere, quanto al tramontare, si vedea carico di vapori grossi, in
maniera, che facilmente senza offensione vi si poteva fissare gli occhi;
e il giorno del terremoto fu assai maggiore il caldo, la quiete e
l'adombramento
de' vapori attorno al sole. Cominciarono
ad udirsi, ma leggermente, i terremoti sin dall'anno precedente 1626, in
ottobre, novembre e dicembre; in gennaio del 27, in febbraio, in marzo
ed aprile: non s'udirono poi il maggio, e il giugno, sino a' trenta di
luglio. E più di venti giorni prima fu una grandissima pioggia nella
Puglia, e maggiore nelle nostre parti, che, ancorché fusse di mezza està,
si vedevano le campagne piene di acque, che da lungi parevano laghi, e
paludi, a cui poi seguirono caldi eccessivi. A'
ventisette di luglio, tre giorni precedenti, fu l'ecclissi della luna,
che si oscurò tutta l'orbita, e dal principio dell'oscurazione sino
alla fine vi passarono sei ore. Si
guastarono le acque de' pozzi e, con maraviglia e stupore di chi le
gustava, davano odore sulfureo, e grave. E il giovedì, giorno
precedente, si udirono molti lampi a guisa di tuoni occupati[11]
sotto alla terra ; e specialmente l'udirono alcuni gentil uomini, che
stavano, pel caldo grandissimo, nel monistero de' Celestini a passare il
tempo con que' Padri. E credo che vi sia stato anche il segno che suoi
precedere a' terremoti, delle nubi lineate e bianche, o al nascere o al
tramontare del sole, ma a questi segni non si pose cura, perchè non v'
erano nè gli Anassimandri, nè i Ferecidi. Vi
fu un altro segno veduto un quarto d' ora avanti da Monsignor
Illustrissimo Venturi, Vescovo della città; il quale da una finestra
del palagio dove abitava, che riguardava il Monte Sant'Angelo[12],
vidde una piccola nube, la quale velocissimamente se ne andava verso il
detto monte; del che si maravigliò non poco, considerando come quella
nube era spinta in tal maniera senza che spirasse vento o aura alcuna.
A'
trenta di luglio dell'anno 1627, il venerdì, che, come si disse, con
maggior forza che ne' giorni precedenti il sole faceva sentire il suo
calore, e maggiori erano anche la quiete e la serenità del cielo, ogni
persona avendo desinato, chi se ne stava racchiuso in casa, e chi in
alcun luogo fresco; e molti s' erano ritirati nelle strade, dove gli
edifici davano ombra, per fuggire al gran caldo. Io per alcuni affari
mi ridussi in un orto all'incontro della Chiesa di Santa Maria della
Grazie[13], ove erano da dieci altre persone. Giunta
l'ora fatale, sedici del giorno, si udì muggir la terra non a guisa
d'un toro, ma di grandissimo tuono, che non si saprebbe dare altra
comparazione, poichè offuscava la mente e l'udito ; ed appresso subito
sì vidde ondeggiare la terra a guisa che sogliono l' onde nel maggior
agitamento del mare, in maniera che io ed i miei compagni fummo battuti
da quell'impeto di faccia a terra, e, senza mancar niente il muggito,
nell'alzarci si sollevò ondeggiando di nuovo la terra, e di nuovo
caddimo ; ma assai più la terza volta, che ondeggiò con maggiore
rabbia che a me parse cadere da sopra un colle. Diede poi una scossa si
grande e terribile verso ostro, che rovinò in un subito tutta la Città;
e noi avanti a' nostri occhi viddimo, e udimmo, la ruina della Chiesa
delle Grazie[14]. Seguitò poi lentamente il tremore, ed alzati,
che fummo, si vidde ingombrata, e coverta di una densissima caligine di
polvere la Città ; e così si vidde sopra Torremaggiore, S. Paolo,
Serra Capriola, Apricena e Lesina; con che quelle terre diedero segno
ancora di loro ruina.
Tutti,
restati sbigottiti e pieni di timore, andammo con sollecito piede verso
la Città per soccorrere i nostri parenti e cittadini, se si poteva; e
durò tanto il tremore che giunsimo nella città, lontana da quel luogo
quasi uno stadio, ed allora quel venticello fresco rinforzò, e quella
polvere s'alzò in aria, la quale riverberando i raggi del sole, pareva
di lontano, che fusse involta di fiamma di fuoco, e si potevano
chiaramente vedere le ruine della misera città abbattuta e
fracassata; e in un subito si rappresentò a' languidi occhi caso di
molta pietà e compassione; poichè
oltre le alte e lamentevoli grida, che s'udivano per tutto dei salvi,
che piangevano la comune e privata disgrazia, si vedevano uscir fuori
della città[15]
le meste genti impolverate in maniera che non
vi si poteva in modo alcuno scorgere effigie umana, e sembrava ognuno un
ammasso di polvere; il che si aggiungeva maggior pietà e compassione
vedendosi scaturire dalle ferite di quei miseri fonti anzi rivi di
sangue, che scorrendo di sopra quella polvere, parevano tanti ruscelli,
che corressero per arenose campagne. Si vedevano altri portar fuori
corpi morti, altri semivivi, ed altri storpiati, che non potevano
camminare; e li buttavano per la campagna
con tanti lamenti e pianti, che occupavano le menti, e poteva dirsi aver
cuor d'aspro macigno chi non accompagnava loro con lamenti e pianti.
