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SAN SEVERO E LA REPUBBLICA FRANCESE
Il Conflitto. Sacco e Sangue successo in San Severo. Duhesme comandante
il presidio. Insegne della Repubblica spente
da un inedito di
STEFANO
LA MARCA
Mentre tali fatti atroci consumavansi in Sansevero, in vari punti dello Stato avean luogo ribellioni ed armamenti: e levavansi torme di tristi che, andando in scorreria con motivo di fede all'antico Re, arricchivano di bottino e di spoglie; e già grosse stavano stanziate nella Puglia.
Laonde una squadra di Francesi mosse per le nostre contrade, e il Generale Duhesme fu eletto capo di quella schiera, che numerava 6.000 soldati. Troia, Lucera, Bovino, deposte le armi si dettero in potere dei Repubblicani: Manfredonia, che tenea per la Repubblica, fu rianimata; Foggia, città amica, accolse festosa i Francesi; e da Foggia Duhesme preparò gli assalti a Sansevero, accelerandoli in nome della umanità e della libertà i giovani Sanseveresi Giovanni de Ambrosio e Colomba Galiani, colà accorsi per sostenere gli ordini Repubblicani a Sansevero, e vendicare anche la morte dei loro
congiunti, massacrati dalla plebe nel dì 10 Febbraio.
Ed ecco nel lunedì 25 di esso mese accostarsi alle nostre mura le truppe Francesi, comandate dal Generale Duhesme: il popolo, capitanato dal nobile e ricco proprietario, Raimondo Ferrari, da Sebastiano Presutto; Innocenzio Paolino; Nazzario dell'Aquila; dal Maggese, dall'Antonacci, da Leonardo de Cesare; da Giovanni Saturnino e da molti altri, uscì armato alla resistenza fuori le porte di Foggia e di Lucera, aspettando impavido il nemico attraverso il fiumicello - Venolo - che traversa la via da Sansevero a Foggia, e da Sansevero a Lucera.
L'audace Sebastiano Presutto con buona mano di coraggiosi punta un cannone al capo della strada; Innocenzio Paolino ed altri molti traggono altro cannone presso i pozzi di Stazzano, sulla via di Lucera, nel tempo che Leonardo de Cesare, amico del Ferrari, ne colloca un terzo, legandolo con grosse funi sur un tronco di ulivo. Il dell'Aquila, il Maggese, e l'Antonacci a capo di numerosi drappelli si spingono sui fianchi del nemico per dissordinarlo.
Il Saturnino alla testa di più centinaia di cavalieri, a mò di Numidi, esce in campo gridando: - Vittoria, o morte!
All'universale grido l'oste francese appena ha tempo di ordinarsi; squillano le trombe, battono i tamburi e la terra geme sotto il fremito di 4.000 fanti e 500 cavalli, oltre ad un gran numero di facinorosi. Un uomo è che li guida, un solo; ma terribile quanto lo sterminio che ha giurato di apportare agli audaci di parte regia... Egli ha nuda la sciabola in pugno, gli occhi scintillano di fera luce, la divisa è in disordine, siccome la mente di genio malefico foriero di morte.
Dassi il segnale della pugna; iterato scoppio di artiglierie l'inaugura... e tosto il campo che fra una e l'altra schiera si vedeva, improvvisamente sparisce tra i vortici di denso fumo. Il primo scontro avviene tra i cavalli presso il fiumicello, Venolo.Terribile è lo scontro come ostinata la difesa. I più audaci già mordono il suolo, l'ira spinge alla vendetta, e la vendetta rinvigorisce l'ira; un picchiar di lame, uno scricchiolare d'arme, lo scoppiettio dei moschetti, il tuonar del bronzo ad intervalli più larghi, grida di furore, grida di dolore, il fumo, il polverio, tutto indica che la pugna, come ché al suo cominciamento è accanita, terribile, pugna d'eccidio, pugna di distruzione.
Scaramucciando i pedoni Francesi dal tratturo Regio sin alla via di Montella, fondo rustico, divisano arrivare tosto alla sinistra del poggio alfin di snidare il nerbo delle forze di Sansevero ivi raccolto: e nella vittoria che teneano certa, tagliare le strade alla fuga, ma il Ferrari, indovinando lo strategico pensiero del nemico, ordina ai suoi di discendere al piano, e forzare la gente Francese a retrocedere. I combattenti si attaccano disperatamente, urtansi, ripiegano, avanzano, sì che dubbia pare la sorte, egual bilancia sembra librare i danni d'ambo le parti.