Quei
che non avevano patito cosa alcuna si davano attorno agli orti a far
capanne con sprovieri[16]
di tela e lenzuoli, che si potevano
con tanta necessità ritrovare. Noi intanto entrammo nella città, dove
s'udivano maggiori i pianti e le strida, piangendo chi il padre, chi la
madre, altri i figli, i fratelli e le sorelle, chi gli amici ; e in
tanta confusione di cose quel che dava più terrore era che la miseria
dell'uno affliggeva maggiormente l'altro in maniera che vano sembrava
ogni soccorso ed ajuto; ed in noi s'accrebbe più la maraviglia e lo
stupore vedendo al tutto ed in un punto rovinata quella città, che
duemilacentottantanove anni si era mantenuta in piedi[17]
e
nella sua riputazione. Non vi era più forma di casamenti, nè di palagi,
nè di Chiese; le strade erano tutte piene di monti di pietre, che non
vi si poteva camminare se non a brancolone e con gran difficoltà.
Corsimo ognuno alla sua casa, ed io trovai la mia abbattuta da'
fondamenti con morte di tutta la gente, che si trovava, che furono una
sventurata mia sorella, una sua figlia ed una serva.
Non mancò però in tanta miseria la pietà cristiana in quei rimasti in vita ; poichè si diede ognuno con molta carità e pietosa sollecitudine a disotterrare quei che gridavano sotto le pietre. Era in vero un assai compassionevole caso, perchè mentre uno andava cercando il parente o l'amico per aiutarlo, s'udiva chiamare da sotto le pietre : O tu, qualunque sei, che per qui sopra cammini, muoviti a pietà della mia disgrazia; porgimi, deh, dammi ajuto in tanta necessità, che mi vedo morire senza soccorso alcuno. Ed era sì grande la compassione destata da queste lamentevoli grida, che lasciato il primiero intento, per cui uno andava, si fermava a disotterrare quello che era ivi sepolto. E quanti furono quelli che mentre stavano accinti a disotterrare uno, si sentivano chiamare da un altro poco discosto, cercando anche ajuto! Restavano sospesi e quasi insensati, non sapendo a chi prima si dovessero volgere a soccorrere. E frattanto quei miseri sepolti sotto quelle rovine tra atroci e aspri dolori se ne morivano. E molti che si disotterravano da loro stessi, pareva che allora risuscitassero ed uscissero dalla sepoltura, imbrattati di polvere, calcina e sangue.
Fu
gran caso in vero che si trovarono delle persone che stettero
sotterrate chi sette, chi quindici ore, e chi sino a due giorni, e
uscirono vive e camparono; e dei figliuoli in fascia si trovarono vivi
dopo due ed anche dopo tre giorni, e vissero. E non lascerò di dire, a
questo proposito, un miracoloso avvenimento sortito ad un mio nipotino
di due anni; ed è che essendo rovinata tutta la sua casa, nella quale
era morto Giovanni Antonio Gallucci suo padre e uscitane la madre poco
viva e tutta pesta dalle pietre,
gli sovrastava un monte di sassi fatto da quattro muri che erano ivi
rovinati l'uno sopra l'altro di maniera che solamente la testa era fuori
; e chiaramente vedevasi il gran pericolo che sovrastava a tutti quelli
che volevano accingersi a salvarlo, perchè non altro che solo una cassa
si opponeva a quel monte ; sicchè niuno aveva ardire di rimuovere una
pietra ; e il figliuolo vi stette così dalle sedici ore sino alle
ventitrè del giorno ; nel qual tempo pregai Scipione Stella mio cognato[18]
di andare a vedere se poteva cavarlo da quel pericolo. Egli
subito vi andò e trovò il figliuolo che stava chiamando la madre che
gli desse il latte ; e veduto il pericolo si spaventò e si disanimò di
poterlo ajutare ; ma pur coll'ajuto d'un altro uomo pietoso, puntellata
la cassa alla meglio che si potè, con gran difficoltà e pericolo
giunsero
a disotterrarlo e a metterlo in salvo. Ma appena furono giunti in strada
quel monte di pietre cadde tutto sopra il luogo, dove era prima il
figliuolo ; e si conobbe assai bene che sin d'allora era stato tenuto
miracolosamente in protezione dal suo Angelo Custode e da S. Giuseppe di
cui teneva il nome. Potrei di simili casi raccontare molti altri, ma per
brevità si tralasciano.
Molti
perirono per non aver avuto presto il soccorso, e molti altri morirono
subito ; ma assai ne ammazzò il secondo terremoto che venne di là ad
un quarto d'ora, per cui restringendosi maggiormente i crepacci, molte
mura crollarono. Assai
de' salvati, dopo aver soccorso alcuni, infervorati a dar ajuto ad
altri, furono sorpresi dalle cadenti mura ed ammazzati ; tra i quali fu
Francesco Zuccaro, che dopo aver con molta carità salvati alcuni, corse
ancora per salvare una sua serva, che sotto un muro di sua casa stava
morendo ; ma prima che giungesse a lei, quel muro rovinò e lo sbranò
subito; ma pare che il Signore Iddio gli facesse grazia, giacchè potè
dire i suoi peccati ad un Confessore che ivi si trovò a caso. Sicchè
la serva non potè essere soccorsa, ed egli vi lasciò miseramente la
vita. Ed un Ottavio Manuppelli, il quale, essendo da quelle rovine
uscito illeso, e volendo con pietà cristiana ed amore maritale, andare
a soccorrere la moglie ed i figli, che stavano, non potendone uscire,
con grandissimo pericolo nella sua casa, appena giunto dentro, rovinò
tutto; ed egli con la moglie e i figli, eccetto uno che si salvò
rimanendo sconciamente ferito, si fece della propria casa sepoltura.
Molti altri casi simili potrei dire, ma li lascio per non dare nella
prolissità.
La
Chiesa di S. Giovanni[23]
rimase in piedi, benchè in molti
luoghi aperta dalla parte di dentro: ne cadde solamente una bancata del
tetto sopra la porta maggiore. Dentro ivi rovinò la Cappella della S.ma
Annunziata, sopra di cui era l'organo, il quale rimase senza danno
alcuno sopra un solo piede, che l'altro restò in alto, in un modo così
maraviglioso, che molti corsero a veder ciò come miracolo. Le statue
della Cappella maggiore, di quella eccellenza di scultura, che si
disse, vennero tutte a terra, e ancor che cadessero dall'alto più di
quindici palmi, e fussero di legno e di quel sottilissimo lavoro, come
si è narrato, non furono guaste nè toccate in cosa alcuna : miracolo
in vero fu molto grande, che, di ragione, per la gran furia che portò
il terremoto, e per l'altezza del luogo, onde caddero, dovevano
fracassarsi tutte. Un angolo di pietra, il quale stava fuori sulla cima
del muro sopra la porta maggiore, si spiccò dal suo luogo, sbalzò nel
fosso fuori le mura[24]
della città cinquanta o sessanta passi
lontano ; ed altrettanto lontano fu trovata la croce di ferro, che era
sulla cima del muro sopra l'altare maggiore di essa Chiesa. Del
Monistero de' Celestini[25]
caddero tutti i dormitori, e quello
del Noviziato da' fondamenti, e della Chiesa la tribuna, che colla sua
rovina fracassò l'organo che vi era dentro. Rovinò anche il campanile,
ma le campane rimasero intatte, eccetto che della maggiore si rupperò i
manichi ; e non vi morì alcuno.
Del
Monistero di S. Francesco[26]
rovinò la migliore maggior parte
dei dormitorii, e il campanile si aprì tutto senza guastarsi niuna
campana. Della Chiesa cadde tutto il tetto ; il coro, che ancora vi era,
venne a terra unito colla tribuna. II rimanente della Chiesa, che era di
mattoni, e gl'incastri rimasero in piedi. Del
Monistero di S. Agostino[27]
caddero tutti i dormitori e così
il campanile, ma le campane non furono guaste; della Chiesa, che è
tutta di mattoni; rovinò solamente il tetto. Non vi morì persona
alcuna. Del
Monistero di S. Berardino[28], de' Zoccolanti, rovinò una gran
parte de' dormitori, e specialmente di quelli verso la città. La Chiesa
rimase in piedi, ma in molti luoghi guasta. Non vi fu altro danno, e non
vi morì nessuno. Il
Monistero de' Cappuccini[29]
ricevè pochissimo danno, e quel di
S. Rocco[30]
similmente. Del
Monistero de' Domenicani[31]
cadde tutta la Chiesa, e le stanze
nuove di sopra, restando intatte le volte di sotto; e non poco furono
danneggiate le stanze vecchie, senza però morirvi alcuno. Il
Monistero delle Monache[32]
ruinò tutto, e parte della Chiesa
vecchia ; ma la nuova rimase intatta. Vi morì una monaca, e certe altre
rimasero ferite[33]. Le monache ricoverarono presso i loro
parenti, e poi furono ripartite alcune in Foggia, altre in Lucera, altre
in Troia ed altre in Napoli in due Monisteri, in quello di S. Chiara ed
in quello di S. Sebastiano.