I Francesi, avvezzi alle battaglie, ne sostengono l'impeto; i Sanseveresi combattono guadagnando terreno, dando loro a conoscere non cederli in valore. Da una parte pugna l'arte e la militare perizia, dall'altra l'entusiasmo, il valore, la fidanza nella buona causa e nel proprio dritto.
Retrospinto, l'esercito di Francia cessa dal fuoco; la sua perdita è considerevole; indietreggia a grandi passi e si rassembra verso la destra della Città. Il campo rimase sgombro, i nostri correndo, inseguendo lo scoraggiato e quasi vinto nemico.
È nostra la vittorial... avanti... scacciamoli!... avanti!... viva il Re!...
Grida il Ferrari; udendolo il Saturnino, con la gran corsa dei suoi cavalli, persegue il nemico facendone strage. Ma alcuni cannoni lo tempestano ai fianchi; gli ardimentosi Sanseveresi se ne avvedono, ed anziché perturbarsi, si avanzano sotto il vivo fuoco delle file Francesi. La zuffa si riaccende; più feroce addiviene allo arrivo di Sebastiano Presutto e del Paolino, i quali coi loro cannoni e coi loro prodi, nel mentre che il Ferrari procura con nuova ed inusitata arte di guerra di inviluppare il nemico, serrandolo in mezzo ad un continuato fuoco, i Francesi son di nuovo costretti a cedere il campo; ammassano le spiegate ordinanze, e battendo la ritirata, si allontanano dalla città in piena rotta. Gli abitanti di Sansevero acquistano ardire, e l'inseguono a tutta corsa. Ma dalla parte della città levasi un grido terribile; grossa banda di cavalli Francesi stendendo a sembianza di ala la sua fronte, vien di tergo ad attaccare i coraggiosi abitanti; forte stuolo di fantaccini la segue. È la squadra spedita da Foggia che arriva in tempo per istrappare dalle mani dei Sanseveresi la riportata vittoria. Questa nuova e fresca gente,
comandata dal Generale La Foret, assalta con vigore i già stanchi cittadini: le trombe chiamano a raccolta i fuggenti, che si rivolgono; e tosto i tamburi battono la carica. Le artiglierie fulminano senza ristare; i prodi, quanto sventurati Sanseveresi, non paventando, si stringono come in battaglione serrato, e preceduti dai cavalli, cui apriva la via il Saturnino, tentano riacquistare l'antica posizione sul poggio. La loro virtù si raffina nel periglio, pensano di poi solo alla difesa, dal perché mancano le munizioni. i Francesi li assaltano alla baionetta, le file si aprono, e allora terribile ed accanita è l'offensiva: terribile ed accanita la difesa d'ambo le parti.
I più valorosi Sanseveresi son già caduti sotto il ferro nemico: il Paolino, il Presutto, il de Cesare, ed un gran numero più non sono; il dell'Aquila e molti altri già son prigionieri. Raimondo Ferrari è costretto ad imporre la ritirata, ma i prodi contendono palmo a palmo il terreno che lasciano al nemico bagnato del proprio sangue. Si chiudono con carri le entrate della Città; si barricano le vie, e tutti i superstiti abitanti, provvedendosi alla rinfusa di munizioni ed armi varie: di pietre, di acqua bollente, stanno in minaccioso contegno, trincerati dietro le mal difese mura, pronti ad affrontare l'immensa falange delle Francesi genti, che, baldanzosa per l'ottenuto trionfo, abbatte i ripari, deboli per arte, e si apre la via con la punta della baionetta.
Sansevero non era più la città munita dei tempi di Federico II, di Roberto D'Angiò, e degli Aragonesi, non potea quindi senza mezzi di difesa resistere ad un'armata regolare. Laonde il nemico irrompe con furia nella sconvolta città: gli abitanti lo ricevono a colpi di fucile, divisi in gruppi sui veroni, sui tetti, sull'alto dei campanili salutandolo con l'addio della morte.