Cadde
quasi da' fondamenti la Chiesa di S. Croce[34]
al Mercato[35],
mille e novantadue anni dopo che fu edificata[36]. Questa
Chiesa, come innanzi si disse, fu la prima eretta da poichè la città
prese la Santa Fede. La
Chiesetta della Pietà[37], nell' istesso luogo nominato, rimase
intatta ; ma quella di S. Onofrio[38], ivi medesimo, con tutto
l'ospedale de' Pellegrini rovinò da' fondamenti, nè vi rimase altro in
piedi che una volta di mattoni sotto l'Ospedale. Dell'
Ospedale del Monte della Pietà[39]
caddero gli ospizii e
l'infermeria, rimanendo salde le stanze sottane e buona parte di una
volta sotto l'infermeria, ove era un trappeto per l'olio. Della Chiesa
cadde tutta la facciata, e quasi tutto il tetto. Non vi morì però
alcuno. Della
Chiesa delle Grazie caddero le volte che sostenevano il tetto, e tutto
il muro verso la città. Di
S. Biase cadde poca cosa; e la Chiesa dell'Oliveto[40]
rimase intatta[41].
Ruinaronsi
le stanze tutte di sopra del Palagio del Signor Principe, e rimasero
salve tutte la volte di sotto. Quel del Signor Mazzagrugni, dov'era il
Governatore, rimase buona parte in piedi; ed il muro che sovrastava alle
carceri, ancorchè minacciasse gran ruina, rimase in piedi per qualche
tempo, in modo che i carcerati ne poterono uscire salvi. Quel di
Giannotti ruinò quasi tutto, e quel degli Ortizj similmente ; che non
rimase salva se non la facciata verso la piazza colle botteghe, e certe
volte di sotto e vi morì la Signora Laura figliuola del Signor Capitano
Marino Negri[42]
e moglie del Signor Lelio Nicastro. Quel del
Signor Luca Torres, che fu già del suddetto Nicola Rosa[43],
ove albergò due volte il Re Ferdinando primo di Aragona, ruinò quasi
da' fondamenti, ma non vi fu offenzione di persona alcuna. Cadde
buona parte del Palazzo di Donato Pazienza, ove abitava Monsignor
Vescovo Venturi, dalle cui ruine si salvò miracolosamente esso e quasi
tutta la famiglia, poichè non vi morì altro che il Segretario, che
saltando da una finestra per salvarsi, fu atterrato dalla pietra di
essa, ed uno staffiere; ed il Teologo si salvò malamente ferito. Ruinò
buona parte del Palazzo del Signor Antonio Negri, e specialmente una
stanza terrena, che esso Signore teneva per li forastieri, e diporto
degli amici, ove con onorati trattenimenti da molti galantuomini[44]
della città si passava il tempo, e specialmente in discorsi di belle
lettere e nei piaceri della musica ; e fu miracolo che non vi perisse
alcuno, poichè anche quando non vi era il Signor Antonio vi si soleva
tenere conversazione. Nella ruina di questo palazzo non s'ebbe a
deplorare la morte di persona alcuna, perchè il Padrone colla Signora
Porzia Baccari si ritrovavano in Foggia in casa del Signor Berardino
Belvedere, marito della Signora Angela Negri, sua sorella. Ruinarono
le case vescovili, ove abitava il Protonotario Don Giovanbattista
Nottula Canonico Penitenziere, nelle cui ruine il misero sotterrato
dalle pietre dentro al proprio letto, lasciò la vita; e se era presto
il soccorso non moriva, giacchè per un'ora e mezzo fu udito gridare
ajuto. E' fama che da mali uomini gli fusse stata accelerata la morte,
per togliergli le monete, che avesse in casa. Costui fu un tempo
Vicario Generale nella città di Venosa, e Vescovile, ed Apostolico; e
in questa nostra città fu cinque anni Vicario Generale di Monsignor
Vescovo Caputo, e alquanti mesi anche di Monsignor Vescovo Venturi. Era
un uomo in molte cose liberale, e in molte tenace. Riceveva volentieri
in casa personaggi grandi, e li spesava lautamente ; e così faceva
molte altre volte cogli amici; ma poi nella sua morte non si sa che
cosa si sia fatta delle sue facoltà, perchè non desiderò mai di
tenere de' suoi in casa. Lungo
sarebbe descrivere, anche se volessi accennare, le altre ruine; ma posso
dire che non fu casa o palagio o tempio nè piccolo nè grande, che non
fusse tocco in tutto o in parte da sì crudele flagello. Fatto
con diligenza il numero de' morti, tra uomini, donne e fanciulli, si
trovò esser stato ottocento in circa quello de' cittadini[45]
;
senza il numero grande de' forastieri, de' quali non si potè avere
contezza ; e questo numero sì poco di morti fu, perchè era il tempo
dell'aria[46], che la maggior parte degli abitanti si ritrovava
per la campagna.
Non
lascerò di dire alcuni fatti, che si riferirono il giorno stesso del
terremoto, però, come io ne sto a relazioni di altri, non posso
accetarli per veri, nè crederli falsi, conciossiacchè niuna cosa possa
giudicarsi non poter sortire, concorrendo la volontà di Dio ; e assai
cose più maravigliose siano successe nel mondo. Riferì
il Signor Don Alessandro Malice, Dottore e Primicerio della Cattedrale,
uomo dabbene e di credito, che egli ritrovandosi in casa nella sua
camera, nell'udir che fece il
terremoto, vedendo la gran ruina che portava, e considerando che poteva
facilmente perire, s'inginocchiò mandando preghiere a Dio per l'ajuto
del corpo, se poteva scampare, e dell'anima, se doveva in quel punto
morire ; e mentre la casa dibattendosi dalla forza del terremoto in più
parti s'apriva, in maniera che si vedeva il cielo, egli stando cogli
occhi volti in alto vidde come un gran braccio che, sovrastando alla
città in aria, le dava come uno schiaffo. Una
donna, sorella d'un prete, ritrovandosi poco prima del terremoto in una
stanza sottana della sua casa, dove in un centimolo faceva macinare del
grano, udì dalla strada uno che chiedeva l'elemosina, e fattasi alla
porta vidde un pellegrino di aspetto venerando, vestito di bianco ; ed
ella, facendo diligenza se aveva quadrini addosso per darglieli, e non
trovandosene, disse che spettasse, che sarebbe andata sopra a prenderli,
e quello rispose: Sei benedetta, figliuola ; non importa; e dando
un sospiro soggiunse: Adesso caderanno tutte le graste dalle finestre
di questa città. Ed ella intanto avida di dargli l'elemosina, corse
sulla casa, ma all'uscire che fece dalla porta, non vidde più iI
pellegrino, ed all'istesso punto giunse il terremoto. Graste si
chiamano in Sansevero quelle teste[47]
che si tengono su i
balconi per ornamento, ove si piantano de' fiori, ed erbe[48]
;
e quel pellegrino, o spirito che fusse, annunciatore di tanta rovina,
volle usare il vocabolo del paese, per farsi intendere dalla donna. La
quale poi rimasta viva sotto le ruine di sua casa, subbito che vidde
tale ruina s'avvidde che quel pellegrino le aveva annunciato e predetto
il futuro terremoto; ed all'istesso tempo io riferì con altre persone
scampate.
Poi
seguitò il terremoto, e tutti gli scampati si davano ad uscir fuori[49].
Una buona parte si era riparata in uno degli orti che sono attorno alla
città, ove era un picciolo tugurio per uso degli ortolani. Andando
alcune donne intorno di esso ne uscì un cane che latrando correva
contro di esse per morderle, quando. s'accorsero che teneva due
cagnolini dentro il tugurio, e credendo la cagna figliata, dissero al
padrone che l'avesse tolta di là, perchè avrebbe potuto fare alcun
danno, e specialmente a' figliuoli, che potevano passarvi. Colui rispose
non tener cagna figliata, ma che quello era un solo cane ; e replicando
le donne che quella era una cagna figliata, egli andò a vederlo, ed il
cane si avventò verso di lui per morderlo; ed egli vidde che era il suo
cane che guardava que' due cagnolini, come sogliono fare le cagne
figliate, e se li metteva sopra lambendoli; e non essendovi altra cagna
venne in cognizione cogli altri, che quel cagno maschio aveva partorito
prodigiosamente due cagnolini[50]. Seguitando
poi le scosse del terremoto, tutti li cittadini salvati erano usciti
fuori delle mura; e prima che giungesse la notte, si trovarono tutti
negli orti attorno alla città, chi sotto tende fatte con panni, come
meglio si potè in que' momenti, e chi a cielo scoperto non avendo mezzo
alcuno per potersi riparare. S'incominciò a dubitare che avessero a
mancare le cose necessarie al vitto, perchè pareva non esservi pane nè
vino nè altro. Ma il Signore Iddio cominciò a mostrare la sua pietà,
poichè essendo rovinata ogni cosa, fu pure miracolo grande che non mancò
a niuna persona pane, vino, ed ogni altra cosa necessaria, e seguì poi
un'abbondanza grande di tutte le cose.