Invasi da furore i Francesi, sembrano demoni disperati: dan fuoco alla Città, ed i getti di fiamme succedonsi a brevi intervalli, indi si propagano e proiettano un nembo di faville, che spandonsi per l'aer fosco e ricadono ad un tempo crepitanti, come grandine spessa su di vitrea parete... Il fuoco divampa, macera, consuma, dilatasi, ruina, incenerisce quanto incontra nel rigoglioso vortice del suo corso. Pare sia suonata per Sansevero l'ora estrema.
Gli abitanti, poiché hanno veduto essere ormai ogni resistenza inutile, quando il forte incalza il debole, si rivolgono tosto a salvare dalle fiamme i vecchi, i fanciulli, le donne, i feriti: si gittano in mezzo al fuoco che fervorosamente si accresce, si affaticano per ispegnerlo; alcuni si aggruppano alle cadenti travi, si cacciano altri nelle divampanti stanze e ne traggono semivivi quali i teneri figliuoli e la piangente timida consorte, taluni
capovolti giù precipitano in fra le macerie delle fumanti mura, altri si avvisano sottrarre alle fiamme oggetti preziosi; molti, anzi che darsi prigioni al nemico, si gittano disperati nel fuoco che li circonda, affrettando impavidi sicura morte!... Alte meraviglie, coraggio inaudito, prove infinite di valore in campo strettissimo avvengono, mentre Francesi e repubblicani gridano - Al fuoco!... Al sacco!... E: - Al sacco!... Al fuoco!... - Ripetono i loro adepti, fatti più arditi dalla sconfitta dei Regi.
E la licenziosa soldatesca a quell'incitante grido inonda le strade; abbatte gli edifizi, i monumenti; ed a man franca dassi a tutti gli eccessi che le parole esecrande ispirar poteano in quel tempo ed a quella gente!...
Nulla è risparmiato da quelle irate turbe; ovunque metton piede funeste vestigia lascian di rapina, di strage, di lascivia e di morte!... Il batter concitato dei tamburri, il clangor delle trombe, lo scalpitare dei cavalli, il fragor dei carri frammisto all'assordante cannoneggiar; allo squillo delle campane suonanti a storme; alle strida dei combattenti, agli applausi dei vincitori, ai lamenti dei moribondi, eccitano tale un frastuono, tale un tumulto, tale un orrore da abbrividire ed agghiacciar l'animo anche il più forte!... E l'eco si perde per l'aer bruno, annuvolato da globi di fumo incostante per la furia del vento che soffia gagliardo.
In mezzo a tanto scompiglio non mancarono di quelli tra i nostri i quali, sempre però a loro discapito, dall'alto dei campanili, dalle loro abitazioni fecero dei nemici grande macello. Nel soprano di Giuseppe Totaro, sito nel 3° Vico Rosario, il barbiere Domenico Infante, per una fucilata che ferì un Ufficiale, la casa venne investita, e più di 20 persone, rifugiate sul lastrico, trucidate. Credendosi un Castello il Palazzo di D. Pietro Antonio Recca, eretto dov'erano le antiche fortificazioni della città, un gruppo di Francesi, con una cannonata, squarciano il primo dei suoi quattro portoni; traforano i due muri opposti sotto la gradinata, che vedonsi tuttavia rattoppati; salgono sul piano superiore, fracassano tutte le porte, nonché quelle degli undici balconi. Fu in quel momento di confusione che, essendo sul Terrazzo di quel palazzo raccolto un gran numero di gente, questa fornitosi di olio e di acqua bollente, fecero degli assalitori un eccidio. Un altro gruppo di soldati, con tamburro battente, entrò nella Chiesa Cattedrale e, scorgendo un prezioso Ostensorio, vi accorre, impadronendosene il più ardito. Appostati sull'organo finto eranvi i contadini Pietro Maggese ed Amadio Antonacci, amendue capi della parte Regia, i quali con colpi di fucile atterrano il sacrilego.
Quei colpi furon segnale di altra orrenda strage! Il popolo che in ginocchio pregava, cade buona parte sotto la spessa grandine del piombo micidiale! I Repubblicani col sacrilegio vendicano la ricevuta offesa: il Ministro di Dio, l'Abate D. Michele Preziosi, che parato degli abiti Sacerdotali stava nella prima sagrestia, pronto per celebrar la S. Messa, viene ucciso da un colpo di moschetto; come Antonio Candela, orante ai piedi della Vergine del Soccorso, esposta tra la balaustra e il Trono Episcopale. Indi si
avventano sull'imbelle presidio; uccidono i bambini nelle braccia delle madri; scannano i vecchi; e le fanciulle avvenenti... son tratte a viva forza fuori Chiesa, e cadono in potere del lussurioso vincitore, mentre a rivi scorre il sangue per la soglia mal connessa della porta Maggiore del sacro recinto.