Circa
i corpi morti diessi ordine con pietà cristiana di portarli alle
seppolture ; ma perchè di queste poche erano rimaste scoverte,
s'empirono subito; e molti cadaveri puzzolenti furono bruciati, e le
ceneri poi portate ne' luoghi sagri. Si bruciarono tutti gli animali
morti con celerità grande, e con questo si andò riparando alla
pestilenza che potevano causare que' putridi cadaveri. Mostrò
il Signore Iddio tanta clemenza e misericordia agli scampati, che in
vero fu miracolo inudito che di tutti li feriti non morirono più di
otto o dieci ; e gli altri in numero grande, specialmente de' feriti
malamente in testa, benchè se ne stessero allo scoverto, al sole, e
sereno, a' venti, e piogge, fra pochi giorni si sanarono, e quello che
ingrandì maggiormente il miracolo, senza ajuto di medici nè di
medicina alcuna; ed alcuni che andarono, come si disse, fuori in altri
luoghi, ed ebbero la comodità de' medici, e medicine, tardarono assai
tempo a ricuperare la salute, ed alcuni ne morirono. Ma
alla madre del chierico che morì sul campanile della Chiesa di S.
Severino, come si disse; sortì miracolo assai maggiore. Costei
ritrovandosi con una ferita di considerazione[54]
in testa,
quando sentì che il figlio per mancanza di ajuto se ne era morto sul
campanile, sorpresa[55]
dal dolore, e mossa dalla disperazione,
non solo per morire si squarciò la ferita, e l'aperse maggiormente, ma
eziandio vi pose dell'acqua, ed altre cose offensive, e contrarie, per
inasprirla, e nulla di meno, quando pensava che fra breve sarebbe
passata all'altra vita, senz'altro medicamento si trovò sana, e salva ;
e perchè ella era buona cristiana, avvedutasi dell'errore e che ben
altra era la volontà di Dio, lo ringraziò della grazia, ed attese a
far bene per l'anima del figlio. E questo io ho più volte inteso dalla
bocca propria dell'istessa donna.
A
queste, ed altre grazie, come di una raccolta fertilissima di grano,
orzo e d'ogni sorta di legumi, ed appresso di vino e d'olio, soggiunse[56]
il Signore Iddio un' altra grazia grande, e si fu che fra lo spazio di
quattro o cinque mesi dopo il terremoto, vi fu più di dugentocinquanta
ma trimonj di povere vergini, e donne abbandonate per la morte de' loro
parenti ; e benchè si trovassero senza ajuto umano, e senza dote,
quelli uomini che le presero in mogli rimasero tutti soddisfatti, e
contenti, come se avessero prese Reine e tesori per dote. Quindi si
venne in buona cognizione, e considerazione, che il Signor Iddio con la
potenza della sua misericordia aveva determinato che si rifacesse la
città distrutta, e riempissesi di nuovi abitanti quanto prima, e da
tutti fu ringraziato pienamente. Avvenne poi[57]
del terremoto,
fra le grazie raccontate e molte altre, quali si lasciano per brevità[58]
,
questi infelici avvenimenti, forse per esprimere[59]
il Signore
Iddio la superbia che poteva nascere in noi per tanti divini favori.
Nove giorni dopo il terremoto, maggiormente (ancorchè si rinnovasse
dieci volte in circa al giorno e notte con spavento indicibile,
dubitandosi di nuovi mali) si fe' la notte del sabato vegnente[60]
la domenica sentire un terremoto veemente e grande, che fu poco
dissimile dal primo. E benchè si stesse in campagna, si ebbe un timore
grandissimo, non meno che nello stesso primo terremoto. Questa scossa
finì di rovinare la Serra Capriola, come si dirà a suo tempo. Continuavano
i terremoti, così spesso, ora piccoli, ora grandi, sempre accompagnati
da muggiti, con universal spavento, che ognuno si pronosticava più
tosto la morte che la vita, quando a' trenta di agosto, finito il mese
intero dal primo terremoto, poi molti terremoti che s'udirono quel
giorno[61]
, verso le ore ventuno si mosse un grandissimo
temporale con potenti lampeggi, che parevano i tuoni e le saette cadenti
ed i lampi infocati volessero
rovinare il mondo.
A' sei di settembre seguì un'altra gran
tempesta con grossissimi grandini, che, come riferì un contadino, in
Sane Antonio feudo del Signor Principe, erano caduti di estrema
grandezza, e più di mezzo rotolo l'uno[63] , la quale
tempesta guastò alcune parti delle vigne della città.
Verso
le ventidue ore poi venne un terremoto forte poco meno del
primo, per lo quale si dubitò dovesse abissare il tutto, perchè i
crolli furono
spaventosissimi e finirono di rovinare più di sessanta case che
erano rimaste mezzo in piedi. E questo[64] fu assai
più terribile nella parte bassa della città, ove fu maggiore fracasso.
Molti, uomini e donne, con pianti ed urli corsero verso la città
disfatta per vedere ognuno i suoi che erano ivi dentro a disotterrare le
robbe ; ma non vi morì niuno per grazia di Dio. Erano
così spessi i terremoti che non si poteva stare un'ora senza grande
spavento, e
dico bene che rinovarono fra sei mesi più di
mille volte[65] . E
se portò a'
Romani terrore quel terremoto che, come si disse,
a tempo di Annibale sortì al principio della giornata del Trasimeno, e
che rinovò, come disse Tommaso Tommasi, fra[66] un
anno trecento volte, e come vuole Plinio al citato libro[67]
cinquantasette volte, quanto maggiore terrore doveva dare, come in
effetto dava questo. A' ventotto di ottobre, giorno de' Santi Apostoli Simone e
Giuda, due ore avanti giorno si mosse un'altra grandissima procella con
venti, tuoni, lampi e saette, che pareva ardesse il mondo intero. Al
rischiararsi dell'alba, che ancora fieramente durava[68] ,
stando un povero uomo con sua moglie e famiglia in letto, mentre
si alzava per vestirsi nella sua abitazione, ch'era un tugurio che noi
con vocabolo paesano chiamiamo pagliaja,
cadde una saetta sopra il suo letto che di subito ammazzò
il povero uomo, senza toccare nè la moglie nè i figli e nemmeno il
letto ; e non bruciò il tugurio ; ma, passando da questo ad altro
tugurio vicino, , ammazzò due cavalli dell'infelice uomo morto che
erano ivi dentro. Cosa in vero di gran pietà, e spavento insieme. Seguitavano,
come si è detto, i terremoti, in maniera che se si nominavano subito
giungevano, come fossero stati chiamati a voce, quando a' venti di
gennaro dell'intrante anno 1628 a tre ore di notte si eclissò la luna,
e cominciò la sua oscurazione da verso oriente, e si coverse tutta con
grande oscurità, e poi si vidde tutta sanguinosa con mirabile stupore e
spavento di chi la mirava, e durò questa eclisse più di sei ora dal
principio sino alla fine della dischiarazione, la quale cominciò verso
settentrione. Per un'edisse così grande e spaventosa, ognuno giudicava
dover nella primavera rinnovarsi i terremoti assai più crudeli e pertinaci
del primo, e de passati[69]
ma
sebbene nella
primavera furono, non furono gagliardi però[70] .
A'
tredici di maggio, che fu di sabato, a ventidue ore, a cielo chiaro e
sereno si viddero verso ponente due soli in Puglia, e specialmente in
San Severo, che calarono insieme all'occaso ; e comechè questi segni
sogliono portare perniciosi avvenimenti, ognuno tremava e pregava il
Signore Iddio che lo sottraesse da nuovi pericoli. Agli
undici di luglio venendo io da Lucera verso la sera, che era un cielo
serenissimo, viddi il sole che se ne andava verso l'occaso carico di
vapori rubicondi che l'offuscavano siffattamente da potervi fissare gli
occhi senza offensione della vista; e poi viddi sopra il Monte S. Angelo[71] verso
la valle di Stignano due nere nubi piramidali che con le punte rivolte
verso la terra e le basi verso il cielo se ne andavano verso
settentrione l'una dietro l'altra lentamente, benchè non spirasse vento
alcuno; per lo che, avendo io fatto alquanto studio de' terremoti,
predissi che certamente, per questi segni, doveva prodursi un pericoloso
terremoto; e, la sera, giunto nella mia baracca, dissi con la gente di
casa che la notte o il giorno seguente doveva essere un gran terremoto. Nulla
di meno, sperando più presto di no che di sì[72] , andammo a letto. Ma due ore avanti giorno, venendo
le dodici ore, si sentì un terremoto tanto veemente e grande che,
risvegliate, le genti uscirono tutte fuori dalle baracche, dubitandosi
non essere sicure in esse. Io mi ritrovai risvegliato[73] e
sopra pensiero, e da che sentii incominciare con crolli spaventosissimi[74]
dissi più di quindici volte Gesù, e
seguendo la volontà degli altri, mi buttai dal letto e corsi fuori
della baracca che, scuotendosi da ogni parte, dava segno di rovinare ;
e, non appena uscito, il terremoto cessò. Diede tanto maggiore spavento
questo terremoto che da tutti si credette che maggiori ruine avrebbe
recato se fossero rimasti nella Città ; anzi molti dicevano e credevano dovesse la città
divenire un lago di acqua, e
però
non si dovesse irritare la Maestà di Dio in far dimora più
in quel luogo, che la Maestà Sua non voleva che più si abitasse,
e molti erano in pensiero di partirsi non ostante che tutti quelli che
senza maturo consiglio erano andati ad abitare altrove, come si
disse, se ne erano ritirati[75] in Patria, e si avevano
edificate le loro baracche, come gli altri. Il timore di questi era più
grande, che ognuno si dava a credere per certo dover succedere così[76] ,
essendo venuto questo terremoto sì spaventevole alla fine
dell'anno[77] , e tutti vivevano con timore
indicibile, aspettando più tosto la morte che la vita.
Non
mi par lasciare di dire[78] come in sino a capo
dell'anno[79]
, perchè gli[80] altri
sei mesi non fu così spesso[81]
, rinnovò in tutto
il terremoto, con le già dette, da più che millecinquecento volte[82]
.