Nella Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni Battista eranvi chiusi alcuni filiani con alquanti Sacerdoti; e mentre ai piedi dell'altare invocavano il Signore al riparo, colpi di schioppo violentavano la porta Maggiore. Tutti si posero in salvo per quella della Sagrestia, pensando ancora ad involar alla licenza militare le particole consacrate. Entrate in Chiesa la soldatesca sperperò ogni cosa: gli arredi Sacri furon lacerati, le argenterie derubate; ed anche il Cristo, genuflesso ai piedi del Battista, dipinto nel quadro del soffitto, fu sfregiato nel volto con colpo di archibuso.
Si aggiunge che, quando la squadra Francese, comandata dal Generale La Foret, vittoriosa penetrò in città per la via di Lucera, prima di darne il sacco, entrò furibonda nella Chiesa di Croce Santa, avanti la quale molte madri coi bambini in braccio, genuflesse imploravano pace e perdono al vincitore. Ma la inferocita soldatesca, dopo di aver fatto esecrabil macello, irruppe nella Chiesa tirando fucilate da orbi. Così la sacra tela della Deposizione di nostro Signore, affissa nel soffitto della navata, venne in varii punti traforata; le poche argenterie derubate; i sacri arredi sperperati; le altre suppellettili bruciate. E penetrando anche nell'Oratorio mortuario, per avidità di bottino, delusi, tirarono archibugiate da ogni parte; una delle
quali colpendo alla schiena dello scheletro dell'illustre Priore, D. Michelangelo del Sordo, seduto in una cameretta, lo fè cadere sul fianco sinistro.
Né soltanto le Chiese qui riportate ebbero a soffrire disastri e saccheggio: su per giù tutte le altre subirono l'istessa sorte, specie quella dei PP. Cappuccini con l'annesso Convento, il quale prima di sera fu convertito in Caserma, come quella di S. Nicola in scuderia. Il Palazzo Vescovile addivenne Sede della Uffizialità, come il Seminario ed il Carcere attuale, sedi delle Francesi milizie. Il Generale Duhesme poi avea stanza sul Palazzo di D. Prospero Fania, sito a Porta S. Nicola.
Chi poi può dettagliare il macello; il sacco sino alla sera, benché l'arrestasse il tamburro prima di vespro per ordine del Generale? Non sazii i nemici di tanta strage, danno la caccia ai fuggenti per le vie di S. Nicandro, Apricena e Fortore; l'inseguono, li spogliano, li trucidano, fino alle vicinanze del Candelaro ed altrove.
I Cittadini più pacifici e più accorti ricoverarono nelle campagne, nelle grotte e nei tugurii, cavati nel vivo sasso in Castelpagano, dove anche inseguiti, molti ne furon trucidati, tra i quali una infelice donna, fragassata da una bomba presso la porta di Apricena, ed un'altra madre vedova assiem alla sua bambina pendente dalle poppe. Fra i notabili poi perirono D. Michelangelo Sac. Croce col suo germano Antonio; D. Michele Sac. Schiavone; D. Nicola Fania; D. Simone Moffa e D. Vincenzo d'Ambrosio, i quali vennero uccisi per le vie della città, quando si frapponevano per far cessare la Strage ed il saccheggio.
Solo quel Nicolò e Vincenzo Matteo Russi, i quali furono causa precipua della sollevazione popolare del
10 Febbraio, e barbari ordinatori dell'eccidio dei Giacobini, nel giorno della battaglia scomparvero. Aveano bensì con altri, che si dissero deputati del popolo, messa a taglia la Cittadinanza per mantenere in armi le improvvisate schiere; ma come seppero dello approssimarsi dei Francesi, si nascosero, e nascosti si tennero sino a che non reputarono fuori pericolo le proprie persone.