E perchè i miei molti affari mi hanno continuamente tenuto
impedito, non ha potuto questa relazione prima uscire alla luce del
mondo ed al cospetto degli uomini, e sono trascorso fin qui. Mi
pare anche di dire che questo terremoto non si è, quietato
se prima non sono già finiti tre anni[83]
, ora
facendosi udire con crolli spaventosi, ora mediocri, ed ora piccoli,
sempre accompagnato da' soliti muggiti e suoni, e talora si è udito il
muggito e il suono senza tremare[84] ; ma
comechè s'andò sempre rimettendo, non si udì tanto spesso poi[85]
de' primi anni, nei quali due ultimi non credo si
rinnovasse dugento volte[86]
. E benchè da molti
filosofi si dice che il terremoto possi continuare tre anni[87]
, io non ho ritrovato in niuno
autore scritto che alcun tempo nè alcun luogo[88] sia
durato per questo[89] tempo, come l'abbiamo noi con
esperienza veduto ed udito ; sicchè si è confermata questa sentenza in
queste mirabili parti. Plinio e tutti gli altri che scrivono de'
terremoti, con chiudono che non può fare[90] se non
nasce il sereno e a tempo quieto e sereno e tranquillo, e qui si è pur
veduto coll'esperienza che sono stati a tempo nuvoloso, a tempo di
tempesta, e a tempo di pioggia[91] . Vuole il Sassano
che Flante spirita desuper possit terremotus sublus[92] ,
e ne assegna due ragioni : prima, che i gran venti di sopra
ritrovandosi
i pori della terra aperti in alcun luogo, entrano per quelli nelle sue
viscere, e volendo uscir poi per altre parti, ove sono i pori chiusi,
non potendo, causano il terremoto ; ovvero, movendosi i venti
dell'esalazione che si muove dalla superficie della terra, non possono
impedire quelle esalazioni, che si trovavo incontrate nelle viscere di
essa, che non trovando l'esito con loro impeto le diano il moto, e
facciano tremare[93] . Abbiamo noi praticata questa
filosofia con l'esperienza, poichè molte volte, che soffiano venti
gagliardissimi o australi o settentrionali ch'eglino si fussero, si è
udito il terremoto, ed assai volte molto veemente; inoltre si è inteso
a tutte le ore, la sera, la notte, avanti il mattudino, a mezzogiorno, a
vespero, ed anche in tutti i tempi, di primavera, d'està, d'autunno ed
inverno. Vuoi
Plinio, la cui opinione abbracciano tutti gli altri, che appresso al
tremuoto suole avvenire alcun'altro pernicioso caso, come di peste, di
mutazione di stato, ed altro; e soggiunge, come disse, che non tremò
Roma che non li fusse cagione di maggiore evento. E qui per grazia del
Signore Iddio fin'ora non si è conosciuta cosa avversa, fuorchè quelle
poche narrate, sebbene una cosa di danno è accaduta, che per cinque
anni continui hanno dato il guasto a' seminati di ogni sorte in tutta la
Puglia i sorci. Però questa tribulazione principiò dall'anno 1625
prima del terremoto,-continuarono poi spessi in più gran
numero[94] che se non si fusse usata diligenza molto
esatta in farli prendere non si sarebbe raccolta cosa alcuna nelle
campagne, e sarebbe seguita grandissima carestia, non
essendo solito durare questa maledizione più di tre anni, ma il primo e
l'ultimo anno non sogliono fare molto danno.
Mosse
anche il Signor Iddio, per giovamento di queste terre distrutte, e con
l'ajuto de' Signori e Principi di esse, e sopratutto del Signor nostro
Principe[99]
, la mente dell'Eccellentissimo Vicerè
di Napoli, non facendosi pagare tributi per dieci anni e concedendo
muratorie a' particolari per debiti prima del terremoto sino a suo nuovo
ordine; che ha giovato e gioverà non poco. Da
ciò possono meglio giudicare e confondersi le pestifere lingue che
hanno sparlato, e forse sparlano, e vedere se quello che ci ha
danneggiato sia stato, conforme al loro falso giudizio, dato dall'
onnipotente Iddio per gastigo de' peccati. Il qual io prego con tutto il
cuore a degnarsi di tenerci la sua Santa Mano sopra, per forza di star
vigilanti per camminare a maggior perfezione[100]
: quia
nesciamus[101] diem neque horam, ed anche a fine che il demonio
finissimo
ladro di nostre anime ci trovi sempre armati dell'adamantine armi della
Luce Divina; dal cui sblendore restino fugate le tenebre; e noi,
maggiormente rischiarati, possiamo, cinti dall'istessa luce, ascendere a
quell'eterna luce dell'Empiro, a godere a faccia a faccia del vero ed
onnipotente Dio l'immensissima e gloriosissima essenza; lo che ci
conceda per sua misericordia e grazia.
|
| Inizio pagina |