Perirono in vece molti popolani e fra questi il disgraziato Raimondo Ferrari, il quale tradotto per le vie della città, incatenato ed oppresso da contumelie, villanie, e da atroci torture, finì i suoi giorni nella sepoltura dei PP. Cappuccini, in espiazione del grave delitto, presunto da quei inferociti Repubblicani. Simil sorte toccò alla povera Antonia de Nisi, la quale stretto il collo da un laccio, fu menata per le vie della città, strangolata, fu precipitata nella sepoltura della Chiesa di S. Antonio Abate: luogo destinato pei giustiziati.
Anche il Convento delle Benedettine non fu esente da sacrilegi e da saccheggio. Abbattute le porte della Chiesa e del Monastero, gli assalitori incedono, urlando e schiamazzando. Quelle innocenti Vergini all'insolito fragor sembrano tortorelle tremanti sotto le unghie dell'avvoltoio rapace. Rammentano il pronunziato voto, i celesti sponsali, il proprio onore: e, fidenti in Dio, si preparano alla lotta; e quei labbri che sino a quel punto avean intuonato Salmi canori, confondono ora gemiti e strida strazianti tra il ferro ruotante che recide le membra di chi si oppone. Indi escono dal Monastero quei ribaldi, carichi di argenterie e di preziosi sacri arredi; non che del deposito di cassa sacra, contenente circa ducati 3.000.
Le disgraziate spose del Nazzareno invocando Dio in testimonio della loro onestà seppero vincere il nemico, e di per sé stesse s'intrecciarono le palme del martirio.
Un manoscritto, rinvenuto nel Monastero, al foglio 7° si esprime in questi termini "Dalle ore 17 che entrarono i Francesi nel nostro Monastero, sino alla sera, le porte di esso restarono aperte, ed un tal D. Francesco Antonio Viceré di Scipione di Lucera, venuto coi Francesi da Napoli per democratizzare Sansevero, fa piantare una sentinella per non far succedere nel Monastero altri saccheggi. Ma gli Uffiziali entravano ed uscivano a loro talento sino a sera; mangiando e bevendo nel nostro refettorio. Essi eran serviti dalle monache più anziane, ma verso sera, da alcune loro mozze parole ci accorgemmo che il nostro pudore non era al sicuro, se trattenute ci fossimo nella Clausura. Si pensò quindi di uscire; ma non sapevamo ove muover i passi, ignari se i nostri parenti fossero vivi o morti. Si fece un biglietto ai Signori Petrulli, che abitavano rimpetto al monastero, pregandoli di venirci a prendere; e questi, pieni di bontà, giunsero con alcuni ufficiali che tenean in casa, e ci condussero con loro; ma, essendo la nostra Comunità composta di 50 persone, non poterono alloggiar tutte in casa di questi Signori.
Fu necessario quindi che la maggior parte partisse per Casalnuovo, accompagnata dal procuratore D. Pasquale, Sac. Cavalli; parte alloggiò nel Monastero dell'Annunziata in Foggia, altre nel Palazzo di D.a Diodata e D.a Costanza Califani, monache di Lucera. L'ultima ad uscire fu D.a Teresa de Ambrosio, germana di D. Crescenzo, la quale erasi rifugiata sul campanile dopo il primo assalto. Fu essa accompagnata dalle guardie Francesi, velata col Crocifisso in mano... Lo stesso Signor Viceré ebbe incarico dal Generale Duhesme, di piantare le guardie anche nei palazzi del Signor Petrulli, Summantico, di Lembo, e di altri cospicui cittadini, onde sottrarli alle rapine ed al saccheggio.
Era intenzione di questo Generale ardere Sansevero nel che avea anche per confortare il Conte di Ruvo; ma allo spettacolo miserando di una moltitudine di donne, e di fanciulli, in abito squallido e lugubre, venuti a
chiedere umilmente ed insistentemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti, dei figliuoli loro, con pietà nuova si comandò che cessassero le ferite e le morti, anco perché era Sansevero terra grossa e fiorente.
Quindi volendo riordinare tutte le sconvolte cose della città, nel 28 Febbraio, Duhesme emanò ordine che, tutti i fuggiaschi rimpatriassero; tutti i cittadini per 3 giorni stassero chiusi in casa, né in seguito si suonassero campane. Indi ordina alla città la taglia di
ducati 12.000, e con la sua quadriga torna a Foggia. Colà giunto venne visitato dal nostro Vescovo, D. Giov. Gaetano del Muscio, ivi rifugiato dopo la sommossa popolare del 10 Febbraio. Con le sue belle maniere; con le insistenti sue preghiere ottenne dal Generale Francese che, la somma dei 12.000 ducati, inflitta ai nostri cittadini si riducesse a metà; e che i Sign. Nicolò e Vincenzo Matteo Russi, capi e promotori dell'Anarchia, avessero salva la vita, a riguardo che costoro avean già salvata la sua dalle mani della inferocita plebaglia, con tenerlo per alcun tempo nascosto nella propria loro abitazione. Nell'accordargli a malincuore i richiesti favori, il Generale si lamentò della condotta dei Signori Russi, causa precipua della rovina della loro Patria; della morte di tanti cospicui cittadini; della perdita di tanti suoi soldati, uccisi in città e fuori.
Prese il comando della città il Generale La Foret, il quale, unito al commissario, D. Francesco Antonio Viceré, istalla la Municipalità nella persona dei Signori D. Prospero Fania presidente: del Rev. D. Michele Petrella; D.Vincenzo Faralla di Benedetto, nel cui Palazzo, sito rimpetto la chiesa di S. Giovanni, tenea in alloggio il detto Generale; del Signor D. Vincenzo Maddalena; del Dr. Fisico D. Antonio Gervasio; D. Giovan Pietro Petrulli; del Segretario, D. Mattia, dottor Fantasia.
Indi il lodato Signor Viceré, sotto il nuovo Albero della Libertà, eretto nel fosso del primo, predica ai sanseveresi ubbidienza, o sterminio ai ribelli.
I capi anarchici furono tutti fucilati nell'angolo sud del portone dei Celestini, e nella vigna rimpetto l'odierno Carcere distrettuale; fra questi il povero Nazzario dell'Aquila, di cui trascriviamo la seguente relazione
" Nazarius dell'Aquila, maritus Rosaliae Pazienza, dum annos viginti novero, vivebat, Sacramentis Poenitentiae et Eucharistiae susceptis, pluribus ignearum balistarum ictibus vulneratus mortem obiit, praecedente decreto condemnationis ob crimen sibi imputatum commovisse populum ad tumultum die decima Februarii ejusmet anni exequendum ob arborem libertatis in publica platea infixum: et hinc extra moenia conditus
est. Testor ego Michael Archipr. Masciocchi".
Mentre La Foret col suo Commissario partì per Foggia, lasciando buon presidio di soldati in Sansevero, e diversi cannoni appuntati nella gran Piazza; nella Porta di Foggia, e nel Largo Castello; diverse bande Francesi si condussero in S.Marco in Lamis; in Apricena; in Serracapriola ed altrove; ed ivi barattarono i preziosi mobili, saccheggiati in Sansevero: però dovettero persuadersi i Francesi che l'acquisto di Sansevero non fu senza loro gravi perdite; né la vittoria senza spargimento di sangue. Circa 600 Francesi eran periti uccisi dai Cittadini in aperta guerra; mentre questi ne perderono appena 232, altri 96 e più dei finitimi, giusta le ricerche fatte negli archivii delle singole Parrocchie; cioè, in quella della Cattedrale, ne perirono 72, di Sanseverino, similmente; di S. Nicola 37; di S. Giovanni 52. I loro cadaveri, sparsi qua e là per la città e suoi contorni, vennero tumulati nella Chiesa di S. Berardino; dei cappuccini; di S. M. delle Grazie, e dietro l'orto di S. Antonio Abate e Croce Santa; nelle cui vie essi vieppiù caddero estinti; mentre i caduti in battaglia, furono, uniti agli estinti Francesi, sul campo stesso incendiati.
La perdita dei difensori non fu senza lode, né rimarrà senza gloria; potendo quel combattimento registrarsi dagli storici negli annali delle nostre patrie vicende. Certo è che un pugno di uomini risoluti sostenne la difesa di una città senza mura, senza opere di difesa munita: respinse più di un gagliardo attacco: rintuzzò l'impeto ostile di cinquemila e più combattenti; né si arrese se non costretto da forza maggiore. I valorosi Sanseveresi vidersi allora nella dura necessità di simular pace e rassegnazione! — Chi può contrastare alla necessità che talvolta rompe la legge; sforza il cuore: tiranneggia la volontà, e rende vano ogni ardimento? —
E la città prese respiro dopo la partenza dei suoi iniqui oppressori; e più quando nel Sabato Santo, 23 Marzo, udì il suono festoso di tutte le
campane, annunzianti la gloriosa Risurrezione di Nostro Signore; campane
lasciate mute dal giorno della francese invasione.
E si volle memorare l'avvenuto esecrabil eccidio, pingendo sulla parete est dell'Oratorio Mortuario della Chiesa di Croce Santa, delle sconce figure, rappresentanti donne piangenti con bimbi in braccio, genuflesse innanzi al Generale La Foret e suo seguito, provvisto di bagaglio e di cannoni. Ma quel ridicol monumento; quel parto di rozzissima mano; non addicendosi alla sublimità del subietto venne, verso la metà dello scorso secolo cancellato.
Ma non venne però cancellata dall'animo dei confrati di quella Chiesa la memoria dello strano avvenimento; poiché in ogni 25 Febbraio, anniversario di tanta catastrofe, quelle Campane, coi loro flebili rintocchi, convocavano i fedeli a celebrare uffizio funerale pei massacrati in quella fortunosa circostanza. Ma la rivoluzione del 1860, avendo affievolito di molto in quei Confrati lo spirito, ereditato dai loro predecessori, tra le altre divote
pratiche di Pietà, abolì anche questa pietosa costumanza.
Intanto Re Ferdinando in mezzo a tanto tafferuglio, non istette inoperoso. Collegato con gli altri Potentati d'Europa, non mancò di mandar
numerose forze per opporsi alla Francese invasione; ma la poca abilità di taluni Generali, gran parte settarii, rese inutile ogni previdenza; e visto il regno tutto invaso da Repubblicani, con la Real famiglia si ritirò in Sicilia.
Cinque mesi circa durò la invasione, perché essendo stato invitato il Re alla conquista del suo Regno da quei fedeli sudditi, che non aveano preso parte ai disordini, spedì dalla Sicilia, con buon numero di forze, il Cardinale, Fabrizio Ruffo, creandolo suo Vicario Generale. Esso sbarca in Calabria e comincia man mano a rinforzare il suo esercito e a sottomettere le Province, che già aveano inalberato lo stendardo Repubblicano.
La nostra città stette in continue agitazioni in quei mesi pel passaggio di milizie, che percorreano la Provincia. Così nello Aprile 1800 soggiornò per 10 giorni Ettore Carafa con la sua legione Napoletana, e parecchi battaglioni Francesi, diretti come erano a Pescara, la cui fortezza Pronio e Rodio minacciavano. Ed anche il Carafa intimò alla città la contribuzione forzosa di Duc: 500, e larghe provvigioni per uomini e per cavalli. Sopraggiunse in seguito con le sue milizie nella Puglia il Cardinal Ruffo, per torre alla Capitale del Regno quel pingue granaio. E dopo gl'immani fatti di Altamura e Gravina, spaventati dal caso vennero ad obbedienza Lucera, Manfredonia, Ascoli, Barletta, Trani, Venosa e Bitonto. Foggia città fiorente, ricca, popolosa e piena di amatori dello stato democratico ancor si tenea; ma l'essere quasi tutta la provincia tornata a divozione del Re diè facilità ai Russi, Inglesi ed Ottomani di sbarcare sulle rive del golfo di Manfredonia nel novero di circa 1.400, condotti dal cavaliere Micherdux; i quali marciarono verso Foggia, e la ridussero in poter loro.
Correa un giorno di fiera quando vi entrarono, e i popoli spaventati a veder quelle genti strane, che avevano nome di valorosi e feroci, sparsero le sinistre novelle pei paesi circonvicini. E allora Sansevero, abbassate le insegne della Repubblica, e seguitando il nome del Re, concorse con gli altri alla obbedienza verso il vincitore.
Ricomposte in pace le cose del regno, re Ferdinando ritornato in Napoli, creò l'Ordine Cavalleresco di S. Ferdinando e del Merito, per così ricompensare i servigi di quei sudditi, che lo avean difeso in quella guerra intestina; ordinando in pari tempo si sovvenissero in Sansevero tutte le famiglie, danneggiate nella roba e nel sangue nel funesto dì 25 Febbraio 1799.
STEFANO
LA MARCA
Tratto
da "Omaggio a San Severo"
di Benito Mundi e Giuliana Mundi Leccese
Edizioni del Rosone
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